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PlacideSegnalazio’

di Placida Signora - 26 febbraio 2010

Ecco un po’ di cose belle, divertenti, commoventi, intelligenti, buffe, tenere, golose e interessanti che vi consiglio vivamente di leggere:

- Il mare d’inverno, di Ilenia

- Mi ricordo di cose e persone che non so, di Mauro Gasparini

- Non è facile conquistare l’amicizia di un gatto, di Skip

- The Mighty Flying Penguin – Numero Sette, di Xabaras (questo è anche da ascoltare)

- Mus Plätzchen e Brombeerbusserl (Blackberry Smacks), di ComidaDeMama

- Sensi, di Alessandro Bonino

- Il mio minestrone, di Stefano Bonilli

- Il post dell’organo Bontempi, di Adamo Lanna

- Scrittori, di Maia

- Addio agli antichi, di Leonardo

- Di fronte all’orto brinato, di Lapiccolacuoca

- Il grande raccordo anelare, di Chiagia

- Il ghiaccio trasparente, di Dario Bressanini

- Il tumblr di Puscic

- Il tumblr All Creatures

- Il tumblr di Claire

- Per la serie Libri Belli di Blogger: il delizioso Due cuori e un fornello (convivenza con cucina), di Ilaria Mazzarotta

L’intervista doppia che Camu ha fatto a me e Matteo Pelliti

Storia del medicinale più conosciuto al mondo: l’Aspirina

di Placida Signora - 25 febbraio 2010

Già Ippocrate di Kos (460-377 aC)  consigliava come antidolorifico alle partorienti sofferenti per le doglie di bere un infuso di foglie di “Salix Alba Vulgaris” (salice, contenente acido salicilico, ma questo il medico ateniese non lo sapeva);anche Plinio attribuiva al salice proprietà analgesiche e Dioscoride, I sec d.C., lo prescriveva per combattere febbri e “eccitazione sessuale”.

 L’uso del salice come pianta medicamentosa venne ignorato dalla medicina medioevale; editti speciali proibivano la raccolta dei rami per altro uso che non fosse quello della costruzione di ceste.

Nel XIII sec. i medici della Scuola Salernitana ne riesumarono l’uso in modo curioso, prescrivendolo nei conventi; questo perché pensavano che il salice fosse un antiafrodisiaco, annientatore di ogni  libidine.

In Italia questa convinzione (una delle prime leggende metropolitane della storia) durò a lungo; il medico senese Mattioli nel 1600 prescriveva foglie di salice tritate e mescolate a vino e pepe per lenire il “dolore dei fianchi”, che non era il mal di reni ma il desiderio sessuale represso.

E anche lo scienziato illuminista Giovanni Pietro Fusanacci nel 1784 asseriva che “il sugo cavato dai rami teneretti allontana egregiamente le libidinose voglie”.

Ma quasi contemporaneamente a Chipping Norton, Oxford, un pastore protestante appassionato di botanica, Edward Stone, un dì passeggiando in un bosco decise di masticare un pezzetto di corteccia di salice; mentre la sputava disgustato pensò che il sapore era assai simile a quello amaro della cinchona, la pianta peruviana del chinino, unico antimalarico conosciuto allora.

Così, dopo averne sperimentato il decotto su 50 malati, il 2 giugno del 1763 presentò alla Royal Society di Londra un saggio in cui dichiarava quanto la febbre di questi fosse rapidamente diminuita.

Un’involontaria spinta agli studi di ricerca venne data da Napoleone che nel 1803 proibì qualunque importazione di merci dai territori inglesi, chinino compreso.

Cercando freneticamente un sostituto autoctono nel 1828 a Monaco di Baviera il chimico Johannes Buchnder bollendo del salice ne ottenne una materia gialla che battezzò “salicina”; nel 1829 un farmacista francese, Leoroux, la isolò in forma cristallina composta da glucosio e alcool salicilico (500 gr. di scorza di salice davano 30 gr di salicina).

Nel 1838 il chimico calabrese Raffaele Piria scoprì l’acido salicilico e nel 1853 il francese Gerthardt produsse l’acido acetilsalicilico puro che abbassava sì la febbre, ma ammazzava i pazienti con emorragie gastrointestinali.

