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I Paesi del Pane

di Placida Signora - 20 luglio 2010

Molti nomi di luoghi italiani traggono la loro origine dalle caratteristiche di vita che gli antichi abitanti - soprattutto contadini - vi menavano ; di certo a quei tempi non erano molte le pretese: bastava che ci fosse da mangiare grazie alla fertilità del terreno, e tutto andava ben.

Per questo Rivoli e il suo territorio, nel Medioevo, avevano come denominazione prediale “Bonodisnario”, “buon desinare”, e indicava quindi un luogo fruttifero, una terra che dava buoni prodotti così come, in Alta Val di Susa, troviamo una frazione di Fenestrelle che si chiama Chambons, “campi buoni”, alias produttivi.

Ovviamente simbolo del cibo e del relativo benessere era soprattutto il pane, elemento prezioso e sacro dal significato sempre positivo di felicità, benessere e salute.

Il toponimo Pamparato (anticamente Panparato) – ad esempio – è assai diffuso soprattutto in Piemonte dove troviamo Pamparato di Moncalieri, Pamparato di Dogliani, Pamparato di Ormea, Pamparato Madonna del Pilone (To).

Ma il più celebre è senza dubbio il delizioso Pamparato di Mondovì, dove una leggenda locale spiega così l’origine del nome.

Durante un lungo, estenuante assedio saraceno del 920, nel paese era rimasta un’unica pagnotta; allora gli abitanti la presero, la intinsero nel vino, la misero in bocca a un cane che spedirono fuori dalle mura.

I saraceni, vedendo il cane papparsi la pagnotta, convinti che di cibo gli assediati ne avessero a josa, dimostrando un’ottima cultura umanistica che li faceva ovviamente dialogare in perfetto latino durante gli assedi esclamarono: “Habent panem paratum!”, hanno il pane condito!
E delusi se ne andarono.
Per questo sullo stemma di Pamparato è raffigurato un cane che tiene in bocca la pagnotta e vicina una bianca colomba con ramoscello d’ulivo in becco, simbolo della pace e libertà conquistate.

In realtà il nome Pamparato pare che più semplicemente derivi da “paratus”, participio del verbo latino “parare”; ossia pane “pronto, apparecchiato” preparato cioè senza fatica,  perché sempre legato – in modo traslato – al concetto di “terreno fertile, produttivo”.

Ma se invece la sfortuna incombeva sui luoghi ove si abitava, ecco che i toponimi (che erano originariamente quasi tutti nomi di cascine divenuti ora frazioni) lo dichiaravano spietatamente.

Così si spiegano nomi come Mancapane (che troviamo sia in Valtellina che a Collecchio e Genivolta, vicino a Cremona), Piangipane (Ravenna), Pamperduto (Torino, Novara) o Pampuro (Mantova), che non significa “pane puro, raffinato” ma “pane solo, senza companatico”.

Il disagio e la miseria hanno anche ispirato i nomi di Mancalacqua a Verona; Mancasale a Reggio Emilia; i vari Guzzafame (a Como, Cremona, Brescia Milano) e Mancatutto (Milano Borgo San Gottardo), situazioni tristissime causate dal “terreno maligno” denunciato dal toponimo Malegno (Cividate Brescia) e dalla conseguente Malpàga (Milano, Brescia, Bergamo, Pavia), sino a ridursi come Poggio Povero (Lucignano) o, peggio, Poggio Mendico (Bibbiena e Arezzo).

©Mitì Vigliero

 Conoscete altri paesi dai nomi “alimentari”?

In Vacanza tra i Fantasmi

di Placida Signora - 19 luglio 2010

Ve ne state tranquilli in ferie, sparapanzati in luoghi ameni di mare, lago, monti, campagna…

Ma in realtà, cosa sapete di preciso di quei posti?

Chissà, magari proprio lì o nei dintorni aleggia qualcosa di strano, eccheggiano storie inquietanti

L’Italia pullula di luoghi e palazzi infestati da fantasmi; nel parco di Villa d’Este a Cernobbio, sotto i pallidi raggi della luna piena dicono s’aggiri uno spirito simile a un lungo velo di candido chiffon: si mormora appartenga a una ricca signora, lì uccisa nel 1940 da un ladro che giunse a mozzarle le dita per strapparle gli anelli.

