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Cucina Ligure: L’Imbroggio de Articiocche

di Placida Signora - 14 aprile 2010

Il carciofo, un vero duro dal cuore tenero, arrivò in Europa nel XVI secolo, importato dal Medio Oriente; il suo nome deriva infatti dall’arabo kharshuf.

In Liguria i carciofi si chiamano articiocche e i più rinomati sono quelli della terra d’Albenga, patria anche di questa ricetta.

Imbroggio” (pron. imbroggiu), in cucina qui significa “imbrogliata”; una cosa “avviluppata” da altre. Come i carciofi avviluppati dalle uova nella fricassea.

4 carciofi
4 uova
1 spicchio d’aglio
prezzemolo
succo di 1 limone
3 cucchiai di grana grattugiato
brodo vegetale
burro
sale

Pulire bene i carciofi, eliminando gambi, spine e foglie più dure.
Tagliarli a piccoli spicchi, togliendo la peluria interna.
Metterli in una padella con burro e un trito di aglio e prezzemolo, facendoli soffriggere piano piano per 20 minuti, aggiungendo qualche cucchiaio di brodo.
Subito prima di spegnere il fuoco, unire le 4 uova sbattute insieme al grana e il limone: mescolare velocemente e servire immediatamente.

©Mitì Vigliero

Perché si Dice: Romanzo Giallo

di Placida Signora - 13 aprile 2010


(nella foto, il primo giallo pubblicato da Mondadori)

Il primo testo di narrativa “gialla” della storia riconosciuto ufficialmente risale al 1841 ed è “I delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe; per la prima volta un delitto, l’analisi della vicenda e la deduzione per scoprire il colpevole prendono il posto del sentimento e della trama storica.

Erano gli anni del Positivismo, che induceva allo studio della società umana tramite strumenti scientifici; la nascita delle grandi città portò inevitabilmente allo sviluppo di una nuova e particolare forma di criminalità, quella urbana: infatti fu proprio allora che nacque la scienza dell’ Antropologia Criminale.

Il termine “giallo” attribuito ai romanzi che trattassero argomenti polizieschi e delinquenziali nacque in Italia nel 1929: fu l’editore Arnoldo Mondadori a lanciare sul mercato una nuova collana, molto popolare, che si poteva acquistare non solo in libreria ma anche in edicola: per distinguerla dagli altri libri, fu caratterizzata proprio da una copertina color giallo vivo.

Il Giallo doveva e deve seguire una struttura semplice ma scandita da norme classiche: da leggere assolutamente, a questo proposito, le 20 Regole scritte da S.S. Van Dine (1888 – 1939), proprio l’autore del primo giallo Mondadori.

La base della narrazione è elementare ma rigorosa: ci deve essere un delitto, poi un’indagine e infine una soluzione.

Ciò lo distingue da altri generi simili di narrativa come il “romanzo criminale” in cui l’eroe non è un detective più o meno professionista (Maigret o Miss Marple) ma un delinquente (Lupin o Fantomas), o il “thriller” (letteralmente “che dà i brividi”) in cui i protagonisti, buoni e cattivi, sono ugualmente protagonisti e le loro avventure spesso truculente tengono il lettore col fiato sospeso in un’atmosfera più orrorifica che scientifica (basti pensare ai romanzi della Cornwell o all’inquietante Hannibal).

Nel Giallo il delitto è la causa scatenante della storia; un omicidio improvviso che solitamente spezza una situazione di placida tranquillità: mai gratuito ma sempre spiegabile da un movente, è spesso il primo di altri; però pure quelli sono tutti correlati e “logici” (eliminazione di testimoni o complici, ecc).

Il “luogo” è solitamente preciso e ristretto: una camera chiusa, uno scompartimento di un treno, una cabina di nave, una villa isolata (le ambientazioni predilette da Agatha Christie).

L’ “alibi” e il “movente” sono di legge fondamentali, lucidi e credibili, mai basati solo su crisi improvvise di follia o inspiegabili attacchi di ferine crudeltà.

Il colpevole deve rigorosamente essere la persona meno sospettabile, la più tranquilla, mite e apparentemente innocua.

Infine l’ “indagine”, che è la parte centrale di tutta la storia, completamenteincentrata sulla figura e il carattere dell’investigatore.

