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“Anche là”: Come si Lavavano i Nostri Avi

di Placida Signora - 30 aprile 2010

Oggi, causa lavori sotto casa di ruspe su tubi, l’erogazione dell’acqua è stata sospesa dalle 8 alle 11, anzi alle 12.

E mentre sono in attesa di potermi andare a fare la doccia, vi racconto quanto siamo fortunati noi rispetto ai nostri Nonni (e Bis e Tris).

Tanto per farvi subito un’idea di come ci si tenesse puliti (ergo: ci si lavasse) sino ai primi del Novecento, basti ricordare che nella maggioranza dei bagni non esistevano né vasche né tantomeno docce; che il riscaldamento delle case era meramente simbolico (e di questo vi racconterò un’altra volta), che l’acqua corrente calda e fredda era un sogno di là da venire e che quindi bisognava arrangiarsi in altro modo.

In quasi tutte le camere da letto esistevano lavabi non ancorati al muro ma composti da bacinella e brocca; qualcuno stava incastrato in un apposito mobilino in ferro o legno , qualcuno posato semplicemente sul comò, che aveva per questo il piano di marmo .

Per lavacri più completi, vi erano vari tipi di tinozzone antenate delle vasche da bagno; semicupi di maiolica  o metallo , o piatte e larghe a forma d’immenso vassoio e sempre in metallo, simili a quella ritratta nel La baigneuse di Degas.

Leggete attentamente quel che il Dottor Paolo Mantegazza scriveva nella sua Enciclopedia Igienica (Ed. Madella, 1910)

“Il corpo
:
Ricordiamoci, a qualunque sesso apparteniamo, di lavarci almeno una volta alla settimana anche il collo, i piedi, le ascelle et similia: donne dico a voi, anche, senza pudore.
E qui vorrei che tutte le donnine leggessero questa pagina, perché si spogliassero d’un pregiudizio antico come il mondo…e sporco come un…pregiudizio, che nell’estate e nei paesi caldi fa rassomigliare molte creature bellissime alle capre; pregiudizio che coi suoi fetori ha ucciso prima di nascere molti affetti del cuore e ne ha soffocati altri già cresciuti e robusti.
Eppure molte donne non hanno mai portato l’acqua in alcune recondite regioni…per pudore.
Dio buono! Quale impudico pudore! Quale ircino e cornuto pudore!
Ma qui mi pare di sentirmi giungere alle orecchie un coro di voci gentili che con diverse favelle, ma tutte soavi, mi dice:
Ma dottore, anche?
E il dottore risponde:
Anche là, proprio anche !
E il coro che grida ancora:
Ma dottore, anche allora?
Sì, anche allora: e allora più che mai.

Il bagno intero
Quanti parlano di pulitezza e ordine, e non si lavano, facendo continue transazioni e architettando sofismi per non lavarsi bene!
Oggi fa freddo, domani ho da fare, posdomani mi sono alzato troppo tardi…Ci laveremo domenica. E domenica…tanto le gambe non si vedono, le braccia son coperte, tanto non esco, basta un po’ d’acqua odorosa e profumerò ugualmente… 
Almeno a primavera invece occorre prendere un bagno intero per prevenire le affezioni scrofolose, favorire lo sviluppo fisico e intellettuale, allntanare le cause più frequenti dell’isterismo, della clorosi, delle “debolezze testicolari”, delle difficili gravidanze e dei facili aborti.
Prima del bagno primaverile è necessario però sudare, onde aprire bene i pori chiusi dal grasso molto accumulato in inverno: per ben sudare montate su una sedia in piedi e nudi, poi riavvolgetevi dal capo in giù con un lenzuolo che vi faccia sembrare un fantasma, sotto la sedia mettete una lampaduccia ad alcol o un braciere e così prendete un bagno d’aria calda che vi farà sudare quanto volete.
Dopo, iniziate a strofinarvi la pelle delle membra con estrema vigoria sino a quando le vostre mani presto raccoglieranno una pasta molle ed elastica come quella dei raviuoli, dal vago sentore di tartufo e composta da sego, sali di sudore e squamette d’epitelio.
Eppoi via giù, nella tinozza di zinco, di ferro, di legno, di marmo! Sapone e striglia, risciacqui e altro sapone!”

Lavarsi in modo decente quindi era un’impresa abbastanza faticosa, e ciascuno aveva tecniche diverse.

Ecco ad esempio alcuni consigli elargiti sull’ “Encyclopédie des Jeunes Femmes”, un periodico francese annata 1875, in cui una tal Madame Myosotis insegnava alle giovani donne:

Come lavarsi quotidianamente in modo perfetto senza sprecar né tempo né acqua”.

