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Proust al Pomodoro e il Filtro Magico

di Placida Signora - 11 settembre 2010

Dedicato a ViadellaViola


Mentre sto bevendo un succo di pomodoro, mi trovo catapultata di colpo al Bar Biancaneve sul lungomare di Rapallo, tanti anni fa.

Luogo abituale di ritrovo della mia famiglia da due generazioni; all’ora dell’aperitivo – mezzogiorno in stagioni non balneari, alle 19 in estate - seduti insieme a un tavolino, mamma, nonni, papà quando c’era, mio fratello e io, bambini.

I grandi di solito prendevano un Punt e Mes. Mio fratello un succo di frutta, io un succo di pomodoro.

Il cameriere era sempre lo stesso, si chiamava Ciccio: un’istituzione, lo conoscevano tutti, ma proprio tutti.
Alto, massiccio, capelli candidi anche se era giovane.

Ricordo che il mio succo di pomodoro aveva un cerimoniale affascinante.

Me lo portava solennemente su un vassoio a parte: sul vassoio la bottiglietta e un bicchiere alto e stretto. Poi una minuscola caraffina colma di succo di limone. Un salino di cristallo blu e un piccolissimo macinapepe in legno chiaro. Una bottiglietta stretta, nera e misteriosa. Un lungo cucchiaino d’argento.

Ciccio posava tutto sul tavolino davanti a me; versava il pomodoro, aggiungeva piano il limone, salava, pepava e poi prendeva la bottiglietta misteriosa e diceva, ogni volta lo diceva: “E ora, il filtro magico“.

E versava due gocce marrone scurissimo.
Mescolava tutto col lungo cucchiaino e mi porgeva solennemente il bicchiere, restando a scrutarmi attento mentre bevevo il primo sorso.

Aspettava di incontrare il mio sguardo quando ogni volta lo ringraziavo sorridendo “Grazie Ciccio, è speciale!” e ogni volta rispondeva:  ”E’ il filtro magico. Ora sei invincibile“.

Mi sentivo Asterix che beveva la pozione del Druido.
Invincibile. Fortissima. Sicura.

Dagli inizi del 1960 a quelli del ’70, non so quanti litri di pomodoro Ciccio mi ha preparato.

E anche se presto scoprii che il filtro magico si chiamava Worcester, ogni volta si ripeteva la magia.

Invincibile. Fortissima. Sicura.

Da allora avrò bevuto altrove centinaia di succhi di pomodoro; me lo preparo anche oggi spessissimo da sola, filtro magico compreso.

Ma mai più, proprio mai più, ho ottenuto lo stesso risultato.

©Mitì Vigliero

E voi ricordate cibi o bevande che da piccoli vi facevano sentire forti, invincibili e soprattutto “grandi”?

Per la Serie “I Piccoli Misteri Casalinghi”: Avete visto le Forbici?

di Placida Signora - 9 settembre 2010

Non sono un tipo particolarmente ordinato.
Spesso semino in giro per casa le cose, e poi divento matta a ritrovarle.

Colpa del continuo galòp, faccio tutto di corsa e contemporaneamente.

Ad esempio rispondo a un’intervista telefonica mentre sistemo la spesa in cucina dividendola fra frigo, sportelli, dispensa e contemporaneamente metto a posto la roba stirata che la colf mi lascia ordinatamente sistemata sul tavolo, il tutto svolazzando frenetica come una libellulona per tutta casa.  

Non mi stupisco quindi se, all’ora di pranzo, aprendo il frigo per tirar fuori il burro mi trovo di fronte una pila di mie mutandine mentre un panetto di burro languidamente si scioglie nel secondo cassetto del comò. 

In compenso vi è una cosa che perdo definitivamente ogni volta che la uso: le forbici.

“Dove sono le forbici” e ”Hai visto le forbici?” sono le frasi che  risuonano più spesso fra queste pareti.

Indarno.

Ho perso il conto di quante paia ne abbia comprate.
Piccole, grandi, da sarta, da carta, da unghie, da cuoco e da tappezziere.

In casa dovrebbero essercene almeno una decina (e non scherzo).
Eppure ogni volta che mi servono, non ci sono.

Sparite.
Volatilizzate.
Svanite nel Nulla.

