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I Nomi delle Strade di Genova

di Placida Signora - 26 giugno 2009

Dedicato a GattostancoBarbara e Marco e a tutti quelli trasferiti tra foresti ;-)Chi abita da anni in una città è convinto di conoscerne a fondo caratteristiche e aspetti, vizi, virtù e stranezze: ma a volte basta un gesto qualunque, come sfogliare per caso lo stradario detto “Tutto Città” per rendersi conto di quanto siano strani, curiosi e tutti da scoprire – magari con l’aiuto del “Dizionario delle strade di Genova” (Bianca Maria Vigliero, Tolozzi ed., 1973, 5 voll.) – i nomi delle vie, salite e vicoli della Superba.

 

Ce ne sono davvero per tutti i gusti…I dotati di pollice verde, ad esempio, sarebbero felici di abitare in strade dedicate ad Acacie, Anemoni, Arancio, Camelie, Castagne, Cavoli , Ciclamini, Cipressi, Edera, Erbe, Faggio, Fava greca, Fico, Fragola, Gelsomino, Genziane, Gerani, Giglio, Ginestre, Giuggiola, Iris, Mele, Mimosa, Mirto (da cui deriva anche Multedo), Noce che non va confusa con Noce bella, Oleandri, Oliva, Olivette, Olivo, Olmo, Palme e Palmetta, Pero, Pino, Pigna e Pignolo, Platani, Pomograno, Rosa, Sambugo, Viole, e, a Quezzi, Finocchiara dalle piante di finocchiaccio, fennoggiaêa, con la quale si lessavano le castagne per renderle più morbide e profumate.

Gli amanti degli animali invece si troverebbero a proprio agio in strade nomate Agnello, Aquila, Camoscio, Castoro, Cicala, Corallo, Cornacchia, Falcone, Formiche, Fringuello, Gallo, Gazzella, Grillo, Lodola, Muli, Oche, Orso, Pantera, Passero, Pavone, Pesce, Scimmia, Tartaruga, Tortora, Vacca, e Zebra.

A Rivarolo, in via Rocca dei corvi, si crede che facciano il nido tutti i neri pennuti del territorio circostante. Vico Leone invece, come tanti vicoli dedicati ad animali esotici, deve il suo nome dal nome di un’antica locanda , forse il “Leon Rouge” in cui Mazzini venne arrestato nel 1830.

Sino al 1858 esisteva anche un vicolo dedicato ai Gatti, ma qualche besugo municipale evidentemente allergico ai felini (o nemico della famiglia Gatti che abitava in zona) lo tramutò in vico Foglie vecchie, per distinguerlo ovviamente dall’attinente vico Foglie nuove.

Il Passo della Rondinella, invece meno poetico di quanto si pensi poiché non si riferisce alle rondini, ma al servizio di “ronda” affidato, nel XVII secolo, a mercenari tedeschi.

Ai golosi sarebbero adatte le vie chiamate Biscotti, Cioccolate, Zucchero, Sale, Olio, Salumi; vico del Pepe dove, nel XII secolo, si commerciava la “droga” (l’unica circolante allora) che aveva lo stesso valore dell’oro e dell’argento tanto da venir usata come moneta, e vico Lavezzi, dove venivano vendute e fabbricate quelle pentole di terracotta con il manico dette laveggi o, appunto, lavezzi.

Genova dimostra un grande rispetto per militari e combattenti; infatti troviamo vie dedicate a Alabardieri, Arditi, Alpini, Fanti, Pionieri e Aviatori, Bersaglieri e Marinai d’Italia, Ragazzi del ’99, Combattenti Alleati, Brigate Bisagno, Brigate Liguria, Divisione Aqui e Forestale.

Ci sono pure strade dedicate a oggetti militari, come Gavette, Bersaglio e vico Carabraghe: del nome di quest’ultimo si è molto discusso poiché si pensava che il termine avesse il significato goliardico di “cala braghe”, visto che per anni e anni il vicolo aveva ospitato tre case chiuse. In realtà si riferisce alla “carabraga”, un antico strumento di guerra, sorta di catapulta per lanciare proiettili sui nemici.

