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Tortino di Patate alla Placida Fiacca

di Placida Signora - 30 settembre 2009

In questi giorni di convalescenza e fiacchezza infinita, la mia casalighitudine è a livello zero; per fortuna ho vicino un uomo meraviglioso che si occupa di tutto, però almeno a far da mangiare cerco di pensarci io.

Cose semplici e facilissime, ché anche solo pensare mi fa fatica.

E così l’altra sera ho aperto il frigo e mi sono trovata di fronte due grosse patate lesse e intere avanzate (avevo calcolato male la dimensone dei tuberi) da uno sciattamaiu fatto due giorni prima, una valanga di culetti avanzati di formaggi, due grandi pomodori tristi e un po’ rugosi scordati nel fondo del cassetto delle verdure.

Così ho preso le patate, le ho pelate e tagliate lentamente a fette rotonde.

Ho scartocciato piano piano tutti gli avanzini di formaggi vari (fontina, gruviera, uno tipo bel paese, mezza mozzarella di bufala, mezza scatoletta di philadelphia), li ho tagliati a tocchetti (il philadelphia ovviamente l’ho schiaffato dentro a cucchiaiate) e messi in una ciotola insieme a un cucchiaio di origano, mescolandoli mollemente con le mani per ricoprirli bene della profumatissima erbetta.

Ho lavato e tagliato stancamente a fette i pomodori.

Ho imburrato (pochissimo) una teglia e ho fatto -con calma- una strato di fette di patate, uno di tocchetti di formaggio, uno di fette di pomodori.
Poi ne ho fatto un altro (patate, formaggi, pomodori).

Ho coperto languidamente il tortino con due belle manciate di grana grattugiato e foglie di basilico colte direttamente dal vaso sul poggiolo.

Ho messo la teglia nel forno scaldato a 200° e poi abbassato a 180, sono andata a sdraiarmi sul divano.

Dopo tre quarti d’ora – causa profumo buonissimo che aveva invaso casa grazie al Dio protettore delle Placide Cuoche Fiacche- mi sono ricordata improvvisamente del tortino nel forno e sono andata a levarlo.

Era dorato, cotto al punto giusto e soprattutto ottimo.

Provare per credere.

Placidenuvole

di Placida Signora - 29 settembre 2009

Ma quanto tempo è che non giochiamo?
La foto è di Deviantart
Fate click per ingrandire.

LEGGIAMO LE NUVOLE

 

Beppe: La nuvoletta bianca in alto a sinistra è il profilo di una ragazza che sta dando un bacio.

Scrittoingrassetto:  Sempre e comunque astronavi!!! Goldrake!!!

Roger: non tutte le nuvole riescono col buco, quella grande in alto a destra si…e sempre a destra in basso,se ne può vedere una con un buco a forma di pesce . bucoliche nuvole…

MaxG: A sinistra, la nuvola scura più piccola fra le due grandi, è un coniglio con lunghissime orecchie.

Aglaia: Beppe ha ragione!! e quella sotto chiara sembra il profilo del muso del cane al quale è diretto il bacio!

Fatacarabina: a sinistra in basso sopra il sole, una nuvola che ricorda il profilo di un vecchio che mi vendeva le mele.

Luca: a destra del sole in basso una di quelle pistole che si vendevano nelle fiere e sagre di quando ero bambino tirando il grilletto facevano quei rumori spaziali….

Bobboti: poche storie: il nuvolone grosso a destra è uno squalo.

Skip: in alto a destra la nuvola più grande e scura è il muso di un dinosauro dall’aria benevola al quale va incontro,trotterellando, un animaletto (nuvola scura in alto a sinistra)

Baol: La nuvola in controluce in alto a sinistra sembra un coniglio che salta in avanti.

Diego: io ci vedo questo
bacio

ZiaPaperina: Il nuvolone sulla destra è un maialone che sta annusando il coniglio di MaxG ;oD

Antiche Cosmetiche Follie

di Placida Signora - 27 settembre 2009

Sin dai tempi più antichi l’arte cosmetica ha affascinato l’umanità.

Nelle piramidi egizie sono state trovate numerose trousse contenenti tutto l’occorrente col quale sia maschietti che femminucce si truccavano il viso; con un bastoncino d’avorio intinto nel nerofumo cerchiavano gli occhi allungandoli come quelli del gatto, animale sacro; col carminio coloravano guance e labbra e con la polvere di henné si tingevano le unghie.

Ovviamente le mode cosmetiche variavano a seconda del metodi usati dai nobili/Vip in auge in quei momenti; e ieri come oggi, a dettar legge  erano soprattutto le donne giudicate più trendy e quindi obbligatoriamente da imitare in tutto, per tutto e nonostante tutto.

Nell’antica Roma Poppea lanciò, oltre la moda dei bagni in latte d’asina, anche quella delle creme da notte: uno spesso strato di farina di segale sciolta nell’olio d’oliva da spalmarsi in faccia prima di andare a dormire.

L’uso divenne comune, le matrone facevano a gara ad inventarsi altre miracolose ricette tra le quali ne furoreggiava una a base di farina di fave e gelatina di nido, alias cacca di uccelli.