Finalmente nel 1897 un giovane chimico della Bayer, Felix Hoffmann, combinando l’acido salicilico con l’acido acetico (acetilazione) sintetizzò chimicamente l’ASA (acido acetilsalicidico, questa volta abbastanza ben tollerato dagli stomaci umani).

Il 23/1/1899 la Farbenfabriken di Friederick Bayer & C. battezzò il farmaco Aspirina (“a da acetil e “spir”, da acido spireico sinonimo di salicilico e il suffisso -ina , molto usato nei nomi dei medicinali di allora); il 1° febbraio ne depositò il marchio all’ufficio imperiale brevetti di Berlino e il 6 marzo mise in commercio la prima confezione di aspirina da 500 mg

Da allora ne sono state consumate centinaia di migliaia di compresse, e attorno a lei – come capita a tutte le famosissime dive – sono nate pure altre varie leggende metropolitane che spesso la abbinano alla bibita più famosa del mondo, la Coca Cola, la cui storia vi racconterò appena mi passerà l’influenza.

©Mitì Vigliero   

Cosa si stanno dicendo?

di Placida Signora - 23 febbraio 2010



(Grazie a lui per la foto)

Qui e qui altre risposte

Arcureo: Qualunque cosa si stiano dicendo, il gatto ne ha le palle piene!

Beppe: Il Gatto: “Ma quanto è noioso ’sto tizio?”

ZiaPaperina
Corvo: “E allora io le ho detto…e lei mi ha risposto…così ho fatto…non credi abbia ragione? eh?”
Gatto: (fra sé e sé) “Qualcuno mi salvi…”

{°)): 
“Crraaa?”
“Meow.”

Mimosafiorita
Corvo: Ciao, io sono il corvo dallo sguardo torvo, e tu chi sei?
Micio:  So Romeo er gatto der Colosseo, e lassame perde!

Roberto Felter:
corvo: sai che vino preferisco? il Merlot
gatto: sgrunt

Roger:
corvo: ti assicuro…loro sono famosi…gli hanno fatto pure dei filmati…daiiiii…diventeremo famosi anche noi.!!!!!…..che ne pensi….?????gatto:..MMMMPFHHH….!!!! (la storia segnalata da Roger è tutta da leggere! NdPS)

Gianni:
corvo: anche tu non mi parli? perché tutti mi evitano? che ho che non va?
gatto: …

Andrea: 
C – “Lo stai puntando? Allora tu zompi e lo terrorizzi, poi passo io e gli dico: Sono Il Corvo Del Demonio. AhAhAhAh”
G – “Mah? a me me pare ‘na str*nzata”

Renata: gatto – non rompere : non ti presento quella cornacchia della vicina di casa che mi regala sempre i pesciolini!

Tittieco: Il gatto: A “the crow” guarda che io non cerco giustizia e non sono manco Eric Draven sa, quindi lassame perde e levati dalle scatole!

Iaia Nie
Corvo: ti giuro! sono io il vero cavaliere oscuro!
Gatto: questa l’ho già sentita…

Skip: Gatto:sarai imperiale quando ti libri,alto nel cielo, ma per terra si’ proprio arriffabile (goffamente ridicolo)

Storia dei Biscotti

di Placida Signora - 22 febbraio 2010



Il mitico eroe Giasone, prima di partire in nave con gli Argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, ordinò al cuoco di cuocere il pane da portare in viaggio. Però il cuoco, durante l’ultima  infornata, s’addormentò come un sasso; quando si svegliò corse al forno temendo di aver bruciato il pane, ma invece lo trovò soltanto ridotto di volume, appiattito, secco e leggero.
Giasone lo volle caricare ugualmente in cambusa e fu fortunato, perché quello strano pane fu l’unico che non ammuffì, rimanendo buono e croccante, ottimo soprattutto da pucciar nel vino.
Così, secondo la leggenda, nacque l’antenato dei biscotti, chiamato dai latini sia Panis nauticus (la “galletta” dei marinai) sia Biscoctus, ossia “cotto due volte”.
Gli antichi romani impararono in seguito a cuocere dei biscotti dolci; il buccellatum e la offa, da cui deriva il termine ormai raro e desueto di “offella“; e di biscotti parlano anche lo storico Polibio (202-120 a.C.) e San Marcellino, che diventò Papa nel III secolo dopo Cristo.
(le Offelle di Parona Lomellina)
All’inizio del Medioevo l’Arte della Biscotteria si perfezionò nei conventi; i monaci di Reims, ad esempio, non divennero celebri solo per la loro bravura a copiar manoscritti, ma anche per aver inventato un’offa al miele conosciuta in tutta la cristianità.
In seguito nacquero botteghe artigiane laiche; sempre il Medioevo vedrà una serie di furibonde polemiche tra le corporazioni dei Panettieri e dei Pasticceri che pretendevano ciscuno di avere il monopolio esclusivo per la fabbricazione dei biscotti.
Nel 1300 nacquero i famosi savoiardi: furono i cuochi del re Aimone di Savoia detto il Pacifico ad inventare la “savoiarda“, una pasta porosa a base di farina, uova e miele.

