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Il Bon Ton delle Vacanze e un Test

di Placida Signora - 13 giugno 2010

Andare in vacanza è cosa sacrosanta e necessaria; a patto però di non dimenticare a casa il Bon Ton, che altro non è se non la semplice Buona Educazione.
Ecco quindi alcune regole facili da seguire, affinché le nostre ferie non si tramutino per gli altri in una sorta di incubo.
 

IN MONTAGNA

Escursioni.
Se accettiamo di partecipare ad un’escursione collettiva, informiamoci bene prima di ciò che ci aspetta; la “passeggiata facile e in pianura di circa un’oretta” proposta da agenzie di soggiorno locali è giudicata e misurata con la mentalità di chi scarpìna tutto l’anno.
Quindi prendiamo coscienza che l’”oretta” facilmente sarà composta di 180 minuti minimo e che la “pianura” per chi abita sopra quota mille equivale, per le abitudini di normali cittadini padani, a un’ascensione del grado.
Ergo siamo onesti con le nostre effettive capacità sportive onde evitare di tramutarci in piaghe geremianti “Oddio che male ai piedi oddio che caldo oddio non ce la faccio più oddio chi mi tiene lo zaino oddio  chi mi prende in braccio…”, rovinando tutto il divertimento a chi sportivo lo è sul serio.

Mountan bike.
In molte zone è concesso fare gite in montan bike; le biciclette sono certamente più ecologiche e meno fracassone di una moto da cross, ma debbono ugualmente essere usate con criterio.
Evitare quindi di attraversare a mò di razzo prati in cui placide famigliole di escursionisti stiano facendo pic nic, tagliando magari di netto con le ruote la torta di mele amorevolmente posata sul plaid; seguire i percorsi segnati senza cercare vie alternative (gli elicotteri di soccorso alla ricerca di villeggianti temerari finiti in burroni non solo sono fastidiosi per il rumore, ma soprattutto costano un sacco di soldi alla società).
Infine, quando si raggiunge la strada normale, è bene rammentare che in quel momento la bici è un mezzo di locomozione assolutamente simile agli altri motorizzati e che il rispetto del codice stradale vale anche per lei.

Prati, boschi e pascoli.
Evitiamo di raccogliere fiori e frutti selvatici, anche perché ormai nell’80% dei casi se ci beccano ci danno una multa da levar la pelle.
Non attraversiamo campi coltivati, non lasciamo cartacce e rumenta varia sul terreno, non ficchiamo il naso in baite o malghe ove non vi sia la particolare indicazione di punto di ristoro (ormai il montanaro solitario ma cordialissimo che offre gratuitamente formaggi e vino all’escursionista capitato lì per caso, è un personaggio leggendario quanto le caprette di Haidy che fanno ciao cordiali pure loro) e soprattutto, se troviamo mucche al pascolo, non tramutiamoci in emuli di Dominguin: le corna di mucca fanno altrettanto male di quelle di un toro, olè.  

Silenzio
Chi sceglie i monti anziché il mare solitamente lo fa perché ama sentire attorno a sé solo suoni assolutamente naturali e a bassa modulazione.
Quindi evitiamo di berciare, urlare, sciamannare, giocare con suonerie del cellulare, tenere musica a tutto volume mentre passeggiamo per verdi sentieri; oltretutto terrorizzeremo anche gli animali selvatici, che dell’importanza economica del turismo giustamente se ne impipano alla grande.

AL MARE

Bagni.
Non ci si butta in acqua prendendo una rincorsa chilometrica, urlando “banzai!” come kamikaze, tuffandosi con immensi splash e atterrando direttamente sull’ignara signora sdraiata sul materassino.
Non si corre  in riva al mare con la grazia d’un branco d’elefanti, sparando sassolini ovunque, disintegrando castelli di sabbia, lanciando in aria le ciabattine di gomma lasciate dai bagnanti immersi in acqua e spiaccicando corpi a bagnomaria.
Non si urla “affogo!” se non è vero: la prossima volta il bagnino potrebbe diventare improvvisamente sordo.