Commovente è lo spettro della giovane figlia di Germano dei Gibelli, morta di dolore per non aver potuto sposare l’uomo che amava: talvolta si affaccia piangendo fra i merli delle mura del Castello di Valbona (Padova), ma la può vedere soltanto chi in quel momento soffre di pene d’amore.

A Soragna invece, nella Rocca dei nobili Meli Lupi vaga invece Donna Cenerina, fantasmessa menagramo: viva era Cassandra Marinoni di Brescia, sposa del Marchese Diofebo II Meli Lupi.
Bella donna dai capelli biondo cenere, fu uccisa nel 1573 dal cognato Giulio Anguissola; per vendicarsi appare ogni volta che un membro della sua famiglia sta per defungere. 

Invece nel Castello di Fumone (Frosinone) si sentono i passi di Emilia Caetani Longhi, antica proprietaria, che nel 1800 fece imbalsamare e coprire di cera il cadavere del figlioletto morto a 5 anni; poiché la salma è tutt’ora conservata lì in una teca di cristallo, da brava mamma affettuosa ogni notte la va a trovare.

Decisamente frenetici sono i due spettri che infestano i ruderi romani di Villa Pollio Felice a Sorrento: ad ogni plenilunio dal mare arriva una donna vestita di un bianco peplo che corre come una folle verso la villa, inseguita da un cavaliere nero su un cavallo nero pure lui che l’insegue senza mai raggiungerla. 

Nel Museo di Benevento imperversano ben due fantasmi; il primo è quello di un ragazzino  maligno detto Scazzapurrel, indossa un berrettino rosso e si diverte a terrorizzare solo i suoi coetanei: il secondo è lo spirito fosforescente di un Monaco perennemente in fuga, con tanto di abito svolazzante.  

A luglio chi si avvicinerà al Lago dell’Accesa (Grosseto), vedrà le acque incresparsi di colpo e strane luci provenire dal fondo, insieme a suoni che paiono urlanti voci soffocate; pare provengano da un villaggio etrusco sommerso (intorno al lago sono state scoperte recentemente grandi tracce di stanziamenti etruschi) .

Invece a Scandicci (Firenze) vicino all’autostrada si trova il palazzo Castelpulci, ex manicomio dove – tra gli altri - morì nel 1932 il poeta Dino Campana; si racconta che alla fine dell’800 molti pazienti venissero utilizzati come cavie per strani esperimenti medici e, se morivano, erano seppelliti di nascosto nel parco: le loro ombre furono più volte viste sbirciare dalle finestre del triste edificio. Ma ora è in pieno restauro e destinato a sedi più amene, e forse le infelici se ne sono andate fortunatamente in pace per sempre. 

Infine, se nel Castello di Illasi (Verona) ogni 23 agosto a mezzanotte attorno al biliardo si svolge un’avvicente e rumorosa partita fra giocatori invisibili, nelle strette strade di Pontremoli che conducono alla fortezza del Piagnaro, fra le ore 24 e le 3 dei pleniluni estivi si potrebbe incontrare un Lupo Mannaro che si morde le mani e strappa i capelli ululando disperato; per salvarsi bisogna tacere e ignorarlo onde evitare anche figuracce poiché, anziché in un licantropo, può darsi benissimo che vi siate imbattuti in uno scrittore sconfitto al Bancarella.
 
© Mitì Vigliero

Ne conoscete altri?

