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Il Pollo alla Garibaldi di Ne

di Placida Signora - 8 giugno 2009

Quando Federico Barbarossa venne in Italia, subì una tale serie di sconfitte che gran parte dei suoi soldati decise di mollarlo e di stabilirsi vita natural durante nelle verdeggianti vallate dello stivale, prediligendo in particolare quelle non troppo lontane dal mare.

Uno di questi soldati si chiamava Grunbauer e scelse come dimora la Val Graveglia, nella Liguria di Levante.

Passarono i secoli e il cognome sassone dei numerosi discendenti del soldato venne man mano storpiato, addolcito, facilitato, insomma italianizzato sino a tramutarsi in Garibaldi.

Infatti moltissimi abitanti di Ne, uno dei centri principali della Val Graveglia, si chiamano così e proprio a Né nacque la famiglia del Garibaldi più famoso del mondo il quale, nel 1864, venne eletto al Parlamento Italiano proprio grazie ai voti degli abitanti della Val Graveglia.

E a Ne è dedicata a Garibaldi anche questa meravigliosa, profumatissima, semplice ricetta a base di pollo:

1 pollo pulito e tagliato a pezzi piccoli
150 gr di olivette nere
2 litri di brodo di carne (anche di dado, basta non sia vegetale)
2 foglie di alloro
1 rametto di salvia
1 rametto di rosmarino
1 pomodoro maturo
1 bicchiere di vino bianco secco
olio
burro
sale.

In una casseruola mettere burro e olio; farvi soffriggere le olive e l’alloro, sino a quando saranno dorati.
Aggiungere i pezzi di pollo, salare e rosolare.
Unire il vino bianco, le olive e i sapori tritati insieme al pomodoro.
Rosolare e mescolare velocemente.
Appena il vino sarà evaporato, unire il brodo sino a coprire completamente il pollo: mettere un coperchio e cuocere lentissimamente per due ore circa.

©Mitì Vigliero

Genova: Dichiarazione d’Amore

di Placida Signora - 5 giugno 2009

genova-by-pietro-calzona
(©Piero Calzona)

Genova col porto che ti accoglie come un abbraccio spalancato; con piazze come De Ferrari o Corvetto  che viste dall’alto sembrano il perno di un ventaglio di strade aperto sul turchese del mare.

Vedere la Foce, che i foresti non capiscono perché mai si chiami così, e scoprire che è a causa di un torrente che a un tratto scompare coperto da viali e giardini; ed abbinare all’immagine le parole del recitativo “La nostra spiaggia” di Bruno Lauzi, che alla Foce nacque e passò gli anni più belli della giovinezza:

Ricordo che c’erano solo i relitti delle chiatte da sbarco,
quello che era il parco giochi di chi sognava l’avventura
e lungo tutta la Foce l’acqua era limpida e pura
e sugli scogli i pescatori avevano la mano sicura:
è così che tanti anni fa era il nostro quartiere
…”

Vedere all’improvviso Boccadasse, sorpresa sempre nuova, intatto borgo pescatore in riva al mare, superstite glorioso alla civiltà urbanistica e romantico testimone di un tempo che fu.

E osservandola così ritratta nella sua pace, si capisce bene la poesia di Edoardo Firpo:

O Boccadaze, quando a ti se chinn-a
sciortindo da-o borboggio da çittae,
s’à l’imprescion de ritorna in ta chinn-a
o de cazze in te brasse d’unna moae.
Pa che deslengue un po’ l’anscia da vitta
sentindo come lì s’eggian fermae
ne-a bella intimitae da to marinn-a
a paxe antiga e a to tranquillitae.

O Boccadasse, quando si scende a te
uscendo dal subbuglio della città,
si ha l’impressione di ritornare nella culla,
o di cadere fra le braccia d’una madre.
Pare che si sciolga un po’ l’ansia della vita
sentendo come lì si sian fermate
nella bella intimità della marina
la tua pace antica e la tranquillità.

Ecco, tranquillità; pura serenità il sentimento che si prova a guardare Genova in alcune sue giornate.

Immergersi nei suoi colori; colori tenui, nulla di urlato: cipria, terracotta, cenere, albicocca.
E pistacchio, sale, pepe, zafferano, un pizzico di cannella e peperoncino: quelle “droghe” un tempo così amate dagli antichi mercanti di qui, spiccano ancora nel paesaggio con funzioni di chiaroscuro.

E scoprire così che la luce di Genova è dolce e lenitrice.

Di giorno, un giorno magari sferzato dalla tramontana, la luce è vitale, tutto sembra nitido, lavato di fresco e si rischiarano anche le idee, si raffreddano le rabbie, svaniscono le nebbie della malinconia.