Bambini.
Creature deliziose e tesorucci santi, lo sanno tutti; l’importante è che siano tenuti a freno per evitare di scatenare nei vicini d’ombrellone feroci complessi d’Erode.
Quindi teniamoli d’occhio, evitando che galoppino come pazzi ovunque saltando a piè pari sugli addomi di altri bagnanti stesi al sole, che spruzzino acqua a mo’ d’idranti impazziti e soprattutto che ululino come indiani.
A quelli sotto i 4 anni è concesso circolare nudi, poiché è comprensibile che le Mamme in meritate ferie considerino un’impresa massacrante sciacquare alla sera un costumino di cm. 10×3.
Però ricordiamoci anche che i piccini in spiaggia hanno spesso improvvisi bisogni fisiologici e non è carino che i genitori distrattamente li incitino con gesto vago e distratto a “farla lì”, anche perché “” per un infante può essere benissimo una borsa di paglia appoggiata alla sdraio o un paio di gambe stese al sole; va bene che la pupù e la pipì dei bambini è robina d’angelo, ma il risultato è il medesimo della robaccia adulta.

Costumi
Esistono costumi interi con collo a dolcevita, spallotte imbottite e mezze maniche; in compenso hanno sgambature che attraversando di netto le natiche arrivano sin sotto le ascelle a fare il solletico.
Bruno Lauzi era solito dire “Un tempo in spiaggia per vedere un paio di chiappe dovevi aprire un costume; ora per vedere un costume devi aprire un paio di chiappe”. E ciascuna, prima di esibirle, sia cosciente delle chiappe sue.
Lo stesso vale per il topless: ognuna è libera di mostrare ciò che vuole quanto vuole. Consiglio solo un preventivo esame di onesta autocritica fatta in solitudine di fronte allo specchio; poi facciamo come vogliamo, però poi non protestiamo se sentiremo alle nostre spalle commenti sarcastici o conati sospetti, eh?

Vicini d’ombrellone
Non è detto che convivere seminudi al sole sia un buon motivo per dimenticare il bon ton; essere vicini d’ombrellone può condurre forse a una piacevole conoscenza, ma non a una intollerabile invadenza.
Rispettiamo perciò gli angusti i confini senza debordare negli spazi altrui, e soprattutto evitiamo richieste continue stile “Mi passa il suo accendino e una sigaretta? Posso prendere il suo materassino? Mi dà il suo asciugamano che il mio è bagnato? Ha mica dello shampoo? Un pettine? Della crema solare? Me la spalma sulla schiena? E’ arrivata mia cognata, più o meno ha la sua taglia: ha mica un costume da imprestarle, magari un paio di zoccoli, l’accappatoio e già che c’è anche la sua sedia a sdraio?”

IN ALBERGO
Che si trovi al mare o ai monti, anche se paghiamo una pigione non è casa nostra.
Ergo non presentiamoci a colazione in pigiama o bigodini in testa, non stravacchiamoci su divani e poltrone comuni, non invadiamo lo spazio vitale degli altri ospiti, non cerchiamo in ogni modo di renderci “simpatici” a tutti organizzando gare di limbo o cirulla obbligando gli altri a prendervi parte.
Se dobbiamo seguire una dieta speciale, accordiamo prima con la Direzione; non critichiamo a voce alta i cibi serviti al ristorante (magari agli altri piacciono moltissimo) ed evitiamo di variare quotidianamente i menù solo perché le cose presentate ci sono sconosciute o non ci convincono come nome.
Se stringiamo amicizia con altri ospiti, ricordiamoci che esiste la discrezione; niente domande troppo private, bando ai pettegolezzi, niet agli sfoghi personali.
E soprattutto evitiamo di raccontare malattie trascorse o vigenti, operazioni subite, lutti e tregende varie: la gente quando è in vacanza vuole solo rilassarsi ed essere allegra.
Per soffrire, ha poi tutto il resto dell’anno.

TEST

E tu che vacanziero sei?

1) Appena arrivi in albergo, come prima cosa
A  vai alla reception.
B  impieghi mezz’ora a radunare gridando bagagli, moglie, figli, nonna e cane
C  sbraiti a voce altissima “Ma che mortorio ‘sto posto!”