Questi intrugli presero ben presto il nome di “maschere del marito”, perché a godersele era solo il poveretto; Giovenale infatti nella Satira VI tuonava:


Il viso, gonfio di pomate,
tutto un effluvio di ceroni poppeani,
in cui s’invischiano le labbra
del povero marito,
è ripugnante, eppure muove al riso
(…)
Finalmente svela il suo volto:
tolto il primo strato d’intonaco,
ecco, ora sappiamo chi è;
poi si massaggia con il latte:
si sa, anche se fosse esiliata al polo artico,
condurrebbe con sé una mandria d’asine.
Io domando: è una faccia questa,
cosí mutata in maschera,
sostenuta da tanti impiastri,
tutta madida per gli impacchi
di farina bollente,
o non piuttosto un’ulcera?
(trad. da qui)

Pare però che, secoli dopo, anche un maschione come Enrico III  fosse uso ad andare a nanna con la faccia spalmata di farina e bianco d’uovo; maschera schiarente, ammorbidente e antirughe servita a ben poco visto che quel re di Francia è passato alla storia con tre soprannomi: Nero, Peloso e Vecchio…

Mme Tallien

Quella ritratta lassù è Teresa Cabarrus, Marchesa di Fontenay e moglie del rivoluzionario francese Tallien; donna famosa per la sua bellezza,  durante il Direttorio lanciò la rivoluzionaria moda di ammorbidirsi la pelle facendosi schiacciare chili di fragole sul corpo.

Cura di sicuro meno dispendiosa di quella di Cleopatra che una volta la settimana – per ottenere una pelle diafana e purissima- ingurgitava bicchierozzi d’aceto in cui erano state fatte sciogliere delle perle, ma di certo più gradevole di quella del medico di Corte francese François Marie Dubois il quale, alla fine del ‘700, per rendere fresca, elastica e vitale la cute raccomandava bagni di sangue fresco, facendo installare nei mattatoi grandi vasche affinché le madame potessero comodamente immergersi in loco nel liquido ancora fumante…

Però vi assicuro che era sempre meglio del rimedio  per incandidire, rinvigorire ed aumentare il volume del seno che furoreggiava fra le dame della parmense Corte di Maria Luigia e che  suggeriva alle signore vigorosi massaggi fatti con letame di piccione… E chissà com’erano contenti i signori.

©Mitì Vigliero

Placide Segnalazio’

di Placida Signora - 25 settembre 2009

Ho un bel po’ di arretrato nelle mie consuete blog-letture, ma in questi pochi giorni di quiete dopo la tempesta ho subito trovato tante cose belle che vi segnalo con grande piacere.

- Bilanci, di Vast

- E un bel c’era una volta non lo vogliamo fare?, di Radiowaves

- L’influenza V, di Massimo Gramellini

- Per tutti i tuoi capelli bianchi, di Morosita

- Bambino latino, di Sobritish su Grazia

- Titanic streaming, di Riccardo Pizzi

- La splendida Versailles, scherzi a parte - di Marina

- Templa, di Dario D’Angelo

- Speranze, di Francesca Ferrari

- Con amore, di Sara Taricani

- Fenomeni sonori degli organi interni, di Chinaski

- Cronaca di un addio, di Dania 

- Ebbene sì, sono stato anche un concorrente di Mike!, di Lorenzo Cairoli

- Esegesi della legnaia, di Sba

- Obama, il futuro dei giornali e la legge delle 5 “C”, di Marco Bardazzi

- Un meraviglioso, tenerissimo, crudelissimo video, su Dissapore

- Il tumblr di Nikink , pieno di segnalazioni e curiosità.

- Il sito ufficiale di Cesare Zavattini, con tutto l’archivio consultabile

Perché si dice: Per un punto Martin perse la cappa

di Placida Signora - 24 settembre 2009

Notissimo modo di dire proverbiale usato per esprimere che una minuzia, un dettaglio, un piccolissimo particolare trascurato possono causare gravi perdite e danni.

L’origine di questo motto è dibattutissima.

C’è chi afferma che il punto sia quello che si conta nei giochi di dadi o di carte; vi fu un Martino che, per un solo punto, perse non solo la partita ma tutti i suoi averi, cappa (mantello) compresa.

Altri dicono che il punto sia quello fatto con ago e filo nella stoffa; un cavalier Martino ordinò una cappa ad un sarto, volendo però che la cucisse in fretta. Il sarto obbedì, ma proprio a causa della fretta si dimenticò di mettere il “punto” di chiusura del filo che teneva insieme il mantello.
Così Martino, dopo una breve galoppata, per colpa delle sue impazienti pretese perse la cappa.

Infine, ed è questa l’ipotesi più accreditata, si intende come “punto” il segno di scrittura.
Piccolo, apparentemente insignificante, è invece fondamentale per la comprensione degli scritti.

Frate Martino, priore di un importate monastero, ricevette dai superiori l’incarico di scrivere sul portone d’ingresso la frase ospitale
Porta patens esto. Nulli claudatur honesto
ossia
La porta sia aperta. A  nessuno onesto si chiuda
.

Ma per distrazione, Martino spostò il punto e così la frase risultò
Porta patens esto nulli. Claudatur honesto.
Cioè 
La porta sia aperta a nessuno. Si chiuda all’onesto.

Ovviamente i suoi superiori si offesero a morte per via di quella frase ingiuriosa, che andava contro ogni forma di protettiva carità cristiana, e arrivarono al punto di cacciare il povero Martino dall’ordine obbligandolo, per colpa di quel “punto”, ad abbandonare la “cappa”, cioè il mantello simbolo della sua carica.

©Mitì Vigliero

Avete in mente qualche modo di dire, proverbio o parola di cui volete sapere la storia?
Segnateli nei commenti, ed io nelle prossime rubriche
Perché si dice
soddisferò le vostre curiosità.

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