Si va dal metodo tranquillamente deduttivo di Sherlock Holmes (“Elementare, Watson”) e Poirot (che usava le sue celeberrime “celluline grigie”), a quello apparentemente immobile di Nero Wolfe (che risolveva i casi facendo galoppare il suo assistente Archie Goodwin mentre lui se ne stava sparapanzato sulla poltrona dietro la scrivania o barricato nella serra di orchidee), a quello attivo e rischioso di Marlowe, a quello più induttivo di MontalbanoDerrick o Colombo.

© Mitì Vigliero

I Gioielli. Le Perle: storia, credenze, cura.

di Placida Signora - 12 aprile 2010

Come promesso tempo fa, inizio oggi una nuova rubrica dedicata ai gioielli e alle pietre preziose.

E oggi vi parlo di perle.

Della loro storia e delle credenze a loro legate vi avevo già raccontato .

Aggiungo ora che ad esempio in Liguria e in Inghilterra, un filo di perle stretto girocollo è il classico dono che i genitori fanno alla figlia quando diventa maggiorenne. 
Un altro filo un po’ più lungo quando si sposa.
E un altro ancora ogni volta che diventa mamma.
E’ una tradizione antica, che spiega l’origine delle collane multifilo; allora era un piccolo patrimonio che la donna poteva gestire da sola nei momenti di crisi, e che non entrava nella dote gestita totalmente dal marito.

La perla è portafortuna per tutti i segni d’acqua dello Zodiaco: Cancro, Scorpione e Pesci
Ma soprattutto per il Cancro, dominato dalla Luna e dal Mare: della Luna la perla ha il colore, nel Mare la perla nasce e vive.

La perla è un perfetto e sin dall’antichità classico  anello di fidanzamento; montata da sola su una fedina d’oro bianco, magari accompagnata da due mini diamanti ai lati, secondo gli antichi testi è il simbolo della sublimazione dell’amore e del senso della vita umana.

Le perle tenute al buio e al chiuso muoiono, diventano gialle, si crepano (anche fuori dall’ostrica contengono sempre un 4% d’acqua, quindi di acqua e umidità hanno bisogno sempre).
Conservatele quindi in contenitori trasparenti (scatolette di vetro o cristallo) per far prendere loro luce.
Indossatele spesso a contatto della pelle;  il calore e l’umidità “umana” le mantiene vive.

Se montate su anelli o orecchini, fateci anche il bagno in mare.

Le collane no, in acqua non vanno; se il filo in cui le perle sono infilate non è di nylon, rischia di macerare e rompersi.

Le collane di perle, soprattutto se usate spesso, andrebbero fatte ri-infilare ogni 10 anni; il filo tende a consumarsi e rompersi, soprattutto vicino alla chiusura.

Pulitele sfregandole con un panno morbido ogni volta che le riponete.

Non mettetele mai in portagioielli mescolate insieme a monili con pietre dure; le perle si graffiano, sono sensibili.
Devono stare da sole.

Non truccatevi mai con perle addosso; rischiereste di corroderle con spruzzi di profumo o lacca.

Non maneggiate mai limoni o aceto con anelli o bracciali di perle addosso; rischiate di scioglierle.

Se sono montate su oro molto sporco (magari una vecchia spilla della nonna, o un anello, o orecchini), immergetele per poco in acqua tiepidissima in cui sia stato aggiunto un pizzichino di sale e uno spruzzo di sapone neutro.
Spazzolate con spazzolino morbidissimo, sciacquate e fate asciugare all’aria.

Le perle naturali, quelle nate grazie al casuale ingresso di un granello di sabbia all’intero dell’ostrica, hanno prezzi iperbolici e sono ormai introvabili. Quindi più un gioiello con perle è antico, più è facile che la perla sia preziosa.

La perla coltivata è vera a tutti gli effetti, e varia il valore a seconda della perfezione della forma e del colore.

La perla scaramazza (o barocca), è una perla vera che ha però una forma irregolare e bizzarra.

Fra le perle vere le più preziose, perché rare data la “cagionevolezza” del ostriche che naturalmente le producono, sono le perle nere

Le perle di fiume sono vere ma molto meno pregiate di quelle di mare, e vengono prodotte da un mitilo d’acqua dolce.

Le perle di Majorca sono sintetiche, un composto di scaglie di pesce, resina acrilica e cellulosa in cui vengono tuffate perline di vetro. Quindi non sono assolutamente perle vere, ma lo sembrano e spesso hanno costi elevati.

Le perle decisamente finte invece sono fatte o in plastica o pasta di vetro, o sono palline di vetro ricoperte da uno o più strati di “essenza di perla”, una sottile lacca liquida a base di madreperla.