2) Arrivato sulla spiaggia, ti senti
A   un bagnante
B   il protagonista di un film dei Vanzina
C   Attila

3) Quando parti per la spiaggia o per un’escursione in montagna, le cose ti porti porti dietro potrebbero essere contenute:
A    in una sacca da golf
B    in un carrettino siciliano
C    in un Tir

4) Alla fine di una giornata tarscorsa all’aperto, ti accorgi che non c’è un contenitore della spazzatura. Così tu
A   Infili i tuoi rifiuti in un sacchetto e te li porti via
B   Infili i tuoi rifiuti in un sacchetto e li lasci lì.
C   Perché mai dovresti infilare i tuoi rifiuti in un sacchetto?

5) Alle parole stabilimento balneare e rifugio montano tu abbini le parole
A   Luoghi pubblici
B   Casa tua
C   Circo Barnum

6) Per te la vacanza è
A   salubre evasione
B   puro divertimento
C   una fatica boia

7) Con i vicini d’ombrellone o gli altri ospiti d’albergo
A   sei sempre discreto, gentile e sorridente
B   instauri rapporti di estremo cameratismo
C   quali vicini? Quali ospiti? Quando arrivi tu non c’è mai nessuno…

 
Risultati risposte:
Maggioranza di A: Sei il vacanziero perfetto, tranquillo ed educato: un sogno, insomma.
Maggioranza di B: Sei simpatico e allegro, anche se tendi un po’ all’invadenza.
Maggioranza di C: Perché l’anno venturo non affitti un’isola deserta dove andare in vacanza assieme ad amici tutti uguali a te?

©Mitì Vigliero

Ve ne vengono in mentre altre di “regole” di Bon Ton vacanziero ?

Perché si Dice: “Giornata Nera”

di Placida Signora - 11 giugno 2010

Quando sbottiamo dicendo “Oggi è stata una giornata nera!“, difficilmente ci rendiamo conto di star parlando esattamente come un antico romano.

Il calendario dei Romani, infatti, considerava un giorno di ogni mese infausto: e in quel giorno era sconsigliabile – se non addirittura proibito – intraprendere qualunque azione importante sia privata che pubblica.

Il periodo più propizio alla giornata infausta poteva essere dopo le idi (che cadevano il 13° o il 15° giorno del mese), dopo le none (5° o 7°) o dopo lecalende (il 1° del mese).

Ma poiché il calendario romano era mobile e complicatissimo, ossia aveva sì i giorni fissi di none, calende e idi, ma gli altri variavano di lunghezza e venivano definiti a seconda della distanza dal giorno fisso successivo ( l’avevo detto che era complicato no? ;-) si può dire che giorno infausto poteva essere il 14, o il 16, o il 2, o il 6 o l’8.
Più o meno.

In ogni caso c’erano nell’anno i giorni ufficialmente infausti, quelli in cui – nel passato – erano accaduti avvenimenti tragici per la comunità e l’Urbe tutta: sconfitte di eserciti, disastri naturali, invasioni nemiche, incendi ecc ecc.

E poi c’erano i giorni privatamente infausti, quelli cioé in cui ogni romano nel suo piccolo aveva subìto o vissuto personamente una disgrazia particolare (fallimento, lutto, malattia ecc ecc).

E i Romani - da bravi superstiziosi – sui loro calendari personali (erano tavolette in pietra) segnavano diligentemente in bianco legiornate particolarmente positive, felici e allegre; in nero (in lat. ater) quelle tristi o sfortunate dette – proprio dal colore del segno - dies atros :giorni neri.

©Mitì Vigliero

E voi, avete una data da segnare come “giornata nera”?

Estati Bambine

di Placida Signora - 10 giugno 2010

L’Estate è quella che io e mio fratello, quando eravamo piccoli, chiamavamo “la stagione Bagnifica”.

Vivevamo a Torino allora, e l’idea dei quasi tre mesi che avremmo trascorso tra la Margarita in campagna,  e Rapallo e San Fruttuoso , dove avevamo la cabina (la numero 10, solo 10 cabine in quel micro stabilimento), per noi era un sogno come i gamberoni rossi.
 