Innanzitutto “cavar l’acqua dal pozzo”.
Di quest’acqua, “porne a bollire tre litri, avendo cura d’unirvi qualche scorza di limone per disinfettarla”;  poi “versate l’acqua calda nella brocca, e ponetevi spogliate di fronte alla bacinella del lavabo, avendo cura di porre sotto i vostri piedi un largo canovaccio atto ad assorbire le gocce cadute.
Immergete una spugna nell’acqua, strizzatela e passatela velocemente su braccia, spalle, collo, busto e pancia affinché la pelle risulti umida; sfregate ora sulla spugna un poco di sapone, e risfregate le stesse zone con energici movimenti circolari.
Con una pezzuola di lino intrisa d’acqua e ben strizzata, togliete immediatamente ogni traccia di sapone, e asciugatevi rapidamente per non prender freddo. Con la spugna strizzata inumiditevi ora anche, gambe, estremità inferiori (alias piedi, ndPlà); insaponate, e sfregate con energia- stavolta con movimenti verticali- sulle parti.
Colla pezzuola bagnata togliete il sapone, e asciugatevi con cura.
Versate infine l’acqua sporca della bacinella in un secchio; sarà preziosa per detergere i pavimenti della cucina.

©Mitì Vigliero

Ma ve lo ricordate…

di Placida Signora - 29 aprile 2010

…che l’8 maggio c’è il

vero?

Perché si dice: Scendere dal letto col piede sinistro

di Placida Signora - 28 aprile 2010

Quando qualcuno si dimostra particolarmente nervoso e di cattivo umore, la domanda classica che si sente rivolgere è:
Stamattina sei sceso dal letto col piede sinistro?”.

La colpa è tutta degli antichi Romani i quali, negli atri (vestiboli) delle loro case, piazzavano apposta un servo il cui compito era esclusivamente quello di avvisare sulla porta gli ospiti dicendo “Entra pure col piede destro”, ossia “In questa casa oggi tutto va bene”.

Infatti si entrava col piede sinistro solo in case in cui erano accaduti lutti, sventure o grane varie.

Sarebbe bello che l’usanza esistesse anche oggi nei posti di lavoro…

Un usciere, o un amministrativo apposito che, prima che voi entriate in ufficio, vi avvisasse prima dei nervi del Capo!

©Mitì Vigliero

Cosa ha visto? Cosa sta dicendo?

di Placida Signora - 27 aprile 2010



(foto Pixdaus)

Come si Depilavano le nostre Ave

di Placida Signora - 26 aprile 2010

La cosa che differenzia fisicamente l’animale uomo dagli altri mammiferi è principalmente una sola; noi, rispetto a loro, siamo nudi, ossia abbiamo il corpo rivestito da pochissimi peli.

La nostra moderna civiltà pare aborrire ogni tipo pelo ed è per questo che, oltre rasoi d’ogni modello e tipo, impazzano cerette, creme, saponi e marchingegni scientifici atti a sterminarlo in modo sicuro.

Questo ci accomuna ad una visione orientaleggiante dei canoni estetici; turchi e indiani infatti, odiano sul corpo femminile qualsiasi pelo; testi religiosi raccomandano anche agli uomini di radersi il viso ogni quattro giorni e le altri parti del corpo ogni cinque (se viene usato il rasoio), dieci se i peli vengono strappati uno ad uno con le pinzette.

Ma in realtà i peli sono sempre stati abbastanza antipatici a tutto il genere umano; basta pensare ai modi di dire quali “avere del pelo sullo stomaco” o “non avere peli sulla lingua“, che in ambedue i casi li connotano negativamente, o “mancare un pelo a…“, che ne dimostra la piccolezza.

Nel mondo delle credenze popolari  i peli invece sono discussi; in tutto il Nord, prima che l’estetica prendesse il sopravvento, si pensava che gli uomini molto villosi fossero prestanti e lussuriosi; quelli glabri, al contrario, casti e impotenti.

Ovviamente questa convinzione era ben radicata solo fra razze umane fisicamente fornite di folto pelo; in quelle tendenzialment glabre come l’araba o l’africana, ad esempio, l’uomo dal corpo peloso era visto invece come una sorta di orco capace di ogni nefandezza.

In realtà, proprio come nelle razze animali, il pelo sul corpo umano è più o meno presente a seconda che il clima della zona d’origine sia più o meno caldo. E se la Natura ci ha cosparso di peli dalla testa in giù, l’ha fatto con la ragione precisa di proteggerci da infezioni e irritazioni assai pericolose, come nel caso di ascelle e inguine, sedi di delicatissimi apparati ghiandolari.

Però, come al solito, alla base del “pelo sì, pelo no” c’è soprattutto una questione di mode.

Sino ai primi del Novecento, ad esempio, ambo i sessi avevano un vero debole per le  sopracciglia; più erano spesse, folte, larghe e irsute, più erano fascinose perché dimostravano carattere e passionalità.

Le cose cambiarono attorno agli anni 30 quando alcune divine cinematografiche americane iniziarono a presentarsi con sopraccigli sottilissimi, arcuati a colpi di matita, e dopo un periodo di normalità, degenerarono in Italia negli anni Settanta quando Mina sconvolse tutti depilandoseli completamente, gesto insano seguito a ruota da una torma di donne che rendevano strade, uffici e negozi simili a tanti set di “Star Trek“.