I genovesi antichi e saggi tenevano anche in grande considerazione le professioni e le arti che mantenevano alacremente viva la città; ciò è testimoniato da tutte quelle strade dedicate a corporazioni di mestieri anche scomparsi e spesso, scomparso il mestiere, scompariva anche la strada: Artigiani, Bottai, Carrettari, Carpentieri, Cassai, Conservatori del mare, Cordanieri, Draghieri, Floricoltori, Lavandaie, Macellari, Notari, Operai, Pescatori, Pollaiuoli, Scudai, Sellai, Stoppieri, Tessitori, Indoratori, Tintori.

Nei dintorni di Sottoripa c’era vico dei Cartai: ora non esiste più, così come i fabbricanti di carta genovesi i quali erano famosi in tutta Europa. Pensate che il Parlamento di Londra aveva stabilito che tutti i documenti da riporre in archivio fossero redatti esclusivamente su carta proveniente dalle fabbriche del genovesato. In compenso piazzetta dei Librai è rimasta fino a oggi.

Ci sono poi i vicoli dedicati ai Fraveghi che poi sarebbero gli Orefici, e ovviamente lì intorno troviamo strade chiamate Pietre preziose, Oro e Argento, i quali però non sono gli unici metalli presenti nella toponomastica genovese, come dimostrano via dell’Acciaio, vico del Ferro e del Piombo.

Altri “materiali” a cui è stata dedicata una strada: Marmi, Mattoni rossi, Terre rosse, Lavagna, Sassi, Paglia, Fieno, Pece, Pelo, Cera, Seta e Lana.

Particolare è vico del Filo, uno dei più antichi di Genova già menzionato negli atti del 1345. Vi si trovavano le botteghe d’arte dei merciai e dei mercanti di filo che fornivano anche le varie “officine librarie” lì presenti, ove abilissimi amanuensi copiavano manoscritti, miniandoli e rilegandoli, appunto, con quel filo.

Dai materiali ai “luoghi” caratterizzati da particolari presenze architettoniche come Archi, Archivolto, Baracchette, Casette, Cisterna, Cittadella, Molini, Pozzetto, Truogoli, Lavatoi e anche un Labirinto, la cui spiegazione logica nasce dalla disposizione topografica dei vicoli in cui realmente facile smarrirsi; ma qualcuno parla anche di “smarrimento” morale, visto che il luogo pullulava e pullula di “femmine pubbliche”.

I nomi delle strade segnalano anche la presenza di botteghe e magazzini: Fornaci, Fucine, Laminatoi, Fiascaie, Pellicceria, Pescheria, Piccapietra, Macelli di Soziglia, Porcile, Saponiera, Forni, Granaio e Gattamora che non si riferisce ad una micia dal pelo scuro, ma a quelle fosse che venivano praticate nel terreno per conservarvi il grano, dette anche “mattamore”; e in tanto fervore affaristico non potevano certo mancare vie dedicate alla Mercanzia, alle Compere e al Commercio.

Le strade ricordano pure antichi luoghi bucolici ormai scomparsi come Castagneto, Giardini, Giardino fiorito, Cian de vì (viti), Vigne, Ginestrato, Luccoli (dal nome latino luculi, boschetti), Noceti, Orto, Canneto (in origine, dall’odierna piazza Matteotti a via Mascherona, c’era un lungo fossato pieno d’acqua e circondato da canne, che proseguiva sino al mare) e la celeberrima via del Campo dove, grazie a Fabrizio De Andrè, tutti sappiamo che c’erano, nell’ordine, una graziosa che offriva a tutti la stessa rosa, una bambina con le labbra color rugiada, una puttana dagli occhi grandi color di foglia e un illuso che voleva sposarla.