Invece la luce della sera ricopre per un lungo attimo di rosa confetto le facciate e d’argento le centinaia di tetti d’ardesia, facendoli luccicare come altrettante scaglie di mare.

E Genova, così come sa regalare tramonti struggenti, sa donare notti di fiaba; quando sulle alture si accendono lumini da presepe, la città dorme sotto la Luna mentre il porto e i lungomare indossano i loro gioielli più belli che riflettono sull’acqua lunghe catene scintillanti, palpitanti scie d’oro e diamanti che fanno sognare l’anima.

©Mitì Vigliero

Usanze e Tradizioni Nuziali

di Placida Signora - 3 giugno 2009

sposi-torta
(immagine da qui)

Alcune nostre usanze nuziali hanno origine remota; l’abito bianco, ad esempio, esisteva già nei matrimoni dell’antica Roma.

La sposa infatti indossava una tunica bianca, bianca la stola che le scendeva ai piedi, bianca la regilla stretta ai fianchi da una fusciacca di lana bianca; bianche le strisce di lana che s’intrecciavano nei suoi capelli e infine bianca la corona di fiori che le cingeva il capo.

Anche l’usanza di prendere in braccio la sposa al momento di entrare in casa ha origini romane: veniva portata a braccia dal marito sino nell’ “atrium” poiché sarebbe stato di cattivo augurio farle toccare la soglia d’ingresso con i piedi.

Così come romana è pure la tradizione della fede, anello matrimoniale posto all’anulare sinistro (che si pensava direttamente collegato con una vena al cuore),  simbolo della fedeltà coniugale reciproca.

La tradizione matrimonialistica ancora oggi dice che la sposa il giorno delle nozze dovrà indossare qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di imprestato e qualcosa di azzurro; invece la nubile che riuscirà ad acchiappare al volo il bouquet lanciato dalla sposa alla fine della cerimonia, volgendo le spalle alle amiche in attesa e chiudendo gli occhi, entro sei mesi troverà l’uomo della sua vita.

A proposito di bouquet: in Romania i bouquet sono composti esclusivamente da fiori color rosso vivo (in ogni dove sono invece banditi fiori rosso cupo o violacei, che portan jella), e le spose li fanno seccare, conservandoli gelosamente insieme all’abito.

Poi ci sono i giorni fausti e infausti per sposarsi. 
Nell’Istriano  ad esempio evitano di celebrare le nozze al 1° aprile, 1° agosto, 1° dicembre; in Sicilia al lunedì si sposano solo i vedovi e in Piemonte si sconsiglia il mercoledì (“Sposa mercolina, anche tra cento non ne indovina una”).

Per quanto riguarda i mesi, in Liguria non bisognerebbe sposarsi in settembre, perché “Sposa settembrina, presto vedovina”, mentre a Napoli lo sposarsi in maggio è considerata da molti un’eresia, dato che – chissà perché- le “Nozze maggioline portano felicità breve”.

In Alto Adige, anticamente, i matrimoni venivano celebrati solo in inverno, quando i contadini non lavoravano i campi.
Ancora oggi molti scelgono di celebrare il cosiddetto “matrimonio contadino”, indossando i costumi tipici, tra musiche e danze, con un pranzo di nozze di quindici portate e viaggiando in slitta.

A Riscone e in tutta la Val Pusteria è solitamente  difficile trovare qualcuno che accetti di fare da testimone della sposa, soprattutto se avrà il sospetto che questa verrà “rapita”: la cosa ha origini medioevali, quando i Feudatari rapivano le sposine durante il banchetto per usufruire dello “jus primae noctis”.

Il testimone, allora scelto proprio come responsabile della difesa della fanciulla, partiva all’inseguimento dei rapitori e, se riusciva a raggiungerli, si riprendeva la  sposa, ma doveva pagare di tasca sua un  lauto riscatto per risarcire il Feudatario del mancato diritto.

Ora le cose si sono modernizzate: a metà banchetto gli amici rapiscono la sposa (consenziente) sotto il naso del neomarito e, correndo come pazzi in macchina,  fanno il giro di tutti i bar, “stube” e locande limitrofe, ordinando litri e litri di champagne e vino, cantando e ballando e poi riscappando in cerca di un altro locale dove folleggiare.
Il testimone che li insegue è obbligato a fermarsi nei nei vari locali per pagare  tutte le “consumazioni” fatte dai rapitori e dalla rapita: ovviamente, prima li acchiapperà, meno il costo sarà elevato.

In certi luoghi dell’Umbria, Toscana e Abruzzo esiste invece la tradizione del serraglio (o fettuccia, laccio, parata, intravata, ecc.): mentre gli sposi raggiungono in corteo appiedato la chiesa, i giovani del paese sbarrano loro la strada per mezzo di una corda impedendo così al corteo di proseguire sino a quando la sposa non lancerà confetti e monete come pagamento del pedaggio.

