La Bucolica Quiete

(Francesca Ferrari, alchidico e olio su tela, 80×120)
Sandra, una lettrice ( priva di link) mi ha scritto una buffa ma pure nervosissima email in cui descrive le grandi difficoltà che trova a dormire in città d’estate, soprattutto nei week end; con le finestre aperte per lasciare passare un po’ d’aria, entrano anche i tonitruanti fracassi causati dalle millemila manifestazioni che proprio in estate i Comuni organizzano, quasi sempre di sera, per intrattenere cittadini e turisti.
Concerti, recite, balletti, letture, riunioni, convegni, danze, fiere, mercati.
E conclude la mail dicendo:
“Ti giuro, sono così nevrastenica a causa del sonno mancato, che quest’anno sono fermamente decisa a vendere il mio comodo e modernissimo appartamento in centro città e di trasferirmi in un vecchio casolare in uno sperduto paesino di campagna. Almeno avrei silenzio assoluto, le mie notti non sarebbero più insonni e dormirei finalmente tranquilla, cullata dalla quiete bucolica“.
Sandra, per consolarti e invitarti a pensarci su ancora un poco, ti rispondo qui con un breve brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo, e precisamente dal capitolo che si intitola proprio La bucolica quiete.
Per facilitare a te e agli altri la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, la vecchia custode della Casa.
*
“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.
C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che procedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.
Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.
Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.
Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale”, i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.
Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.
Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.
Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.
Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.
”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.
A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.
“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?” mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei pastori casinisti.
Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.
E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?
Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.
Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.
Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.
E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.
La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.
La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate, e che i sospiri ansimanti - gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.
Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili, e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”
Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

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Davanti alla mia casa in campagna, a una distanza di non più di 5 metri, c’è un circolo ricreativo con un giardino pergolato pieno di tavolini. Durante il giorno ci vanno i vecchietti a giocare a carte, e urlano come matti, litigando o discutendo. Di sera-notte (in estate) ci vanno i ragazzi a bere, e urlano come matti ridendo o parlando. Non solo. Lasciano le macchine posteggiate davanti con gli stereo a mille, per creare effetto discoteca. E vanno avanti fino alle 3. Per questo preferisco passare agosto in città, e andare in ferie al mare. La mia campagna va bene solo per l’inverno, quando fa troppo freddo per starsene all’aperto ;)
Commento by Beppe - 30 giugno 2009 09:35
In città ho dovuto mettere l’aria condizionata per riuscire a dormire; finestre chiuse e casinisti chiusi fuori. In campagna la casa è un poco fuori dal centro abitato; sentiamo passi di cinghiali e animali misteriosi, le campane (che però ora di notte non suonano fino alle 7,30 proprio per le proteste). La casa invece fa proprio i rumori che dici tu.
Quante volte avrò letto e riletto quel tuo libro? Ogni volta è un tuffo nella serenità.
Commento by ZiaPaperina - 30 giugno 2009 09:57
Beppe, quella delle macchine posteggiate con le radio ululanti deve essere un’usanza tipica dei paesi di campagna. Non cantano più per le strade, girando di casa in casa; si sono adeguati ai tempi ;-D
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 10:23
ZiaPaperina, l’aria condizionata è una mano santa (anche nelle case di campagna) :-DD
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 10:24
insomma, la tranquilla vita di campagna ti piace eh?;)
Commento by Boh/Orientalia4All - 30 giugno 2009 10:47
Abituato alla quieta campagna, ogni volta che dormo in città divento una potenziale belva sanguinaria.
Anche la campagna ha i suoi rumori, ma non sono mai volgari come quelle mandrie di citrulli che la notte urlano sotto la finestra perché devono divertirsi per forza!
Lat.
Commento by Lattugo - 30 giugno 2009 11:17
Nino Ferrer – “Viva la Campagna”
Io sto in città,
son come una formica nella folla dell’umanità,
che corre quà e là,
a gran velocità con l’orologio
che va che va che va.
Io sto in città,
non mi ricordo più la primavera che colore ha,
amici non ne ho
e parlo perlopiù con l’orologio
che va, che va, che va.
Felicità, non sei in città,
viva la campagna, viva la campagna
La civiltà, è bella ma,
viva la campagna che mi dà
un arcobaleno sereno, l’odore del fieno,
il canto corale di mille cicale,
un bianco puledro, il fiore di cedro,
le stelle più grandi nel ciel
Ma…
Io sto in città,
cemento, palazzoni, cartelloni di pubblicità
in macchina su è giù,
lottando perdipiù con l’orologio
che va, che va, che va.