In una città di mare e piena di fonti, sorgenti e ruscelli non potevano mancare strade e piazze dedicate all’acqua: Acquamarsa, Acquasanta,  Acquasola, Acquaverde, Acquedotto, Fontana, Fontanile, Fontanino, Fontanella, Rio torbido, Sorgenti sulfuree e Fontane marose.
Sull’origine di quest’ultimo nome ci sono stati litigi selvaggi sino ai primi del secolo: lo troviamo scritto in tre modi diversi: Fontane Amorose, Marose, Morose. Poi hanno scoperto che era sufficiente leggere le antichissime lapidi – una del 1206 e l’altra del 1427 – murate all’angolo di Palazzo Pallavicini verso via Interiano, in cui si parla delle Fontane Marose: tre bocche di una grande fontana costruita nel 1206 e distrutta nel 1849, che versavano tonnellate d’acqua scrosciante e spumeggiante appunto come i “marosi”.

I vecchi genovesi dimostrarono inoltre una particolare vena aulica e sensibile nel battezzare vicoli (in molti ora fatiscenti, ma rimasti poetici almeno sulla targa) e strade con il nome di cose belle quali Ardimento, Fortuna, Misericordia, Pace, Perdono, Provvidenza, Garbo, Prudenza, Tempo Buono, Umiltà, Virtù, Libertà, Salute, Speranza, Vittoria, Amore e Amor perfetto, di cui vi ho già raccontato la storia

Esistono vicoli battezzati Purgatorio, Paradiso, Angeli, Sole, Stella, Luna (per la cronaca, vico Luna è largo appena un metro e otto centimetri), e persino Fate: perché l’abbian chiamato così resta un mistero, mentre l’unica certezza è che, oggi, sarebbe da chiamare vico dell’Orride Streghe Rumentose e Spuzzolenti, visto com’è ridotto e frequentato.

Però ci sono anche strade dai nomi deprimenti quali Ombra, Fumo, Tosse (dal nome di una Madonna protettrice delle malattie di petto), Ruinà (franata) e Ubbia, nel senso di “opaco”; e si sa che un vicolo di solito è per sua natura Profondo, Stretto, Sottile, Deserto, Ombroso: ma anche a Molassana esiste una salita Luvega, ossia tristemente umida e poco soleggiata.

E infine i nomi bizzarri e misteriosi: vi sembra logico che nel cuore del centro storico genovese vi sia un vico dedicato alla Neve?
Certo che sì, visto che un tempo  c’era un’edicola con una piccola e splendida statua (poi regolarmente rubata) dedicata alla Madonna della Neve e che, sino ai primi del ‘900, il vico ospitava le botteghe dei venditori di ghiaccio.

La salita Gaiello di Nervi, invece,  chiamata così per la sua forma lunga e stretta proprio come i “gaielli”, ossia i capezzoli delle mucche; il nome di Calcapere a Sturla si spiega probabilmente intendendo “calca” per “grande quantità”, e quindi un frutteto (“pereto” non mi convince) molto folto; a meno che non si voglia ricordare l’abitudine di un antico pazzo lì residente che si divertiva a “calcare”, ossia a “camminare” sulle pere. Mah.

Se vogliamo continuare a dare un po’ i numeri, possiamo accennare a via Diciotto Fanciulli  a Pegli, che ricorda i diciotto ragazzi e bambini appartenenti alla famiglia dei Giustiniani, martirizzati nel 1566 a Scio dai Turchi; di via dei Mille sappiamo tutto, mentre via dei Sessanta è dedicata ai Sessanta membri del secondo Consiglio del Potere Legislativo sancito  nell’”Atto Costituzionale per il Popolo Ligure” il 2 dicembre 1797.

Via Untoria a Pré non ha nulla a che fare con peste e monatti, bensì con le botteghe dei conciatori che “ungevano” le pelli con olio di pesce; la salita della Bella Giovanna a San Teodoro mantiene il perenne ricordo di un’ostessa donna ideale poiché non solo era bellissima, ma pare fosse dotata anche di una superba abilità gastronomica.

Via del Ciazzo a Sturla non si riferisce a quello che state pensando, ma allo storpiamento della parola latina plaxium che indica “terreni degradanti verso il mare e pendii erbosi in lieve inclinazione”; le varie vie Chiappa, Chiappare, Chiappe, Chiappella traggono origine da quelle pietre sporgenti e lisce di cui parla anche Dante Alighieri: “Potevam su montar di chiappa in chiappa” (Inf. XXIV v.33); via della Coscia invece ha il nome di un’antichissima zona i cui abitanti, caratterizzati da una particolare inflessione dialettale, hanno dato origine alla popolazione di Sampierdarena.