In Ciociaria esiste l’usanza di bombardare con confetti, durante il pranzo di nozze, piatti e bicchieri sino a fracassarli: il vino versato porta allegria, mentre i piatti disintegrati alludono alla fu verginità della sposa.

Nei paesi di tradizione Albanese gli sposi mangiano, per tutta la durata del pranzo, nello stesso piatto, come simbolo di comunione spirituale e materiale e in certi posti del Piemonte, della Lombardia e della Riviera Ligure, alla fine del ricevimento si celebra “il taglio della cravatta”.

 Girando per i tavoli, i testimoni “vendono” agli invitati una sottilissima striscia di cravatta dello sposo; l’offerta è libera e quei soldi serviranno alla coppia per il viaggio di nozze, non per comprare una nuova cravatta perché gli sposini previdenti e mica scemi, al momento del “rito” si tolgono quella nuova bella e indossano la più brutta e vecchia reperita nel guardaroba

©Mitì Vigliero
(Placidopost collegato: Proverbi, Modi di dire e Aforismi sul Matrimonio)

Ne conoscete altre?

Krishel: Di Venere e di Marte ne’si sposa ne’ si parte. Ossia non ci si sposa e non si iniziano viaggi né di martedì né di venerdì. Il primo è ovvio perchè: un giorno sotto l’egida di Marte dio della guerra non può essere buono per un unione di coppia mentre per il venerdì si dice che era il giorno in cui venivano al mondo gli spiriti. Altri invece perchè giorno dedicato alla Venere fosse più incline alla lussuria. Vai a sapere te dove sta la ragione…

Skip: Durante il pranzo nuziale un passerotto entrò svolazzando nel salone e tanti gridarono che era di buon augurio per gli sposi.

Cassandra: Sposa bagnata, sposa fortunata… forse legare a credenze un giorno così importante sottolinea il fatto che è soprattutto una cerimonia augurale (la parte impegnativa deve arrivare, scommette sul futuro) quindi: meglio non inimicarsi alcuna forza… :)

Caravaggio: in Umbria invece durante il pranzo di nozze viene tagliata la cravatta dello sposo e viene ripagato del taglio con una busta contenente denaro e durante questo rito vengono lanciati a piene mani confetti veri e non mancano i colpiti, invece in Sicilia è di super malaugurio sposarsi in agosto.

Roger: paese che vai usanza che trovi….Fonte Wikipedia: “….In Russia vi era la tradizione che il padre della sposa donasse al genero una verga, con ciò dandole l’autorizzazione a picchiarla se non fosse stata obbediente. Nel nord dell’Albania, il giorno delle nozze il padre della sposa regala al genero una pallottola, da usare in caso d’infedelta’ da parte della futura moglie”

Mimosafiorita: Sempre in Ciociaria, il corteo nunziale lanciava confetti anche lungo la strada a chi stava a guardare, lo ricordo io che mi precipitavo a raccoglierli.

Clarita: qui a Matera non si celebrano matrimoni di domenica… pare che non sia dovuto alla tradizione, ma che sia volere dell’arcidiocesi…

Scrittoingrassetto: Non conosco tradizioni locali ma ho assistito ad un matrimonio in Polonia e tutte le donne del paese partecipano alla messa portando un mazzo di fiori come augurio.

Boh/Orientalia: la cerimonia dell’India induista è meravigliosa, lunghissima.
La parte più bella secondo me è quando lui arriva alla cerimonia, con la sposa velata di rosso fiammante e oro che lo aspetta, seduta su un trono, in sella a un cavallo bianco tutto agghindato (sia lui, sia il cavallo) o a un elefante, sempre riccamente bardato; e verso la fine della cerimonia, prima del momento principale, quando il prete officiante (ce ne possono essere diversi di preti) annoda un lembo della sciarpa di lei con un lembo del kurta di lui.
Poi vengono i sette passi rituali intorno al fuoco sacro (che è anche il fuoco della famiglia, oltre a essere il fuoco vedico), dopo le sette promesse del matrimonio. E mi chiedo: noi ne abbiamo tre, e oltre tutto raramente mantenute. Loro 7 e di solito le mantengono, come faranno?:D

Fabio: In Sardegna è usanza preparare “sa ràzzia” (o razza): un piatto, pieno di riso, grano, confetti, caramelle, monetine e carta colorata tagliata a pezzi piccolissimi. All’uscita dalla chiesa, davanti a casa (e ovunque se ne abbia l’opportunità) mamme, nonne, zie e vicine di casa prendono manciate dal piatto che hanno preparato e le tirano addosso agli sposi facendo il segno della croce, poi sugli invitati e poi spaccano il piatto a terra. Ci sono paesi, soprattutto quelli piccoli e interni, in cui il lunedì mattina le strade sono bianche di cocci di ceramica! A me l’hanno fatto le nonne, mia madre, una zia e la vicina, non mia suocera ché è TdG.