Forse provano verso di me un’antipatia istintiva, o un vero terrore.
Insomma, mi rifuggono. Preferiscono trascorrere la loro esistenza nascoste e neglette, rischiando la ruggine, pur di non farsi nemmanco sfiorare dalle mie dita… 

Ora dovrei fasciare con carta adesiva le assi della dispensa.
Per tagliarla, visto che non trovo le forbici, userò un coltello da cucina: quelli almeno non li perdo.

Voi non perdete mai nulla, in casa? 

©Mitì Vigliero

Lo Strano Caso delle Formiche della Madonna

di Placida Signora - 8 settembre 2010



(immagine tratta da qui)

In Italia il nome dei santi e quello della Madonna sono spesso uniti a unacaratteristica precisa che ne connota la “specializzazione” nella devozione dei fedeli: “del parto, della fortuna, della salute” ecc.

Ne esistono ben tre che hanno come caratteristica principale le formiche, precisamente le “Myrmica Scabrinodis“, volgarmente conosciute come formiche alate.

Di solito a fine estate esse fanno il  “volo nuziale“; maschi e regine volan fuori  dai formicai accoppiandosi e formando impressionanti nuvole nere: finita la pacchia, le regine fecondate formano nuovi nidi, e i maschi muoiono cadendo a terra.

Orbene, a Pomarance (Pisa), esiste una chiesa chiamata sin dal 1200 San Michele delle Formiche; ogni 29 settembre, testimonia il Maffei, “si vede una prodigiosa quantità di formiche che ingombrano tutta la chiesa, coprono gli altari e in poco tempo muoiono”.
La chiesa ormai è un rudere, ma la sua campana è stata messa sulla torre del Palazzo Pretorio: e ora le formiche vanno tutte a suicidarsi lì.

Stessa cosa avviene a Foresto Sparso (BG), nel santuario di San Giovanni delle Formiche, sulla cima del Monte Cunisio; cambia solo la data, 29 agosto

Ma la più sorprendente accade nella Val di Zena (Bo), a 20 km da Loiano.

Da secoli, ogni 8 settembre milioni di formiche alate vanno a morire dentro e intorno al Santuario di Santa Maria; da sempre il popolo ha pensato che - miracolo! - le formiche andassero a rendere omaggio alla Madonna nel giorno della sua festa.

Infatti  un antico distico latino sotto la sua immagine recita:
Centatim volitant formicae ad Virginis aram quo que illam voliant vistmae tatque cadunt
(Ansiose volano le formiche all’altare della Vergine, pur sapendo che ai suoi piedi moriranno).

L’8 settembre i fedeli della Madonna delle Formiche si recano sul Monte delle Formiche, partecipano a una solenne processione in onore della Natività della B.V. e poi, servendosi di larghi e bianchi lenzuoli, raccolgono  i cadaverini delle Myrmicae mettendoli in sacchettini  (le “Formiche della Madonna“) che – dopo esser state benedetti - vengono distribuiti previa offerta e poi conservati dai fedeli nei cassetti della biancheria: dicono preservino dai dolori reumatici e da quelli di stomaco .
 
Ovviamente si tratta di una tradizione che la Chiesa non considera affatto un miracolo; e a causa di questo vi fu una volta in cui le Formiche della Madonna divennero le protagoniste di una bellissima storia decisamente in stile Peppone e Don Camillo.

Era il 1946, immediato dopoguerra: un periodo in cui soprattutto in Emilia Romagna la DC e il PCI si facevano una guerra tremenda.

I primi tacciavano i secondi di essere degli anticristo senza fede, i secondi tacciavano i primi di essere dei manipolatori delle menti e di far vivere i popoli nell’ignoranza della superstizione.

Il santuario era stato bombardato; erano rimasti in piedi solo il campanile e la Santa Immagine della Vergine, ricoverata nella cappellina del cimitero.

A settembre, come ogni anno, arrivarono le formiche; ma il giovane parroco, Don Severino Righi, si rifiutò fermamente di collaborare alla raccolta e alla distribuzione delle formiche, considerandola, stavolta lui, una mera superstizione.

Allora tutte le Sezioni Comuniste della regione insorsero violentemente, accusando il parroco di essere “Contro Cristo e la Madonna” (sic), e di voler privare il Popolo di certezza e salute, doni che da secoli le Formiche della Madonna dispensavano.