Diventando grandi si abbreviano, oltre gli anni a disposizione, anche le vacanze e, di conseguenza, le estati; gli esami universitari sino a luglio inoltrato, poi il lavoro, la cosiddetta vita adulta, i problemi, le responsabilità varie che impediscono per sempre l’assoluta incoscienza, il dolce far nulla, il nulla pensare di cui è fatto quel magico, irripetibile mondo delle nostre estati bambine
 
Ma ve li ricordate voi, quei giorni?

Quei mesi, anzi, passati al mare, in montagna, a casa dei nonni in paese, anche in città, ma senza la scuola era come fosse “altrove”…

Non aveva importanza dove: era importante come.
 
Era importante svegliarsi la mattina e pensare solo a quello che avremmo forse potuto fare, agli amici che ci aspettavano “al solito posto”; nessun progetto, nessuna programmazione: le giornate volavano via , così, tra risate, corse, nuotate, passeggiate, discorsi leggeri, null d trascendentale: solo lievità.
 
Le soste a tavola per pranzo e cena, velocissime, con le gambe che già volevano correre via.
 
Energia inesauribile, era impossibile stancarsi; impossibile staccarsi dalla “compagnia”, foss’anche stata copmposta da soli 3 individui, era vitale.

Ricordo nitidamente i vari punti d’incontro; il muretto che cingeva lo slargo sotto casa mia al mare e la lunga panchina di legno appoggiata alla casa dei cugini a Margarita.
 
Ci trovavamo lì, ufficialmente per decidere cosa fare, in realtà per stare insieme a ridere, e anche litigare, e pure farsi balzare il cuore in gola quando arrivava il ragazzino dagli occhi belli o la ragazzina dai ricci biondi.
 
Ora guardo quel gruppetto di ragazzini – a occhio, dai 7 ai 14 anni – che a scuole quasi finite, già si raduna al pomeriggio, tutti appoggiati a un muretto sotto casa mia.

A parte i vestiti e i capelli lievemente inconsulti e le parolacce (ma quante ne dicono?), sono uguali le voci, gli sguardi, i gesti, le espressioni.

Quelli delle mie estati bambine.

©Mitì Vigliero

E voi, cosa ricordate delle vostre?

Fatacarabina: io mi ricordo le giornate al mare, si partiva con la seicento strapiena di ombrellone, sdraio, roba da mangiare e si stava tutto il giorno a giocar con le biglie e io tornavo sempre scottata. O le giornate a pescare sul canal bianco, c’era un cimitero abbandonato con un albero di fichi oltre l’ingresso e per mangiar quei fichi quanti giochi e quanta paura con le storie dei morti :)

Astrid/Astridula: interminabili partite a pallavolo e a baseball, e l’estate di italia ‘90 in cui ci inventammo il nostro personale stabilimento balneare dietro casa della mia amica, con la piscinetta di gomma e le sdraio, si chiamava il “club higuita”. al mare con i miei rigorosamente in spiaggia libera, merenda con pane e nutella e poi mi portavano a vedere l’acquasplash di lignano (uno dei primi parchi acquatici d’italia, se non il primo). dico a vedere perché lo si guardava dal di fuori, non ci sono mai entrata…

Minchi: Io mi ricordo i castelli di sabbia fatti con mia mamma sul bagnasciuga, quelli per intenderci che si fanno facendo colare della sabbia bagnata dalle mani

Elena Chesta: il profumo di caffè che sentivo arrivare in camera mia, dalla cucina. E i passi di mio nonno, che veniva a vedere se io e mia sorella dormivamo ancora. Poi, il caffelatte preso da sola, leggendo i bugiardini delle medicine. E ridendo a ogni “Tenere fuori dalla portata dei bambini”.

