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La Panatica: cosa mangiavano gli antichi marinai

di Placida Signora - 27 novembre 2009

galea

Cristoforo Colombo importò in Europa dalle Americhe pomodori, patate, peperoni, tabacco,  cacao, mais eccetera, tutti nuovi alimenti che variarono senza dubbio le nostre abitudini alimentari; ma non tutti sanno che ricambiò il favore ai nativi dell’America centrale facendo conoscere loro per la prima volta l’aglio, l’unica verdura che aveva a disposizione in cambusa.

Già i Vikinghi e i Fenici lo conservavano gelosamente nelle loro casse da marinai, piccoli bauli che accompagnano da sempre i naviganti nei lunghi viaggi.
Perché l’aglio, grazie alle sue virtù antisettiche, è sempre stato considerato preziosissimo dalla gente di mare. 

Nelle Annotazioni alle Regole della sanità et natura de’ cibi di Ugo Benzo, il torinese “medico delle Serenissime Altezze di Savoia” Ludovico Bertaldi, a tal proposito  scriveva: 

“Se ne fa grande uso nelle flotte per levare la putrefazione che nasce da i pessimi odori delle sentine e perché dona vigore a quelli che menano i remi; e perciò si mangia communemente da tutti quelli che sono in mare, la mattina subito ch’è giorno” 

Non c’è da stupirsi quindi che proprio in barca siano nati i piatti più famosi a basi d’aglio, come l’agliata, antenata del pesto, la caponata o quelle straordinarie zuppe che i veneziani chiamano “guazzetto”, i toscani “caciucco”, i genovesi “brodetto” e i napoletani “acqua pazza”.

Le vecchie cambuse delle navi non erano certo munite come quelle di oggi di frigoriferi; ergo le uniche provviste che potevano essere stipate erano quelle a più o meno lunga conservazione: queste razioni alimentari venivano chiamate la panàtica e sulle triremi romane essa consisteva in farina di grano impastata con olio e vino, orzo cotto e tostato, farina di lino mescolata a  semi di papavero e miele, formaggio impastato con uova, vino, biscotto, cipolle e aglio.

Il gentiluomo comasco Pantero Pantera, capitano delle “galere” pontificie alla fine del XVI secolo (notizie su di lui le trovate qui, da pag 9), ha lasciato una interessante descrizione dell’interno delle navi:

“La galea è lunga, stretta e bassa; ha una sola coperta e dentro è divisa in sei camere. C’è la camera della poppa per i capitani, i gentiluomini e per le altre persone di rispetto. Lo scandolaro è una camera contigua a quella di poppa: vi si conserva una parte dell’arme e delle altre robe della gente di poppa, e vi sta anche qualche botte di buon vino. Dopo lo scandolaro è la camera della compagna, che serve come dispensa, nella quale sta il vino e il companatico, cioè la carne salata, il formaggio, l’olio, l’aceto, i salumi. Dopo questa è la camera chiamata pagliolo, dove si tiene il biscotto, la farina. Il riso, l’acqua, il pane, le fave e l’aglio”.

Sulle galere, oltre alle “persone di rispetto”, c’erano gli schiavi; essi vivevano praticamente incatenati ai remi, e il loro rancio quotidiano consisteva in “due libbre di biscotto, mezza di formaggio o quattro sarde, una pinta di vino, un’oncia d’olio e una testa d’aglio”.

Quest’ultimo era fondamentale nella vita dei marinai, come ho detto all’inizio, soprattutto per questioni di salute; l’igiene a bordo era trascuratissima, l’acqua potabile andava immediatamente a male e le infezioni intestinali mietevano più vittime degli ammutinamenti e della stanchezza.

Col passaggio dai remi alla vela, vi fu un lento miglioramento delle condizioni  della vita di bordo; Bartolomeo Crescenzio, capitano del XVII secolo, prescriveva  ciò che i comandanti avrebbero dovuto dar da mangiare alle ciurme della Marina Pontificia: “la panatica sia in pesce e maiale salati, formaggio, biscotti, aglio e cipolle. Il patrono di ogni nave coperta deve dare a tutti i marinai tre giorni alla settimana carne, e nelli altri giorni minestra e ogni sera di ogni giorno lo companaggio. Ancora tre volte per ogni mattina e per ogni sera vino. E’ tenuto a raddoppiare la ratione per ogni festa principale. Et ogni alba sia dato a ogni marinaro un aglio intero.”