Per finire, la palma del nome meno romantico va senza dubbio alla via di Nervi chiamata Fossato Scagaggino, che deriva dalla voce dialettale scagagge, ossia le cacchette di mosche, pulci e topi.

©Mitì Vigliero

P.P. (Post post)
Quando la Corsica parlava Genovese: vicoli di Bonifacio, foto regalatemi via mail da Andrea .

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Galòp…

di Placida Signora - 25 giugno 2009

…ininterrotto e massacrante, sino a sera.
Vi lascio in compagnia dei PlacidiAppunti.
A domani!

Stanotte sarà la Notte più Magica dell’Anno

di Placida Signora - 23 giugno 2009

San Giovanni: credenze, usanze, riti 

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E’, quella di San Giovanni, la notte più magica dell’anno: malìe, incantesimi, riti e credenze si fondono e danzano alla luce delle stelle. 

Alzate lo sguardo al cielo stanotte e lo vedrete segnato da quelli che paion nembi sottili, ma che in realtà sono nugoli di streghe le quali, da qualsiasi parte del mondo, volando si recano al Grande Sabba che si terrà a Benevento, sotto le frasche del Grande Noce che riapparirà solo per loro.

In questa notte quindi, per evitare che streghette curiose e dispettose vogliano infilare il nasone adunco in casa vostra, sarà bene porre di fronte all’uscio un bel mucchietto di sale o una grande scopa; le megere, per poter entrare, saranno prima obbligate a contare granello per granello e saggina per saggina: così il tempo passerà,verrà mattina e dovranno per forza tornare a nascondersi nei loro antri.

Oppure, per evitare che s’introducano nelle abitazioni scendendo dal camino, occorrerà posare sulle braci le molle e la paletta incrociate: e chi camminando per strada non vorrà incontrarle , sarà d’uopo che si munisca di lanterne, torce e strumenti musicali con i quali accompagnare canti a squarciagola, che di certo terrorizzeranno le streghe anche perché, per farsi coraggio, i musicanti avranno prima avuto l’accortezza di rimpinzarsi di lumache cotte nell’aglio, odore odiato dalle megere, nonché di “fare il pieno” con qualche litrozzo di quello buono, e si sa che i canti degli ubriachi non son certo allentanti come quelli delle sirene.

La Notte di San Giovanni, la rugiada che bagna i prati acquista miracolose facoltà: rotolarsi nell’erba bagnata renderà il fisico scattante, vigoroso e bello. E passeranno persino i reumatismi. Dicono. 

Persino determinate erbe raccolte bagnate di rugiada in questa magica oscurità sono miracolose: l’artemisia, la ruta, l’iperico, la salvia (contro il mal di pancia), la menta (contro l’influenza), il rosmarino (contro  le calvizie), ma soprattutto -eccolo di nuovo- l’aglio perché come dice il proverbio: “Chi non prende aglio a San Giovanni,è povero tutto l’anno”.
In realtà questo detto si riferisce all’uso di acquistare in questo periodo l’aglio da piantare per il prossimo raccolto; ma l’aglio è in ogni caso un ottimo scaccia-maligni, o per lo meno tiene lontano i seccatori. Pare.

Raccontano anche che, solo a mezzanotte in punto, una pianta di felce che nasce accanto ai rivi fiorisca: chi riuscirà a cogliere questo fiore (di cui nessuno ha mai svelato la forma) acquisterà fama di saggio nonché la capacità di leggere il passato e prevedere il futuro.   

Perché stanotte è una magica notte solstiziale; quella di mezza estate, come dicono i britanni come Shakespeare, quella dove i sogni sono  veritieri e ciò che è impossibile si avvera.