Miro: io ricordo la noia interminabile dei pomeriggi di città nelle giornate di afa con le tapparelle tutte abbassate e le finestre chiuse per tenere fuori il caldo. la luce del lampadario accesa nel pieno del pomeriggio a dar fastidio agli occhi. mia mamma che alle quattro tirava fuori l’anguria gelata dal frigorifero e la tagliava a fette sula tavolo di formica della cucina. le mani appiccicate e io e mio fratello a sputarci i semini addosso. poi finalmente si andava in montagna e la noia andava a trovare qualcun altro

Ale sandra: io mi ricordo questo

Tourettina: e giornate di Giugno al Grest nel cortile di S.Lorenzo, sotto casa (l’oratorio più piccolo del mondo, credo). Casa della nonna tra i campi, a Costalunga, tra esplorazioni, cacce al tesoro, rialzo, cricket, l’adorato cugino Sandro che, sotto i pini, suonava per me il flauto e mi insegnava a leggere le note, e poi Luglio al mare, le passeggiate con il babbo nella pineta di Punta Ala, le schiaccine, le torte di sabbia guarnite di gusci di pinoli e aghi di pino…

Noeyalin: Undici anni a Marina di Carrara con i miei, di cui probabilmente otto o nove inaugurati da un pianto disperato per non voler partire e lasciare le amiche a casa (andavamo in ferie in luglio e non in agosto come tutti). Non amavo i “gruppi del mare”, ma adoravo le giornate che potevo passare a farmi divorare dai libri…prima di partire ne preparavo a decine sul letto di casa, ne portavo via solo alcuni, quelli che potevo, e man mano che finivo di leggerli mio padre – che faceva la spola tra la casa al mare e il lavoro – mi riforniva di quelli che erano già pronti. Una lettura così vorace e ricca è ormai un sogno, ma che bello potercisi dedicare totalmente in spiaggia!

Simple: Ricordo mattinate intere nella tenda montata in giardino a giocare al campeggio con i vicini di casa e pomeriggi infiniti nella piscina comunale dalla quale ci buttavano fuori due giorni su tre perché era passato da un pezzo l’orario di chiusura. Le vacanze al mare non erano la parte più divertente, mancavano gli amici.

Mimosafiorita: e mie estati al paese insieme ai miei cugini, rubavamo le biciclette dei grandi ci salivamo in tre, e via a scorazzare con incoscienza sulla strada provinciale, lì ci ha messo lo zampino Santa Pupa se siamo qui a raccontarlo, e quando pasticciavamo con la farina e cominciavamo a tirarcela addosso, con la scusa di aiutare la mamma e la nonna che preparavano le ciambelline al vino per Ferragosto, giocare a nascondino e arrampicarci sugli alberi per nasconderci, e poi chiamare in aiuto un grande perché non eravamo capaci di scendere e prendere al volo una sculacciata.

Marzipan: Mi ricordo: le persiane accostate per fare ombra mentre noi dovevamo fare il riposino a letto, ma non avevamo sonno; i film in bianco e nero che la Rai dava al mattino durante la Fiera di Roma,un lusso inaspettato; i libri letti allungata su un gradino di marmo che mandava un po’ di fresco; il lago di Castelgandolfo, verde e profondo, dove non ho imparato a nuotare; i vestiti sbracciati e i capelli raccolti in trecce perchè fa troppo caldo; la fontanella sotto casa dove andare a prendere l’acqua perchè lì era più fresca.

Tittieco: Ricordo il mese di luglio: i “bagni Michelini” di Genova Palmaro, all’ora di pranzo l’odore di salmastro mischiato a quello di frittura di pesce , la granita alla menta delle 5 pomeridiane noi bambini in fila ad aspettare il nostro turno e la signora Amelia dalla pelle abbronzata e coriacea,proprietaria del piccolo stabilimento balneare, che “grattava” i pezzi di ghiaccio con una speciale “macchinetta” che magicamente si trasformavano in granita al sapore di menta, arancia, tamarindo…


Le Patate Soffiate di Nonsochi: le Ricette di Casa Placida

di Placida Signora - 9 giugno 2010

Ecco un altro foglietto pescato dal solito libro ; ignoro da chi sia stato scritto, però la grafìa è abbastanza chiara.
Fortunatamente per i miei occhi e la mia pazienza ;-)

Allora:

1/2 kg di patate
1 tazza di farina
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
olio da frittura
sale

Metti le patate lavate e non sbucciate in una pentola piena di acqua fredda, fai bollire per 20 minuti.
Una volta cotte, sbucciale, passale al passaverdura e raccogline la polpa in una scodella.
Sala e fai raffreddare.
Una volta ben fredda, unisci prezzemolo e farina. Mescola e lavora poi con le mani sino a quando la purea non si attacca più alle dita.
Formane una palla: col mattarello stendila sul tavolo in una sfoglia di mezzo centimetro.
Con un bicchiere piccolo  ritagliane tanti tondini, gettali nell’olio bollente e vedrai che si gonfieranno. Appena gonfi e dorati, toglili dall’olio e asciugali bene, esattamente come fai con le patate fritte.