E il giorno della festa religiosa, l’8 settembre del ‘46, vennero da Bologna e da tutte le zone limitrofe, portando le loro grandi bandiere rosse prima in Processione e poi  stendendole sui prati  al posto dei lenzuoli per raccogliere le formiche miracolose

Poiché allora nel PCI era in voga lo slogan dell’Onorevole Donini “Il miracolo, arma dei preti“, probabilmente quella mistica reazione fu davvero il più grande prodigio accaduto sul Monte delle Formiche.

©Mitì Vigliero

Le vostre letture estive

di Placida Signora - 6 settembre 2010

 

Mi raccontate cosa avete letto di bello (o di brutto) quest’estate?

Funghi: Antiche, Stupide e Pericolose Credenze

di Placida Signora - 3 settembre 2010

Autunno tempo di funghi, sin dall’antichità uno dei cibi più apprezzati dagli italiani che da sempre però lo ammantano di riti arcani, sapendo che di funghi velenosi si può morire.

Da qui la nascita di bislacche e pericolosissime credenze, che purtroppo permangono nonostante oggi la raccolta dei funghi sia regolata anche con l’obbligo di mostrare ad esperti micologi gratuitamente a disposizione nei mercati e nelle ASL, le “prede” raccolte prima di mangiarle.

Plinio nel I sec. dC, scriveva che se i funghi nascevano in terreni contenenti “bottoni di metallo, chiodi da scarpa, ferri arrugginiti, panni putrefatti” diventavano velenosi perché la loro natura “è di assorbire qualunque veleno”.
Da qui la deleteria credenza che tutti i boleti raccolti in alta montagna o in boschi impervi, in territori cioè non contaminati dalla presenza umana, siano innocui.

Pier Andrea Mattioli, medico del ‘500, assicurava che “le persone avvedute distinguono benissimo i velenosi quando li preparano per la cottura. Infatti essi, tagliati, cambiano il loro colore più volte. Quando si spezzano diventano prima verdi, poi di color rosso nerastro e quindi blu scuro, che alla fine si converte in nero”.

Il verde (considerato anticamente color della pazzia, della disperazione e della bile malvagia) e il nero, colore mortifero diabolico, portarono allastupida credenza di cuocere sempre i funghi insieme a qualcosa di bianco come cipolla, mollica di pane o aglio (che se scaccia i vampiri vuoi che non debelli le Amanite Phalloidi?): se questi rimanevano chiari, non vi era alcun pericolo.

Giuseppe Pitrè, che pure era un medico, nel 1870, a proposito di avvelenamento da funghi scriveva “La vera cura è prevenire l’avvelenamento stesso assicurandosi dell’innocuità dei funghi. A tal’uopo per sincerarsi se siano o no velenosi, si bollisce con essi un cucchiaio d’argento. Se il cucchiaio annerisce, son velenosi; se no, no.”
E questa assurda usanza perdura tutt’ora in molte zone d’Italia nelle quali si usa anche mettere nella pentola dei funghi una o più monete di rame, aggiungendo batteri e veleno ad eventuale veleno.

Alcuni ancor’oggi giurano che i funghi mangiucchiati da chiocciole siano di sicuro buoni: conoscete forse qualche lumaca suicida?

Assicurano commestibili anche quelli che, cotti in abbondante prezzemolo, non lo tingano di giallo ; così come accertano ottimi quelli che, rosolati con un tocco di ferro, non lo corrodano: e quasi ovunque annientano (insieme alla famiglia e agli amici invitati a cena) ogni dubbio asserendo che, in caso di fungo sospetto, basterà sobbollirlo nell’aceto, unendo magari  piccioli di pera per cancellarne ogni veleno. Roba da matti…

E in caso di intossicazione, che dicono i folli esperti della domenica?
Che basta un poco di olio di ricino (Piemonte, Veneto), indurre il vomito con aceto e sale (Lazio), bere un decotto di origano (Sardegna, Liguria)…
Tanto varrebbe seguire il consiglio del medico Dioscoride (50 dC): “sterco di pollo impastato a miele e aceto”.

Per questo i siciliani cinicamente dicono “Ca’ mori per li funci, ‘un cc’è nuddu chi lu chianci”, chi muore per colpa dei funghi, non c’è nessuno che lo pianga: l’ignoranza incosciente spesso non fa pena.

©Mitì Vigliero

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