Ma è, quella di San Giovanni, soprattutto una notte che parla d’Amore: poiché il 24 giugno è ovunque considerata la data più propizia ai matrimoni, sono moltissimi gli antichi ”riti” di previsione sentimentale che le ragazze prive di fidanzato potranno provare a fare esattamente a mezzanotte.

Come versare un bianco d’uovo in un bicchiere ed esporlo sul davanzale della finestra; se, alla mattina, si troverà l’acqua ricoperta di bollicine, vorrà dire che entro poco troveranno un uomo bello, buono e ricco. Se non sarà cambiato nulla, bisognerà aspettare con pazienza il prossimo 24 giugno.
 
Se, invece, dopo aver raccolto un cardo e averlo bruciacchiato, lo si nasconderà in una fenditura del muro e la mattina lo si troverà verde e fresco come appena colto, vorrà dire che ci si innamorerà felicemente corrisposte entro l’anno.

Oppure, sempre a mezzanotte, prendere tre fave: ad una togliere completamente la buccia, ad una solo metà, la terza dovrà rimanere intatta. Dopo aver incartato le tre fave come caramelle, verranno poste sotto il cuscino e la mattina, se ne pescherà una a caso.
La fava con la buccia intera vuol dire “marito ricco”, con mezza buccia “abbastanza benestante”, senza buccia “povero in canna”.

In certe zone le fanciulle, prima di addormentarsi, pregano San Giovanni di far vedere loro in sogno il volto del futuro compagno; altri dicono che se una ragazza a mezzanotte si guarderà allo specchio, vedrà riflesso accanto al suo volto quello di lui.

In Veneto le nubili che hanno più di un corteggiatore, la notte di San Giovanni scrivevano su bigliettini i nomi dei loro spasimanti, uno per uno: dopo aver piegato i biglietti in quattro, li gettavano in un catino d’acqua e il bigliettino che a contatto dell’umido si apriva per primo, conteneva il nome dell’uomo “giusto”.

Da parte loro i maschietti in questa notte dovranno cogliere foglie di valeriana, verbena e maggiorana, farle seccare, ridurle in polvere e, al momento che giudicheranno propizio, gettarle addosso alla donna desiderata ma ritrosa: pare che il successo sia assicurato. Pare.

Ne La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio, Ornella dice ad Aligi:

E domani è  Santo Giovanni,
fratel caro: è San Giovanni
Su la Plaia me ne vo’ gire
per vedere il capo mozzo
dentro il Sole all’apparire,
per vedere nel piatto d’oro
tutto il sangue ribollire
.

 Questo si riferisce all’antica abitudine delle ragazze abruzzesi che si svegliavano all’alba per guardare il sorgere del sole poiché la prima che avesse visto nel disco luminoso e sanguigno il volto di San Giovanni decapitato dopo la danza dei sette veli di Salomè, entro l’anno si sarebbe felicemente maritata. 

Ed infine la notte di San Giovanni è famosa e resa ancor più magica dai suoi fuochi, accesi per usanza comune in quasi tutta Europa; mille falò scoppiettanti che illuminano l’oscurità e squarciano le tenebre:  una tradizione antichissima, tramandata dai Fenici che adoravano il dio Moloch, gestore del Sole e della Paura del Buio, mentre nella rivisitazione cristiana il fuoco simboleggia la Fede e l’eterno calore dell’Amore.

E all’alba gli innamorati che vorranno vivere insieme felici per sempre, non dovranno fare altro che tenersi per mano e saltare da una parte all’altra delle braci lasciate dal falò finito, esprimendo desideri di fortuna, salute, benessere e serenità.

©Mitì Vigliero

E voi conoscete altre usanze, credenze o riti legati al 24 giugno, San Giovanni?

Cassandra:  durante questa notte si raccolgono noci acerbe per metterle sotto spirito e farne il nocino (con altri ingredienti più o meno segreti). E’ forse perché, come racconti nel primo paragrafo, ci sono le streghe… che mia mamma, per anni, abbia preparato l’unguento di Benevento?