Ma sarà solo alla fine del Settecento che ai marinai verrà concesso di cibarsi regolarmente e quotidianamente di pesce fresco (alimento che di certo non mancava); e quasi in ogni porto potevano nutrirsi di cibarie e verdure fresche grazie a quelli che in Liguria venivano chiamati “catrai”, vere e proprie piccole osterie galleggianti montate su gozzi o chiatte, che avvicinandosi a vascelli e galeoni  vendevano piatti fumanti di minestrone, tutti rigorosamente al pesto al triplo aglio.

Però anche agli inizi del Novecento, sulle piccole imbarcazioni da pesca che non si allontanavano da casa per più di due o tre giorni, nella cambusa le provviste erano quasi sempre le stesse: gallette,  formaggio stagionato, lardo, olio, vino, fagioli, ceci, pomodori in conserva e aglio, tanto aglio.

Il cuoco ligure Ferrer , divenuto celebre negli anni ’70 conducendo una delle primissime trasmissioni gastronomiche in TV insieme a Luigi Veronelli, nel libro Pesto&Buridda raccontava che quando aveva undici anni –era la fine degli anni ’20, per molti tempi di miseria e carenza cronica di lavoro- era già imbarcato sulla Maria Vincenzina, barca da pesca a dieci remi: “sei cestoni di palamiti da calare in mare e recuperare ogni giorno, per un totale anche di circa un quintale e mezzo di pesce”.

La vita era faticosissima, tre, quattro giorni fuori in mare, con barche piccole, leudi o sciabecchi, e un appetito cronico:  

“Aspettando l’ora del rancio, fumavo mezza sigaretta fatta di gambo d’aglio: era un modo per tenere a bada la fame, resa acerba dalla stanchezza sui remi e dalla voracità dei polmoni stimolati dall’aria frizzante.”

E anche cucinare sulla barca non era impresa facile, anche se i risultati ricordati da Ferrer–ad esempio quelli del pesce in umido- suggeriscono profumi e sapori deliziosi.

Nelle rispettive gavette di metallo i marinai mettevano nel fondo dei pezzetti di galletta sui quali era stato soffregato - indovinate un po’? - dell’aglio.

Poi sull’unico fuoco si posava una pentola di coccio con dentro molto olio, parecchi spicchi d’aglio pestati in precedenza a freddo, un’acciuga disliscata e un pochino di capperi sotto sale: “non appena l’aglio dimostrava con l’odore di avere perso il crudo, si doveva buttare nella casseruola un po’ si salsa di pomodoro. Ancora mezz’ora di cottura a fuoco lento e poi depositavamo sul “battuto” e sul pomidoro il pesce appena pescato tagliato a pezzi con un’altra passatina d’olio, mezzo bicchiere di vino bianco e sale. Dopo di che si copriva la casseruola muovendola ogni tanto e cuocendo il tutto per altri 20 minuti.”

Alla fine si versava il pesce sulle gallette in fondo al gavettino, e si mangiava. 

“Ti giuro che sentivamo il sapore del mare”

©Mitì Vigliero, da Saporitissimo Giglio

Toccaferro in Pillole: Le Campane

di Placida Signora - 26 novembre 2009

campana

Scacciano gli spiriti maligni e rendono favorevoli gli dei; i Fenici le usavano durante le cerimonie, e i Druidi le ritenevano indispensabili nei loro riti. 

Greci in battaglia mettevano delle piccole campanelle dentro i loro scudi, affinché suonando ottenessero la protezione di Marte.

Giulio Cesare racconta che anche i Britanni le usavano per lo stesso motivo, ma tenute appese alle lance.

Campanelli legati al collo di mucche e cavalli li proteggono dai malefici; e un tempo era uso donarne una piccina anche ai neonati, per prevenirli dal malocchio e dalle streghe.

Anticamente si suonavano attorno al letto dei moribondi per allontanare eventuali demoni lì in agguato, per rubare l’anima fuggente. 

Antica anche l’usanza di suonare quelle delle chiese per allontanare i fulmini (in Sicilia i terremoti); infatti su molte di quelle più vecchie si trova l’iscrizione “Fulgura frango” (rompo le folgori) o “Fulgura arcens et daemones malignos” (tengo lontano folgori e demoni maligni”.
Questo perché si pensava che i disastri naturali fossero opera del Maligno e che  quelle campane, essendo benedette, sarebbero state in grado di farlo fuggire.   