Io sto in città,
rumori fastidiosi, la nevrosi mi divora già
la gente viene e và,
ma non sorride più c’ha l’orologio
che va, che va, che va.
Felicità, non sei in città
viva la campagna, viva la campagna
La civiltà, è bella ma,
viva la campagna che mi dà
tutti questi grilli, birilli, cavalli, coltelli, mulini, bambini, tacchini, pulcini, casette, cosette, forchette, saette, tramonti, racconti, bisonti, rimpianti, castagne, lasagne, lavagne, montagne, ombrelli, fratelli, cartelli, caselli, bestiame, pollame, catrame, legname, fragori, fattori, pittori, rumori, patate affettate, posate, scarpate, fontane, cantine, gattoni, fornelli, randelli, piselli, martelli, sentieri, bicchieri, mestieri, profumi, dolcini, legumi, barlumi, cipolle, corolle, betulle, farfalle, formaggi, foraggi……e ci aggiungerei anche lo scampanio festoso che è tanto country…. :)))))
Commento by roger - 30 giugno 2009 12:06
e anche i maggiaioli che cantano il cantamaggio sotto la finestra…che fa tanto folk…che se ripetono…anche bifolk…… :)))))
e il……Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi……????….mica si può perdere ….:)))))
Commento by roger - 30 giugno 2009 12:13
Boh. è che nessuna casa è silenziosa come questa mia in città! (ricevuto, appena riesco ri rispondo, vita freneticissima qui…) :-*
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 12:29
Roger, era divertentissima quella canzone!
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 12:29
comunque non tutto e così perfetto perchè possono sorgere dei contrasti e così dar luogo a vivaci discussioni….naturalmente parlo degli abitanti…
come si evince da…..
Contrasto fra un contadino e un fiorentino
Ero a Firenze per combinazione
in una trattoria a desinare
vi era in essa lì molte persone
che un poco stretti ci connvenne stare.
Nacque tra due di questi una questione
che più di un’ora la facean durare
erano due che sedean vicino
un di Firenze e un del Casentino.
Disse: “come tu puzzi” il fiorentino
al campagnolo poi la testa inchina
mi fai risortir fuori il pane e il vino
il pollo la bistecca e la tacchina.
O porco sudicion d’un contadino
tu sei più lercio te d’una latrina
e pure l’acqua a casa ce l’avrai
villan fottuto non ti lavi mai.
E te con tutto il tuo lavar che fai
con quell’acqua di crusca e saponette
con tutti quegl’odori che ti dai
dai fondamenti per fino alla vetta
certo la vita tua terminerai
non sei capace a regger la giannetta
ti resta solo il fiato per parlare
dimmi a cosa conta il tuo lavare.
S’io fossi la giustizia vorrei fare
di questi contadini una brancata
e da Livorno li vorrei portare
al porto dove giunge ogni fregata
e tutti in mare li vorrei gettare
per levarla ‘sta setta tribolata
buttar giù finché il mare non è pieno
senza rimorso di coscienza in seno.
Per pietà o fiorentino parla meno
lo vedo bene l’hai perso il cervello
il contadino lavora il terreno
lo costodisce la pecora e l’agnello
lo raccoglie il frumento biada e fieno
lo costodisce il bue e il vitello
l’opra del contadino l’è un talento
servono a prepararti il nutrimento.
Io già coi contadini ‘n mi cimento
‘che il contadino quando parla pecca
se tasti con la mano sotto il mento
fra quella po’ di barba c’ha ‘na zecca.
Dai più fastidio dell’inverno il vento
guardalo con la lingua il piatto lecca
a quella mensa ove mangiate voi
ci mangia pecore vacche maiali e buoi.
Te i contadini biasimare vuoi
ma dalla spina nasce il bel rosaio
se le leggi il libro degli antichi eroi
troverai Giotto ch’era un pecoraio.
Li pascolava li animali suoi
senza l’innanzi né di Tizio e Caio
prese una lastra bianca e in quella
fece la figura di un’agnella.
Senti sto grullo cosa mi favella
la ragion di Giotto ‘un ti conviene
quello che ha fatto lui non si scancella
quello che ha fatto lui tutto sta bene
natura gli dono la virtù bella
non era un mammalucco come tene
cosa ti paragoni o montanaro
non sei capace de da da be’ a un somaro.