MaxG: “A ogni matrimonio se ne combina un altro”! E a me è capitato davvero ;)

Pimpirulin: Anche a Padova c’era la tradizione di tagliare la cravatta dello sposo in tante striscioline. Poi gli amici passavano tra i tavoli con il tagliere, sul quale stavano i pezzi di cravatta, in una mano e una bottiglia vuota nell’altra. Chi voleva un pezzetto di stoffa doveva “acqistarla” infilando una banconota nella bottiglia che poi veniva consegnata agli sposi.

Pievigina: A questo post, Placida, non posso non commentare: io e il mio fututo marito abbiamo preparato un libricino, per il nostro imminente matrimonio, proprio sugli usi nuziali della Marca Trevigiana. Eccone alcuni:
Fino ai matrimoni dei nostri nonni, nell’altamarca trevigiana, la suocera era solita aspettare la giovane nuora sulla porta di casa (che le due, da quel giorno, avrebbero condiviso) e, porgendole una scopa, doveva recitare: “Vien dentro niora, dall’inverno semo fora, de quel che te ha vu, no state pensar pi,…” e continuva specificando che la sposina doveva tenere a bada la lingua e fare le faccende domestiche che le sarebbero state imposte lasciando però alla suocera il governo della cucina.
Durante il banchetto nuziale si dovevano inoltre intonare dei canti intrisi di doppi sensi e che richiamavano all’atto sessuale. Questi canti avevano una funzione propiziatoria, erano augurio di fertilità e probabilmente discendevano dai romani canti fesceninni che venivano intonati durante il corteo nuziale.

Sancla: In Friuli si usa far tagliare agli sposi appena usciti dalla cerimonia un tronco d’albero con la sega da boscaioli (quella doppia), a simboleggiare lo sforzo comune che dovranno affrontare ma anche i risultati che potranno raggiungere se si impegnano entrambi.Naturalmente, se il tronco viene tagliato tutto, la felicità è assicurata.

Lo Sčiattamàiu: l’antico polpettone ligure di fagiolini

di Placida Signora - 1 giugno 2009

fagiolini

Questa ricetta è dedicata alla Tesoramia Nives, amica cara con la quale divido la passione per genovesità, piante e cucina. Non ha un blog, perché di blogger in casa sua ne basta uno ;-)

A Genova, chissà perché, i fagiolini venivano un tempo chiamati pellandroin, pelandroni.

Nei vecchi mercati i besagnini (verdurai, così chiamati perché tutti provenienti dalla Val Bisagno) gridavano: “Ma che belli pellandronetti, piggéveli (pigliateveli) donne!”, e più di un’avventrice rispondeva acidina : “Tegnìveli: mi n’ò za abàsta de me màiu” (Teneteveli, io ne ho già abbastanza di mio marito).

Nonostante ciò, uno di piatti genovesi più noti confezionato coi fagiolini  è lo Sčiattamàiu, letteralmente “schiattamarito”, perché veniva mangiato a sčiattapànsa, a crepapelle, rischiando di far schiattare per indigestione.

E’ un polpettone d’antichissima origine contadina; nel Medioevo era conosciuto come scarbassa, la cesta da vimini che veniva appesa sui dorsi degli animali da soma e dove venivano messe le verdure raccolte nei campi.

1 kg di fagiolini
250 gr di prescinsêua (in mancanza di questa, della besciamella o della ricotta allungata con un pittìn di latte)
3 uova
2 patate
2 bei pugni di grana grattugiato
pangrattato
olio
sale
.

Bollire i fagiolini in acqua salata. Tritarli grossolanamente e metterli in una terrina insieme al formaggio, uova, prescinsêua (o besciamella o ricotta), patate lesse spelate e sminuzzate, sale.
Mescolare molto bene. Ungere una teglia, cospargerla di pangrattato e distribuirci su il composto livellando bene e cospargendo anche lui d’un velo di pangrattato.
Infornare a 200°, sino a quando la superficie sarà dorata (circa 45 minuti).

E’ buono sia tiepido che freddo, ideale per le cene estive o da preparare il giorno prima come comodo pranzo da portare in barca, gita o spiaggia.

©Mitì Vigliero in Liguria. Civiltà della tavola italiana, Ed. Idealibri, 1998.

E voi, ne conoscete altre di ricette di polpettoni simili a questo?

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