Sognare campane che suonano normalmente, dicono sia segnale d’allerta generica; sognarle che suonano a morto, indica litigio; a stormo, assicurano un prossimo successo personale.

In Liguria si credeva segno nefasto una qualunque campana che suonasse da sola (magari mossa dal vento); in Emilia si pensava che udire un suono di campane in lontananza fosse presagio di grane; in Toscana erano convinti che portasse malissimo suonarle senza motivo e praticamente in tutto lo Stivale si considerava cattivo segno il fatto che suonassero mentre l’orologio del campanile batteva le ore. In Lucania invece le donne con problemi di fertilità si recavano nel luogo dove si stava fondendo una nuova campana e saltavano sopra il crogiolo. Temerarie.

Nei Paesi Nordici a Natale porta buono regalare una campanella : alla fine del pranzo, tenendola in mano a turno, ogni commensale esprimerà un desiderio, e subito dopo la suonerà. 

E infine: le campane romane parlano.

©Mitì Vigliero 

Gli altri Toccaferro in Pillole:
I Numeri
I Piedi
I Capelli
Le Orecchie
La Gazza
Tarli e Tarme
Il Sale
Farfalle
Agosto
Il Granchio

Perché si dice: Piantare in Asso

di Placida Signora - 25 novembre 2009

il risveglio di Arianna di William Waterhouse

Nel nostro linguaggio quotidiano piantare in asso significa lasciare qualcuno da solo, solitamente in modo improvviso e inaspettato e possibilmente in mezzo a difficoltà o a situazioni sgradevoli.

Qualcuno dice che questo modo di dire derivi dal gioco dei dadi o delle carte: rimanere con un asso, ossia con un solo punto.

Altri, assolutamente logici ma del tutto privi di romantica fantasia, lo fanno derivare da uno dei significati dell’aggettivo latino assus: “senza accompagnamento, solo”.

Altri ancora – e sono quelli che mi stanno più simpatici- affermano che potrebbe trattarsi della deformazione popolare detta dai colti paretimologia del nome Νάξος (Nasso), isola greca delle Cicladi nel mar Egeo, famosa per la conclusione della storia di Teseo e Arianna.

Infatti il mito racconta che fu proprio qui che l’eroe attico -per nulla grato del fatto che l’innamoratissima Arianna lo avesse aiutato col famoso filo a uscire dal labirinto del Minotauro- dopo averla (oh vigliacco) addormentata con una pozione, l’abbandonò da sola sull’isola.  

Mi piace immaginare che lei, risvegliatasi  mentre il fedifrago si allontanava con la nave, dalla riva furibonda gli gridasse:

“Brutto mascalzone, non puoi piantarmi in Nasso così!”. ;-)

Ma poi sull’isola incontrò Bacco con tutta la sua allegra brigata di ninfe e satiretti, e piantata in asso non fu più.  

bacco e arianna di domenico carracci

©Mitì Vigliero 

E da voi come si dice?

Mimosafiorita: A Roma si dice “m’hai accannato” per definire in generale l’essere stata lasciata dal fidanzato ma anche nei guai da sola, oppure “m’hai lasciato con una mano davanti e un’altra di dietro

Caravaggio:  in siculo si dice: lasciari di piritu.

Placide Soddisfazio’

di Placida Signora - 24 novembre 2009

 

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Oggi sono al galòp, ma scrivo due righe veloci per dire che
mi hanno assegnato
l’Ecletic Site Award – Premio Internazionale per il Web Eclettico
.

M’appunto commossa e fiera il badge sul template, e ringrazio con un bacio.

Ricetta degli Gnocchi della Nonna di Gaia Fatti da Gaia

di Placida Signora - 23 novembre 2009

pronto a tavola

Gaia aka Copiascolla (che un bel giorno si deciderà di riaprire il suo blog), ospite da noi per il week end, ieri a pranzo ci ha preparato gli gnocchi.
Dei favolosi gnocchi.
La ricetta è quella che ha imparato da sua Nonna.
L’evento è stato immortalato da
Enrico e Fabio (che un bel giorno si deciderà di riattivare il suo sito).
La ricetta qui sotto l’ha scritta lei.
Miei solo i commentini tra parentesi, e il pesto.