Certo non son capace e non imparo
perché il ciuco non è mia compagnia
l’ho trovato oggidì per caso raro
perché son giunto in questa trattoria.
O oste vieni qua prendi il danaro
rendo il mio posto libero e vo via
e molte miglia devo far di strada
al ciuco gli pago una mezzetta di biada.
Villan fottuto e contadin balordo
s’avrò il permesso dall’altri fiorentini
mi metterò alla porta con la spada
e proibirò l’ingresso ai contadini
e valsivoglia vada come vada
sian di monti e campi e di appennini
sian di colli e di colline e valli
a te ti consegno i tuoi campi prati e stalle.
E quei salami e quei prosciutti e quelle spalle
tra noi villani mangeremo insieme
tacchi’ e piccioni e galletti e pollastre
e tu in Firenze mangerai le lastre.
Commento by roger - 30 giugno 2009 12:30
ah….
è una poesia popolare in ottava rima di solito recitata da due persone uno faceva il contadino e uno il fiorenti e l’uno rispèondeva all’ altro……per le rime…
Commento by roger - 30 giugno 2009 12:37
Ahahahah!
Va bene, ci penserò. All’aria condizionata, dico. Grazie per la magnifica risposta, ora mi procuro il libro che deve essere fenomenale. Sei sempre tanto cara, veramente una signora e una donna speciale.
Grazie!
Sandra
(hai visto che ho trovato il coraggio per scrivere qui? spero di esserci riuscita!!!)
Commento by sandra - 30 giugno 2009 13:06
Roger, sai mica la data originaria (più o meno) e l’autore di quel contrasto?
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 14:55
Sandra, visto che non è difficile? (scrivere qui. L’aria condizionata poi è facilissima ;-**)
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 14:56
Descrizione perfetta e divertentissima, eppure, a me è capitato di dormire in una cscina perfettamente isolata in montagna dove il silenzio era assoluto. Solo il lontano mormorio di un ruscello ci cullava come una ninna-nanna. Ebbene la mancanza di qualsiasi rumore era altrettanto inquietante dei fracassi cittadini. Dopo un po’ ti sembrava di stare nell’oltretomba. Angosciante!
Commento by Rosy - 30 giugno 2009 15:39
Placida…mi dispiace non so chi sia l’autore ne la data…il testo mi è stato dato da un conoscente…che ha sua volta lo ha avuto da sua madre morta 10 anni orsono all’ età di 96 anni
Commento by roger - 30 giugno 2009 17:13
Lattugo! Non ti avevo visto, scuuuusa! Come stai tesoro? quanto tempo…:-***
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 17:38
Rosy, rumorosissimo silenzio ;-*
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 17:39
non tornerei mai e poi mai ad abitare in città!! la campagna ha i rumori della natura che mi cullano nel sonno (e poi come farebbe mio figlio a suonare la batteria in condominio??)
Commento by JillL - 30 giugno 2009 18:01
JillL, già, gli sarebbe impossibile! :-D Io mi considero fortunata; abito in città, ma circondata dal silenzio (se di notte passa un motorino per strada schizzo sino al soffitto). Miracoli genovesi! ;-****
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 18:55
Roger, bé, l’importante è averlo conservato e scritto :-)
Commento by Placida Signora - 30 giugno 2009 20:01
Sto bene, Plà grazie :)
Nella quiete dei campi (anche se mi stanno trebbiando il grano sotto le finestre e andranno avanti tutta la notte).
Lat.
Commento by Lattugo - 30 giugno 2009 20:19
ricordo le notti, ero piccolissimo, in un paesino che si chiamava reno di tizzano di langhirano o qualcosa del genere, mia madre dormiva, ed io sentivo un “rattle rattle” continuo da un cassetto dentro l’armadio; era una stanza in affitto; una mattina presto presto, sulla soglia della portafinesta, si eresse ad arco, elegantissimo, un serpe lungo e silenzioso; a me piacque;
capii che quel “rattle rattle” era il rumore dei litigi notturni fra il serpe e qualche topino;
mia madre si svegliò, urlò, forse, e da allora niente campagna, e forse i serpenti mi fanno impressione
Commento by diego - 1 luglio 2009 17:45
[...] di giardinaggio una parte del XVI capitolo del mio In Campagna non fa freddo, la storia – come sapete- di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, [...]
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