Si pentirono poi tutte amaramente perché scoprirono a loro spese che i peli delle sopracciglia, a differenza degli altri, una volta eliminati rinascono in maniera lentissima; la fase di crescita dura uno-due mesi, seguita da quella di riposo che di solito dura più di un centinaio di giorni. Quindi, se la rasatura avviene proprio in quel periodo, ci vogliono dai sei agli otto mesi prima di ritrovarsele perfettamente a posto.

In compenso nessuna civiltà né alcuna epoca storica ha mai amato molto i peli sulle gambe e sul volto delle donne; il detto “donna pelosa donna virtuosa” probabilmente significava che quella signorina o si rassegnava alla lametta, o “virtuosa” lo doveva rimanere per forza.
Invece in alcune zone mediterranee è tutt’ora abbastanza tollerata una lieve, lievissima peluria sul labbro superiore, in nome forse del donna baffuta sempre piaciuta: si pensava infatti che quell’ombra scura sulle labbra fosse segno inequivocabile di grande passione sotto le lenzuola.

Per eliminare da gambe e visi gli antiestetici pelacci, esistevano già nell’antichità strumenti terribili.

Le antiche egizie si servivano di una pallina di resina appiccicosissima, che roteavano abili sotto il palmo della mano passandola velocemente sulla zona da disboscare.

Il romano Plinio suggeriva invece alle sue coeve matrone di usare la decolorazione; tra le circa cento ricette da lui stesso raccolte sull’argomento, è particolarmente curiosa quella a base di “bacche di sambuco mescolate con feccia d’aceto bruciata e olio di lentisco“, che li faceva “diventar biondi in una notte“.

Le giapponesi invece si strofinavano sulle gambe pezzi di pelle di pescecane essiccata che, simile a cartavetro, li polverizzava. Metodo questo ancora in auge, venduto oggi in profumeria in confezioni indubbiamente più eleganti e meno puzzolenti delle originali.

In Europa, per un lungo periodo le donne lasciarono quetare i peli delle loro gambe; questo grazie alla moda che imponeva vestiti lunghi e calze spesse: quindi chi li vedeva, anche se c’erano?
Ma con l’accorciarsi degli abiti e l’avvento delle calze trasparenti, il problema si ripresentò, spesso con conseguenze drammatiche.

Dato che le donne avevano poca dimestichezza coi rasoi maschili e regolarmente riuscivano a tagliarsi, oltre i peli, anche fette intere di polpaccio, iniziò in tutto il mondo una seria ricerca scientifica condotta da chimici e medici i quali tentavano in ogni modo di inventare  pratiche pomate depilatorie.

La più celebre sino ai primi del Novecento fu la “Rusma turca“; Paolo Mantegazza, tuttologo nonché medico allora famosissimo, solo a sentirla nominare diventava furibondo, denunciando nei suoi scritti quei colleghi senza scrupoli i quali, anziché cercare di risolvere il problema dell’irsutismo studiando il sangue o i metabolismi sballati delle loro pazienti, preferivano sfigurarle per sempre.

E aveva ragione, dato che in un barattolino misura standard di polvere di rusma si celavano i seguenti ingredienti: calce viva gr. 15; orpimento in polvere gr. 6; salnitro gr. 2; liscivia caustica gr. 60; zolfo gr. 3.

Occorreva poi unire al satanico impasto dell’acqua, farne una pappetta e stenderla sulla pelle sino a quando, come dicevano le istruzioni allegate, “non si avvertiva la pelle pizzicare“: allora si raschiava via con una spatola d’osso.

Solo che il “pizzicare” altro non era che un inizio d’ustione dovuto alla calce e alla liscivia, mentre l’esotico nome di “orpimento” celava quello più prosaico di “solfuro d’arsenico“.

E infine, nel 1945, sul serissimo Nuovo ricettario industriale edito da Hoepli, alla voce “Depilatori meccanici o strappapeli” si trovava l’antenata delle odierne strisce depilatorie:

Si unge prima la parte con olio di belladonna e dopo un’ora si pulisce con uno straccio umido di benzina, per sgrassare. Si applica il preparato composto da 20 gr. di soluzione viscosa di nitrocellulosa in alcole ed etere (collodio), 0,5 di olio di ricino, 5 d’acetone e 1 d’acetato d’amile, e quando secca dopo un’ora circa si strappa la pellicola formata. È atroce, ma le donne sopportano questo e altro (sic).”

Certo si poteva sostituire alla calce viva il più tranquillo solfidrato di calce, dal color verde bluastro; però, sempre come avvisava il Nuovo Ricettario: “questo sviluppa un odore assai sgradevole che è impossibile eliminare per giorni e giorni anche in seguito all’applicazione.”

Ma vuoi mettere un po’ di puzza in cambio di gambe lisce come seta?

©Mitì Vigliero

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