(I Savoiardi di Comidademama)
I commerci con l’Oriente arricchirono ben presto i biscotti di sapori nuovi: quelli delle spezie.
Venne usato molto il pepe, come nel panpepato; altre spezie entrarono nei mostaccini e nelle giromette, tipici della zona di Varese, ma fu soprattutto l’anice, originaria dell’Asia Minore, ad avere un grande, interminabile successo.
Marcel Proust, all’inizio del suo Alla ricerca del tempo perduto, intinge nel tè una madeleine, il cui sapore scatena un’ondata di ricordi che gli fa ripercorrere tutta la sua vita.
I biscotti “maddalena“, di forma ovale, scanalata, a base di farina, latte, zucchero e anice, furono inventati all’inizio dell’Ottocento da una signora che si chiamava Madeleine Paumier, ma la ricetta di base era in realtà quella dei brigidini, inventati dalle monache del convento di Santa Brigida a Pistoia.

(Suspirus©Sardegna da esplorare)
In Italia nacque anche la grande famiglia degli amaretti; quelli di Finale e di Sassello; quelli di Saronno, di Gavi e di Oristano; sempre in Sardegna i suspirus e a Modena i San Geminiano.
In Lombardia e Piemonte nacquero i biscotti detti brutti ma buoni,  a base di mandorle, nocciole e albumi; a Casale Monferrato i crumiri (o krumiri), bastoncini zigrinati e ricurvi a base di farina di grano, farina di mais, uova, zucchero e vaniglia.
(i Crumiri di Casale)

In Toscana i cantucci, ottimi col Vin Santo; a Saint Vincent i torcetti, di cui andava matta la regina Margherita; in Friuli e Emilia Romagna gli zaleti e zalet, “gialletti” per il colore dato dalla farina di mais e, nel centro Italia, i tarallucci, con i quali gli Abruzzesi suggellavano i contratti pucciandoli nel vino.

(gli Zaleti di Albertone)

Il primo però che ebbe l’idea di fare dei biscotti una vera industria, fu nel 1803 un panettiere londinese che si chiamava Edward; era l’epoca delle guerre napoleoniche, Francia e Inghilterra lottavano per il dominio dei mari e di lì a poco l’ammiraglio Nelson avrebbe sconfitto definitivamente il Bonaparte a Trafalgar.
Edward, per celebrare le imprese della marina inglese, inventò una gallettina simile a quella che i marinai portavano in cambusa; solo che l’arricchì di burro e zucchero, facendola diventare dolce, friabile e croccante.
Questo biscotto furoreggiò nei tè delle cinque dei salotti inglesi, così Edward decise di inventarne altri tipi e venderli in scatole di latta vezzosamente dipinte.
Da allora, grazie ad altri imprenditori, stabilimenti di quei biscotti che vennero chiamati in generale “pastine inglesi“, sorsero in Francia, Svizzera e Belgio.
In Italia, il primo grande industriale biscottiero fu Davide Lazzaroni; aveva già una bottega a Saronno, dove produceva savoiardi, pan d’anice, amaretti, e vendeva biscotti inglesi importandoli da Londra.
Nel 1888 decise di non importarli più, ma di acquistare in Inghilterra direttamente il macchinario adatto a fabbricarli; in tal modo dalla sua fabbrica uscirono, oltre ai suoi italici biscotti, anche wafer, Petit Beurre, Oswego, Marie, ossia tutte le più rinomate “paste da tè” inglesi, che vendeva in magnifiche scatole di latta.
Lazzaroni, nelle confezioni dei biscotti, un tempo regalava anche delle deliziose figurine che bambini e signore collezionavano in appositi album.
E se avete la fortuna di averne in casa, mettetele in cassaforte; infatti, come quelle di Liebig, hanno raggiunto valori antiquariali incredibili.
©Mitì Vigliero


Altri nomi di biscotti tipici della vostra zona?