Placide Segnalazio’ (In Progress)

di Placida Signora - 18 luglio 2010

Cose belle scritte da gente bella e brava:

- L’Incrocio, di Mitia (ovvero, l’arte del narrare)

- Piastrelle, di Lyza (ovvero, il vero erotismo è eleganza e pensiero)

- Panchine, di Niki Costantini (ovvero, la poesia dei ricordi)

- Playing silence, di Noeyalin (ovver, l’ode al silenzio)

- Per giunta, di MrPotts (ovvero, come fare venire voglia di leggere antichi testi religiosi)

- Secondo me no, di Viadellaviola (ovvero, di librerie e persone in libreria)

- La misura, di Sba (ovvero, caldo e amicizia)

- Sull’integrazione e il clima, di Maia (ovvero, una fiorentina a Cuneo)

- SPOILER – Tutte le cose di Lost che non sono state spiegate, di Sauro Sandroni (ovvero, come rendere più divertente un mito televisivo)

- La sposa sono io, di Simone Tolomelli (ovvero, il diario di un futuro sposo su Donna Moderna)

- Locale e globale, di Stefano Epifani (ovvero, l’amore per una terra incarnato in una nuova rivista)

E poi

- il blog Schegge di Liberazione

- il blog Fashionar ound

- Le ricette di Elena Chesta

- Recycling Art

- AF Immagini (lo studio e le foto di Franco Pastorino)

- Le foto di Lawrence Oluyede

Malinconico Zapping: alla Ricerca del Tempo Perduto, con un Telecomando

di Placida Signora - 17 luglio 2010

 

Interminabile pomeriggio d’estate in città. Persiane socchiuse alla ricerca d’un po’ d’ombra, il ventilatore che ronza muovendo aria calda.

La macaja abbassa sia la pressione sia la lucidità mentale; l’unica è stare sdraiati sul divano con in mano il telecomando e guardare la tv in uno zapping distratto.

Non so manco che canali siano: sono troppi. 
Ignoro che cosa sia quello che sto vedendo; so solo che sono cose vecchie.
Vecchi film, vecchi telefilm, spezzoni di vecchi spettacoli.

Come l’ennesima replica su una tv locale de La casa nella prateria, che l’ennesimo zap mi mostra. Io e Laura Ingolls siamo quasi cresciute insieme; guardavo recitare Laura bambina ed ero bambina come lei.

Ora mi fa un certo effetto vederla cristallizzata a dodici anni, con le treccine e la vocina, mentre io potrei essere pluricomodamente sua madre.

Altri zap frenetici, altro film in bianco e nero: Cerasella, con Marisa Allasio. In una sequenza sfoggia un abito a strisce chiare e scure, vitino di vespa, corpetto a scollatura quadra, gonna larga.

E di nuovo all’improvviso ricordo e mi rendo conto che è identico, ma proprio identico, a quello che indossava mia madre in una foto in bianco e nero scattata a Portovenere.
Era la fine degli anni ‘50, e quel vestito è stato per anni appeso in un armadio in campagna. Chissà che fine ha fatto.
Le strisce erano color avorio e salvia; di quello dell’Allasio ignoro la tinta, il film è in bianco e nero, come la foto di mamma, come quasi tutti i ricordi di quelli della mia generazione.

Ma guarda un po’ che roba.
Marcel Proust ritrovava il suo tempo perduto mangiando madeleinettes: io ritrovo il mio facendo zapping col telecomando.

Invece che quel gioco da bambini, il “filo di parole” – dove una parola ne richiama un’altra - mi metto a fare il “filo delle immagini“, che richiamano ricordi. Un gioco dell’anima.

E con un altro zap-madeleinette ecco comparire Enrico Simonetti: anno 1966, gli orecchioni.
Li avevamo presi in contemporanea io (9 anni) e mio fratello (6 anni); ricordo noi due insieme nel lettone dei genitori a guardare Il signore ha suonato?, uno spettacolo musicale.
Simonetti raccontava buffe favolette accompagnandosi al piano e noi ridevamo mentre nostra madre piangeva: perché fa malissimo ridere con la faccia gonfia per gli orecchioni presi a 30 anni.

Rifaccio zap ed ecco Il cow-boy col velo da sposa, titolo idiota per un film molto carino; la prima volta che lo vidi fu alle medie, a scuola, Istituto Sant’Anna, via Massena Torino.