©Mitì Vigliero

Vans il Mago: una Misteriosa Storia Torinese

di Placida Signora - 8 giugno 2010

Una delle strade più antiche di Torino è Via dei Mercanti; al numero 9, c’è una bella casa del XV sec. conosciuta come Palazzo Romagnano.

Qui, nella metà dell’Ottocento, al terzo piano si trovò per molti anni il frequentatissimo studio-abitazione di Vans Clapié, strano personaggio originario di Chieri.

Lo chiamavano Il Cinese, per via dei viaggi fatti in Oriente causa il suo precedente lavoro, il commerciante di stoffe: ma soprattutto era conosciuto come Il Mago.

Due le sue specialità, entrambe – a suo dire – imparate in Oriente: quella di guarire le persone con macchinari di sua invenzione tramite la magnetoterapia, e la capacità di prevedere il futuro attraverso la lettura di speciali cristalli.

Ad esempio le cronache narrano che nell’ottobre del 1855, annunciò di aver “visto” delle navi attraccare a un’isola e da queste scendere tantissimi uomini vestiti con una camicia rossa,  guidati da un signore barbuto con gli occhi fiammeggianti, anche lui in camicia rossa (lo sbarco dei Mille a Marsala, previsto con un anticipo di 6 anni).

Spesso interpellato – privatamente o tramite stampa – per risolvere casi di scomparsa o gravi malattie, in generale non era ben visto dai concittadini.

Per i medici era un ciarlatano, soprattutto da quando il 3 novembre del 1861 le sue “applicazioni magnetiche” meritarono un articolo sull’Opinione, giornale torinese assai seguito.
Altri, riguardo la sua preveggenza, pensavano o che fosse un furbone dotato di intuito, o che davvero avesse a che fare con la magia nera.

Una volta previde pubblicamente la caduta di un balcone in via Dora Grossa; gli abitanti della zona si limitarono a fare scongiuri ma, tre giorni dopo, un grosso lastrone di pietra si staccò dal balcone d’una palazzina, ferendo un venditore ambulante.

Questo, furibondo, inveì contro il padrone del balcone il quale però si difese urlando di essere vittima del Clapié, uomo pericoloso, che gli aveva sicuramente “fatto il malocchio” con i suoi satanici poteri.

Così un gruppo di cittadini si recò in via dei Mercanti e, come vide arrivare il Mago, gli si scagliò addosso malmenandolo brutalmente.

Da quel giorno il Vans perse molta della sua socievolezza; usciva raramente di casa e quando lo faceva lanciava occhiatacce talmente truci a chi lo incrociava, che le voci maligne sul suo conto si moltiplicavano.

Il 16 ottobre del 1875, con sguardo più torvo del solito, in via Pietro Micca annunciò lugubremente ai passanti  di aver visto nei suoi cristalli l’incendio di un negozio; il fumo purtroppo nella visione nascondeva l’insegna, ma i danni erano gravissimi.

Il 28 ottobre, in via Milano n°14 andò completamente distrutta dal fuoco la drogheria Tortora.

Coincidenze!”, esclamarono in pochi.
Il malocchio del Mago!”, ringhiarono in molti.

Quando pochi giorni dopo fu lo studio dello stesso Clapié ad incendiarsi, causa un suo magneto-esperimento finito non proprio bene, questa volta fu enorme la folla inferocita che si riversò in via dei Mercanti, e la polizia faticò non poco a salvare il Mago dal linciaggio.

Da quello stesso giorno, come per magia, Vans Clapié scomparve da Torino: e di lui non si seppe mai più nulla.

©Mitì Vigliero

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