Ciapp, Tett e Balabiott

di Placida Signora - 20 febbraio 2010

Dedicato a tutti i partecipanti a questa meravigliosa chiacchierata

Come i milanesi ribattezzarono i loro palazzi e monumenti

(foto ©Giorgio Branca)


I vecchi meneghini, riferendosi alla basilica di San Vincenzo in Prato di via Crespi, la chiamano tutt’ora la Casa del Mago; sconsacrata durante il dominio napoleonico e dopo aver ospitato una scuderia e una caserma, fu affittata come laboratorio a un chimico.

Il fumo acre che usciva perennemente dalle finestre e da sbilenchi comignoli costruiti alla bell’e meglio sul tetto, i fuochi, le caldaie e gli alambicchi sotto le navate, manovrati da misteriosi figuri in lunghi camici neri, avevano acceso la fantasia popolare facendone il supposto regno di un apprendista stregone.

Decisamente più ameno il soprannome affibbiato al palazzo di Corso Venezia 47, lo splendido Palazzo Castiglioni progettato da Giuseppe Sommaruga (1903).

Ai lati del portone, due enormi nudi femminili scolpiti da Ernesto Bazzaro scandalizzarono i milanesi che battezzarono immediatamente la costruzione Cà di Ciapp.

Così le due statue furono sostituite da pudiche decorazioni floreali, e le svergognate chiappone trasferite in via Buonarroti, su un lato di Villa Romeo-Faccanoni alias Clinica Columbus.

Nessuno scandalo invece per la Dòna di Trè Tètt della fontana di Via Andegari dedicata al Risparmio; una statua muliebre (sulla sinistra) che tiene vicino al seno un salvadanaio rotondo, che occhi maliziosi identificarono in una terza tetta.

Rimanendo in tema anatomico, in Via Serbelloni 10 esiste la Cà de l’Orèggia, che poi sarebbe Casa Sola-Busca, notevole costruzione liberty dotata di uno dei primi citofoni (1930): un enorme orecchio perfetto nei particolari, scolpito dal grande Adolfo Wild.

Conosciutissima è la Cà di Omenoni, nell’omonima via al numero 3.
Progettata e abitata dall’architetto Leone Leoni prima (1565) e da Giulio Ricordi poi, ha sulla facciata 8 enormi talamoni: gli omoni, appunto.

La fontana di fronte al Castello Sforzesco, di forma tonda, chiara  e meringosa, viene detta Turta di Spus; invece il monumento in piazza della Scala, che raffigura Leonardo Da Vinci in cima a un piedistallo ai cui 4 angoli stazionano impalati 4 suoi discepoli, per la vaga somiglianza con una bottiglia circondata da 4 bicchieri viene chiamato -grazie allo scapigliato Giuseppe Rovani noto sbevazzone- On liter in Quatter (un litro in quattro).

Sempre in tema etilico, si chiama Monument al Ciòcch (ubriaco) quello di via Tiraboschi che rappresenta un legionario romano e un soldato del Carroccio che sorreggono  l’eroe della Prima Guerra Mondiale, Giuliano Ottolini: ma le linguacce milanesi decisero che in realtà si trattasse di due amici che ne sorreggevano un terzo, ciucco perso.

Le Sorèll Ghisini sono le due sirene in ghisa che si trovano nel Parco Sempione; il leone dell’obelisco in piazza Cinque giornate è  El Pòer Borleo, definito con tenera pena “povero” perché la sua posizione, dicono, ricorda romanticamente quella di uno stitico al quale sia appena stato fatto un clistere.

Infine El Biotton (il nudone) sarebbe il monumento a Felice Cavallotti in via Marina, che il solito Bazzaro (quello delle ciàpp) volle, nel 1906, nudo con l’elmo in testa, mentre il Balabiòtt (lett. balla nudo, ma anche “scemotto, testa inaffidabile”) sarebbe il Napoleone eternamente immortalato senza veli e stazionante nel cortile dell’Accademia di Brera.

©Mitì Vigliero

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