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Il Vero Capodanno

di Placida Signora - 31 agosto 2010


E anche quest’anno, a mezzanotte, scoccherà
quello che da sempre considero il  
Vero Capodanno.

E anche questa volta, come sempre, vi chiedo:

 Si è realizzato qualcosa di quello
che 
desideravate un anno fa?

E per questo Nuovo Anno,
cosa volete/progettate/sognate?

 

Senza Parole

di Placida Signora - 30 agosto 2010

Carnale Lettera d’Amore in Busta Color Crema: il Raviolo nell’Arte, dal Baciccio ai Futuristi

di Placida Signora - 27 agosto 2010

Quando si parla di Gavi Ligure, si pensa subito al vino; però la cittadina merita di passare alla storia anche per un altro importante e delizioso prodotto gastronomico italiano.

Nel XII sec. Gavi era terra di frontiera, passaggio obbligato dei trasporti fra Liguria e il resto dell’Italia settentrionale; i mercanti sostavano abitualmente a mangiare e dormire nelle numerose locande del paese la cui più famosa era l’“Hustàia du Raviò”, proprietà della famiglia Raviolo che fu la prima a brevettare ufficialmente quella pasta ripiena chiamata appunto “ravioli”.

Nel 1202 Gavi passò sotto il dominio della Repubblica Genovese e i ravioli divennero uno dei piatti più amati dalla Superba che in seguito li esportò, oltre che in tutta Italia, anche in Provenza, Corsica e America del Sud.

E quando nel 1528 una parte della famiglia Raviolo si traferì a Genova, venne ascritta alla nobiltà e scelse come stemma una forma per ravioli sormontata da tre stelle.Forse però non tutti sanno che i ravioli, nella loro storia, sono stati spesso strettamente legati all’Arte.


Ad esempio, il pittore Giambattista Gaulli detto Il Baciccio, impegnato a Roma dal 1669 al 1683 a decorare la Chiesa del Gesù, tirava fuori l’”estro inventivo” soltanto se il committente, il padre generale dei gesuiti Paolo Oliva, gli faceva trovare ogni santa mattina ad attenderlo sulle impalcature poste all’interno del tempio, un’enorme e bollente porzione di ravioli , l’unica cosa – secondo l’artista – “capace di dissolvere l’acre atmosfera dell’acqua ragia e dei colori”.

Invece Niccolò Paganini, nel 1838 scriveva nostalgico all’amico Luigi Germi:
Ogni giorno di magro e anche di grasso, sopporto una salivazione (l’aquolina in bocca, ndr) rammentando gli squisiti ravioli che tante volte ho gustati alla tua mensa”.
E nel 1840, pochi giorni prima di morire, da Nizza Marittima trovava la forza di scrivere entusiasta ad un amico la “sua” ricetta  dei ravioli, citata ormai come classica dai sacri testi della storia gastronomica.

Infine i ravioli furono protagonisti anche del Futurismo.

Nel 1931 Marinetti sconvolse l’Italia e gli stomaci italiani col “Manifesto della cucina futurista“,  dove per prima cosa (causa l’allora carenza di grano in Italia, che veniva importato carissimo dall’estero) riteneva necessaria “l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica” la quale, digerendosi in gran parte in bocca e non facendo lavorare pancreas e fegato, sviluppava nelle italiche menti “scetticismo, sentimentalismo, fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo“.

Ciò scatenò la rivolta nel genovese gruppo futurista “Sintesi”, tanto che Farfa, Gaudenzi, Picollo, Lombardo, Pierro, Verzatti, Lo Duca, Tullio D’Albissola e altri, il 15 gennaio del ’31 scrissero un’accorata supplica al Marinetti nella quale, pur accettando di dichiar guerra a “maccheroni, vermicelli, spaghetti e tortellini” chiedevano “fermamente” una dichiarazione di “leale neutralità verso i ravioli, ottimistici propulsori dinamici per i quali nutriamo profonde simpatie e doveri di riconoscenza e di amicizia”.