Ingredienti per 4 persone
2 patate “da gnocchi” a testa
500 gr. di farina

Predisponete sul tavolo della cucina 500 grammi di farina di tipo 00 in una ciotola, un tagliere di legno bello grande (fondamentale quando non si possieda un tavolo da cucina adatto a impastare), un coltello a lama liscia, una grattugia e un canovaccio.

Prendete 8 patate a pasta gialla, lavatele sotto l’acqua corrente e strofinatele con l’apposito guanto (non c’era) o con uno spazzolino (questo sì c’era) per eliminare i residui di terra: le patate vanno lessate con la buccia (come dice Fabio), per evitare che assorbano troppa acqua .

Mettete le patate in una pentola a pressione con tre dita d’acqua (oppure in una pentola qualsiasi immerse in acqua abbondante), aggiungete una presa di sale grosso e fate cuocere per circa 20 minuti (nel frattempo vi prendete un caffè e chiacchierate di quel che più vi aggrada).

Togliete dal fuoco e svuotate l’acqua. E’ assolutamente vietato raffreddare le patate sotto l’acqua fredda. La buccia delle patate viene via facilmente sollevandola con le dita: eventualmente per non ustionarsi i polpastrelli (in ogni caso Gaia ha le ditina di amianto, posso testimoniare), ci si può aiutare con un coltellino e una forchetta.

Spargete un po’ di farina sul tagliere, schiacciate le patate con uno schiacciapatate (portato prudentemente da casa vostra, ché Placida non riusciva a trovare il suo) e incorporate metà della farina.

Lavorate l’impasto ancora caldo e aggiungete farina finché lo gnocco assume una consistenza compatta. Se è una giornata umida (ieri a Genova a mezzogiorno c’era il 74% di umidità), l’impasto resterà morbido: non cedete alla tentazione di aggiungere più farina del necessario, altrimenti gli gnocchi verranno troppo duri. Per addensare l’impasto qualcuno (la nonna di Enrico) aggiunge un rosso d’uovo: ho provato una sola volta e ho dovuto buttare via tutto, quindi non fatelo (se proprio vuole l’uovo, la prossima volta gli gnocchi li farà lù, néh?).

Ottenuto un impasto compatto, mettetelo da parte sul tagliere e andate a lavarvi le mani per eliminare i residui di impasto, asciugatele perfettamente e immergetele nella farina per togliere bene l’umidità (che in questa città ce n’è già abbasanza di suo, visto che alle 12,30 eravamo saliti all’80%).

Spargete il tagliere di farina, staccate una porzione di impasto grossa come una pallina da tennis e lavoratela con i palmi della mani fino a ottenere un lungo grissino (esiste un verbo che indichi questo movimento delle mani ? grissinare?) di circa 2 cm di diametro.

GRISSINARE

Tagliate la pasta con il coltello a intervalli regolari di qualche centimetro, per ottenere porzioni (più o meno) tutte uguali.

TAGLIARE 1

Perché gli gnocchi cuociano perfettamente e prendano bene il sugo, prendete ogni tocchetto e strofinatelo sul retro della grattugia (portata anche questa prudentemente da casa:  la placida grattugia ha tenuto il muso per tutta la giornata), esercitando una leggera pressione con una o due dita, in modo che si arrotoli su se stesso, rimanendo concavo all’interno e zigrinato all’esterno.

la cuoca allopera

Disponete ordinatamente gli gnocchi su un canovaccio (due canovacci, ne son venuti una valanga) e cospargeteli con un velo di farina, setacciandola con un colino (quelli piccoli da tè son perfetti).

Portate a ebollizione un pentolone d’acqua salata e versate gli gnocchi tutti in una volta, prendendo il canovaccio per gli angoli, stando molto attenti a non scottarvi con gli schizzi d’acqua.

La tecnica di mia nonna è quella di immergere nell’acqua anche il canovaccio, lasciar scivolare gli gnocchi, recuperare il canovaccio intriso di acqua bollente e lanciarlo sul lavello cacciando un urlo. Voi non fatelo. (Infatti, quando Gaia mi ha porto i due canovacci vuoti di gnocchi ma grondanti acqua rovente, li ho lanciati sul lavello soffrendo in silenzio perché son placida)

In pochi minuti gli gnocchi affioreranno: acchiappateli con una schiumarola (ovvero un mestolo bucherellato) e disponeteli in una terrina, in cui avrete precedentemente versato un letto di sugo (di pomodoro, carne o pesto a piacere).

Mescolate delicatamente e portate in tavola.

Gaia Copiascolla

il pranzo e servito

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