Due volte al mese, al pomeriggio, le monache “facevano cinematografo” per le allieve; un’orda di femmine dai 6 ai 18 anni stipate in auditorium a guardare pellicole romantiche e dolci: Tutti insieme appassionatamente, Sette spose per sette fratelli, FBI operazione gatto, Piccole donne, Pollyanna

Ricordo che per noi, allora, il film era bello solo se l’ultima sequenza si chiudeva con un bacio fra il lui e la lei protagonisti principali.

Che sceme eravamo.

O forse no?

©Mitì Vigliero

E voi avete madeleinettes televisive legati a particolari ricordi della vostra infanzia?

Storia dei Costumi da Bagno Femminili: dai Gonnelloni ai Fili Interchiappali

di Placida Signora - 16 luglio 2010



(immagine tratta da Swimsuits & Bathing Beauties Through Time)

L’uso di frequentare d’estate le spiagge “organizzate” nacque nel 1700, quando vennero scoperte le proprietà terapeutiche dei bagni in mare.
Gli uomini entravano in acqua nudi, le donne indossando sottovesti di flanella a maniche lunghe.

Nel secolo XIX andare al mare divenne invece una  moda oltre una sana abitudine, per questo i costumi da bagno si tramutarono in un vero e proprio capo d’abbigliamento.

Quello maschile era solitamente composto da un paio di mutandoni con sopra una lunga maglia a maniche lunghe; quelli femminili avevanolarghi mutandoni altezza cavigliegonnelloni con sottovesti, lunghe casacche con maniche a sbuffo sino al gomito (e sotto camiciole e camicine), cuffiette di stoffa sul cranio, calze nerescarpette gommate.
Le signore e signorine più vanitose, o le più burrose, sotto si strizzavano in strettissimi busti di gomma.

I colori predominanti erano il nero, il blu e il rosso; le fantasie erano rigorosamente a righe bianche e rosse o bianche e blu e i costumi erano tutti in lana spessa che in acqua si inzuppava e allungava diventando una pesantissima zavorra.

Dal 1890 i più audaci ( e il più pratici) d’ambo i sessi iniziarono a dare dei tagli alle lunghezze; i mutandoni arrivarono al ginocchio così come le gonne e le maniche, e poco per volta sparirono calze e scarpette.

Una piccola rivoluzione avvenne ai primissimi del Novecento in Franciagrazie al sarto Paul Poiret detto Le Magnifique, che impose per uomini e donne costumi sempre di maglia, ma più aderenti.

Nel 1906 una nuotatrice australiana, Annette Kellerman, si presentò a una gara negli USA indossando un costume intero fatto a tutina che lasciava scoperte le cosce: fu arrestatamultata e immediatamente rimpatriata con foglio di via.

Ma ormai la corsa alle forbici era tratta.

Nel 1915 nacquero in Francia le prime fabbriche/case di moda specializzate in costumi come la Erté; nel 1920 Coco Chanel, imponendo la moda della donna bella solo se tutta abbronzata, lanciò sul mercato pantaloncini corti sopra al ginocchio e parti superiori decisamente scollate; nello stesso anno in America veniva inventato il primo costume in maglina “elasticizzata” (detto “modello sirenetta”) che permetteva ampie scollature anche sulla schiena.

Negli anni ’30 nacquero gli antenati del due pezzi; pantaloni corti legati a corpetti tramite sottili strisce di stoffa (per curiosità la prima italiana ad indossarli al mare, con grande scalpore dell’opinione pubblica e gran divertimento di Pirandello, fu l’attrice Marta Abba); fu allora che nacquero anche i lunghi accappatoi in spugna che permettevano alle bagnanti di uscire dall’acqua e coprirsi immediatamente senza dare scandalo.

Nel 1939 la casa di moda Jantzen lanciò il primo due pezzi “ufficiale”; il reggiseno era in realtà un bustino che copriva l’ombelico (e che solo nel‘49 divenne un reggiseno vero e proprio), mentre i pantaloncini arrivavano sotto l’anca; ma l’idea di quel costume era stata presa da quello in maglina nera e considerato audacissimo che Greta Garbo indossava nel film “La donna dai due volti” (1934)

Ma una rivoluzione era in agguato.