Marinetti si convinse ed il raviolo, che Farfa (Vittorio Tommasini) definì “carnale lettera d’amore in busta color crema”, si salvò così dal Progressimo rimanendo uno dei capisaldi dell’italica cucina.

© Mitì Vigliero

Cosa sta dicendo?

di Placida Signora - 26 agosto 2010

Strane Finestre

di Placida Signora - 25 agosto 2010

Nelle nostre città vale sempre la pena di camminare a volte con il naso all’insù, perché si possono fare piacevoli e curiose scoperte.

Per esempio ad Aosta, in piazza Roncas, su un lato della facciata di un antico palazzo è disegnata in trompe l’oeil una grande finestra da cui si affaccia una splendida dama bionda, vestita in azzurri abiti secenteschi, che ha vicino un  cagnolino bianco: si tratta di Esmeralda di Vaudan, moglie del marchese di Caselle Pierre Philibart Roncas (1629).
Il marito, innamoratissimo, volle che fosse ritratta così, in atteggiamento di affettuosa attesa, per poterla vedere ogni volta che si avvicinava a casa.

Invece a Firenze, all’incirca verso la metà di via Cavour, in un cortile interno a cinque metri d’altezza si trova una piccola finestra alla quale, tra due vasi di fiori, è affacciata una deliziosa bimba dai lunghi capelli che guarda il cielo tenendosi il volto fra le mani; non si muove mai di lì, perché è fatta di pietra.


(Foto ©Stefano Magherini)


Altra finestra simile si trova a Roma, in via Tiburtina poco prima di  San Lorenzo.

Fa parte di quello  che viene normalmente chiamato “il Palazzo Decorato”,  costruzione già di per sé affascinante per il bizzarro miscuglio di stili che lo caratteristico: uno stranissimo incrocio fra palladiano, rinascimentale, barocco…
A questa finestra, una bifora, si affaccia un anziano uomo dalla fluente barba riccia, berretto settecentesco  e un binocolo in mano; alla sua destra un’elegante signora e alla sinistra una ragazza in costume ciociaro: tutti e tre guardano per strada e ridono con gusto.
Attorno a loro una ricca tenda di pizzo: la cosa particolare è che tutte e tre le figure, tenda compresa, sono in terracotta rossa.


(Foto ©SanLorenzoRoma)

Una leggenda racconta che si tratti del proprietario del palazzo il quale, assieme alla moglie e una servetta, guardando passare sotto la finestra un funerale, schernì ridendo il corteo diretto al Cimitero Monumentale del Verano. Dio allora lì punì pietrificandoli.

In realtà la curiosa opera è da attribuirsi a Giuseppe Maria Sartorio, nato a Boccioleto in Valsesia nel 1854 e misteriosamente scomparso nel Mediterraneo  nel 1922, nel corso di una traversata a bordo di un piroscafo tra la Sardegna e il Lazio.  
E proprio Sartorio aveva fatto costruire quel palazzo, apreno al primo piano  la sua bottega – scuola di scultura.

Infine, sempre nella città eterna e stavolta in piazza Mattei, sulla facciata del palazzo che ha come numero civico il 17, c’è una finestra murata legata ad una storia che sta a metà tra realtà e leggenda.

Verso la metà del 1500 uno dei tanti Marchesi Mattei, giocatore incallito, riuscì a perdere in una sola notte una somma ingentissima.

Il suo futuro suocero, furibondo, gli disse che mai e poi mai avrebbe dato sua figlia in moglie a uno squattrinato incosciente e buono a nulla come lui.

Il Mattei allora, punto nell’onore, in una sola notte si fece costruire davanti a casa la Fontana delle Tartarughe , una delle più belle di Roma.

All’alba mandò a chiamare suocero e fidanzata e, facendoli affacciare a quella finestra disse: “Vedete cosa può fare in così poco tempo uno squattrinato buono a nulla come me?”.

Lo suocero lo perdonò e lui, per simboleggiare la fine della sua vita da scapestrato, fece chiudere per sempre la finestra.

©Mitì Vigliero

Ne conoscete altre?

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(Bruxelles, ©Elisolanda)

 

(Verona. Segnalata da Stefano. ©qui)


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