Per questo per vedere se una perla è autentica la si morde: i denti possono far saltare via la lacca, come uno smalto da unghie.

E infine una curiosità: per vedere se le perle sono vere o no, i periti esperti le sottopongono a radiografie.
Più piccolo sarà il nucleo scuro centrale (il briciolino di sabbia che dà origine alla perla naturale, o il minuscolo pallino di madreperla che viene immesso nell’ostrica per le perle coltivate), più la perla avrà valore.

@Mitì Vigliero

Il Cambio di Stagione

di Placida Signora - 10 aprile 2010



Sì lo so che questa è la Venere degli stracci, ma visto quel che mi accade ogni volta che affronto questa delirante incombenza casalinga, l’immagine rende perfettamente l’idea, no?

Dolci Baci Italiani

di Placida Signora - 9 aprile 2010

La gloriosa tradizione dolciaria italiana è dolce persino nei nomi; avete un’idea di quanti “baci” ci siano?

Primo il Bacio di Dama, nato nel 1893 nella premiata pasticceria Zanotti di Tortona; da più d’un secolo mantiene la stessa forma e la stessa composizione: due semisfere  di mandorle, zucchero, burro, farina che abbracciano un dischetto di cioccolato fondente e, curiosità, i veri Baci di Tortona non devono pesare né più né meno di 11 grammi.

Più frivolo è il Bacio di Lucia, nato nel 1906 a Lecco, patria dei Promessi Sposi: la forma è la stessa del bacio tortonese però cambia il colore perché, al posto della mandorla, la calotta può esser di arancia, pistacchio, noce, nocciola o caffé.

Stretti parenti sono i Baci di Asti e i Baci di Aqui, mentre i Baci di Alassio e i Baci di Sanremo, nati attorno al 1910, sono più cicciotti (20 gr. l’uno) e composti di nocciole piemontesi, albume, miele, zucchero, mentre la crema è fatta di cioccolata e panna bollita.

Di tutta altra pasta, persino nel nome ugualmente però romantico, sono i Sospiri Sardi: pasta di mandorle, miele e liquore di mirto.

Ma veniamo ora al Bacio più famoso del mondo.

Era il 1907 e quattro signori di Perugia, Annibale Spagnoli, Francesco Andreani, Leonardo Ascoli e il grande Buitoni, fondarono La Perugina.

Nel 1922 la signora Luisa, moglie di Annibale, essendo dotata di quella  qualità che distingueva un tempo le brave massaie, ossia l’odio per lo spreco, decise di riciclare le briciole delle nocciole che regolarmente avanzavano impastandole in cioccolato fondente e decorandole con una nocciola intera che sporgeva “come la nocca del dito centrale in un pugno chiuso”.

Perciò quando Annibale vide per la prima volta il geniale dolciume, decise di battezzarlo Cazzotto ma dopo poco Buitoni, captando dialoghi fra innamorati in cui lui diceva a lei “Cara, vuoi un cazzotto?”, suggerì all’amico-socio di cambiare il nome in qualcosa di più…gentile: fu così che nacque il Bacio Perugina.

Però non tutti sanno che l’enorme successo di pubblico del famosissimo ex cazzotto è dovuto in massima parte a Federico Seneca, illustratore veterano dei pubblicitari al quale, da subito, la Perugina affidò l’incarico di lanciare sul mercato il prodotto.

Fu lui a creare la celebre figura dei due innamorati abbracciati; fu lui a volere l’inconfondibile sfondo blu zaffiro punteggiato di stelle e fu sempre lui ad avere l’idea da Nobel Pubblicitario, quella cioè d’inserire nella stagnola dei Baci fogliettini di carta velina su cui, all’inizio, erano stampate frasi buffe e divertenti, tutte inventate da Federico.

Ma una di queste, “Meglio un bacio oggi che una gallina domani”, firmato “Seneca”, creò un grave incidente diplomatico con la Curia Romana: un altissimo prelato (si dice il peccato, ma non il peccatore) totalmente privo di humor, scrisse una lettera in cui  redarguiva violentemente la Perugina che si era permessa di attribuire al grande filosofo latino una frase “così ridicola e sciocca”, minacciando persino “querela per falso storico”!

Perciò, da allora, Seneca cambiò metodo, stampando sui cartigli frasi più sicure perché rigorosamente autentiche, romanticissime e soprattutto, ahimé, serissime.

©Mitì Vigliero

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