Mentre il mondo femminile impazziva per i magnifici e sensuali costumi indossati da una giovanissima Esther Williams nei suoi film,

il 2 luglio 1946 gli americani sperimentarono, con grande scalpore, le bombe all’idrogeno, facendole esplodere in un atollo della Micronesia: Bikini.

Pochi giorni dopo (e precisamente il 5 luglio) a Parigi, ai bordi della piscina Molitor, un sarto francese allora assolutamente sconosciuto -Louis Réard- lanciò un’altra bomba: un costume in due pezzi, che lasciava totalmente scoperto l’ombelico, chiamato appunto “bikini”.

In realtà, storicamente non fu una novità: l’avevano già “inventato” gli antichi romani nel IV sec. dC, come dimostrano gli splendidi mosaici di Piazza Armerina.

Nessuna modella famosa volle sfilare con quella robea svergognata, e così Rèard lo fece indossare a una ballerina-spogliarellista del Casino, Micheline Bernardini; non era una gran bellezza, ma nel giro di un mese la fanciulla ricevette, grazie alle foto che fecero il giro d’Europa, ben 50 proposte di matrimonio.

Nel 1947, le concorrenti di “Miss Italiasfilarono tutte indossando il bikini (per la cronaca, vinse Lucia Bosè); da allora, tutte le donne dello spettacolo fecero a gara a indossare due pezzi sempre più succinti, intendendoli come strumento di seduzione: indimenticabili le immagini anni ’50 dell’imbronciata e meravigliosa Brigitte Bardot sulla spiaggia di Saint Tropez che sfoggia il primo bikini con reggiseno a balconcino a leziosi disegnini bianchi e rosa, con pizzetti loliteschi.


(*)

Nel 1953 sempre la vulcanica mente di Réard inventò il “reggiseno disco volante”, che stava miracolosamente su senza bisogno di spalline e il pezzo di sotto a guaina (Sexyform) che altrettanto miracolosamente spostava all’insù le natiche.

Nel 1956 Marisa Allasio sconvolse i sonni maschili indossando nel film “Poveri ma belli il bikini più succinto della storia di quegli anni; modello immediatamente copiato dalle più grandi case, che mise in allarme i custodi della pubblica morale: sulle spiagge italiane giravano carabinieri in coppia, muniti di centimetro, che avevano il compito di misurare le dimensioni dei bikini indossati dalle bagnanti.
Le “misure” variavano da regione a regione e se erano inferiori al lecito, come accadde ad Anita Ekberg nel 1956 a Ostia, si veniva fermate, portate in caserma, sottoposte a verbale e multate per oltraggio al pudore.

Negli anni Sessanta il bikini venne finalmente accettato dalla morale comune e divenne indumento da indossare senza alcun clamore, forse sdoganato defintivamente dalla splendida Ursula Andress in 007 Licenza d’uccidere.

Nel 1968, ufficialmente seguendo le norme femministe che in nome della libertà e parità sessuale imponevano il rogo ai reggipetti, sempre le attrici lanciarono la moda del topless: in Italia la prima a mostrarsi pubblicamente a tette al vento sulle spiagge fu Laura Antonelli (eh no, la foto dello storico evento non l’ho trovata, mi dispiace ;-).

Nel 1972 , sulla spiaggia di Ipanema (Rio de Janeiro) la signora italo-brasiliana Rose Di Primo, per farsi notare in una festa in spiaggia, modificò la parte di sotto del suo bikini inventando il “tanga”: la cosa ebbe un clamore enorme tanto che la leggenda vuole che la poveretta, sconvolta da tanto scalpore e cacciata ignominiosamente dalla famiglia, si chiudesse in convento.

In compenso da allora furono migliaia le brasiliane che indossarono provocatoriamente il tanga, nel tempo talmente ristretto sino a diventare perizoma o decisamente “filo interchiappale”®, come parte inferiore del costume; la moda, nata per i piccoli e sodi sederini delle brasilère, arrivò ben presto in Europa e ancora permane anche su chiappone mediterranee ahimé non sempre perfette.

©Mitì Vigliero

E voi che costumi preferite?

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