Skip: Si usa anche raccogliere erbe “magiche”,umide di rugiada mattutina che trasmette poteri benefici a tutti gli esseri viventi.Le piante più raccolte nella notte di San Giovanni sono la felce,l’iperico,la malva,la melissa e la verbena che dovevavno essere conservate in soffitta per poi essere utilizzate contro il malocchio e le malattie.

ZiaPaperina: Per preservare tutto l’anno dalle tarme vestiti o coperte a cui si tiene molto, stanotte bisogna stenderli fuori affinché si bagnino della rugiada di San Giovanni. Pare sia meglio del Raid.

Beppe: Ricordo che mio nonno marchigiano raccontava che ogni alba del 24 giugno tutto il paese si ritrovava sulla spiaggia per bagnarsi in mare appena spuntava il sole. Quell’acqua, in quel preciso momento, assicurava la salute tutto l’anno. Non so se è per quello, ma è campato felicemente sino ai 98 anni…

Seia: Con mia madre e mia sorella qualche anno fa, durante la notte di San Giovanni facevamo un rito per conoscere il lavoro dei nostri futuri fidanzati sciogliendo del piombo e aspettando che si solidificasse a forma di qualche oggetto che rivelasse una professione e per sapere invece il tempo da aspettare prima di trovare il vero amore facevamo una specie di novena mentre arrotolavamo dei pezzetti di legno in strisce di cotone bianco e alla fine srotolandoli velocemente quelli che si liberavano dall’intreccio senza rimanere incastrati – ed era incredibile vedere come alcuni pezzi di legno ltrepassassero la stoffa – davano il tempo che ci voleva. Mi metteva i brividi questa cosa ma mi affascinava anche :-)

Marchino: mia nonna usava mettere l’albume in un fiasco spagliato riempito per metà d’acqua, lo lasciava tutta la notte in giardino e il mattino seguente i filamenti biancastri dovevano rappresentare il vascello di San Giovanni (o di San Pietro, 29 giugno?NdPS); ci voleva un po’ di fantasia, per riconoscere una nave, però per noi bambini era suggestivo, come rituale. Non mi ricordo però quale profezia sottostesse a questa pratica.

Roger:  detto toscano: Arrivare dopo i fòchi di San Giovanni …A Firenze, a giugno, si festeggia la festa del santo patrono (San Giovanni Battista). Questa festa comprendeva tornei, un palio di cavalli (ricordato da Dante e Boccaccio),una fiera. Alla fine c’erano i fuochi sui quali si facevano saltare uomini e bestie in base alla tradizione della benedizione ‘per ignem’. Arrivare a fuochi spenti significa arrivare a cose fatte.  (altre interessantissime segnalazioni di Roger qui

Roberto: Anche mia nonna, come quella di Marchino, metteva sempre la chiara d’uovo in bottiglia… A seconda della luna la barca si formava più o meno bene però si formava!
Per quanto riguarda le felci io sapevo che se nella notte di San Giovanni dei semi di quella pianta rimanevano tra i vestiti si otteneva la capacità di vedere le cose nascoste e di svelare i trucchi…

Cristella: La guàza ad san Zvan la guarés ogni malàn (la rugiada di san Giovanni guarisce ogni malanno).

Sancla: “Ya vino San Juan Verde, ya vino y ya se vuelve”, in Spagna si sottolinea con questo dittico la velocità con la quale trascorre la notte più corta dell’anno, quella durante la quale nessuno può rimanere asciutto, perché solo durante questa notte tutta l’acqua del mondo porta dentro una goccia del Giordano.

Scrittoingrassetto: In provincia di Verona invece i filamenti di albume rappresentano San Pietro in barca (San Piero in barca) la data è quella del 29 Giugno sempre di notte. Lo si faceva e qualcuno lo fa ancora per trarre buoni o cattivi auspici sul raccolto

Diego: quando ero piccolo, in ogni cortile della Spezia, si faceva il batistòn, che poi era un falò con un fantoccio in cima. la testa era fatta di solito con un fiasco nudo rovesciato. ora non si fa più, credo, forse saranno i rigidi regolamenti condominiali, saranno gli spezzini doc ormai solo pensionati

Animali Delinquenti: gli antichi “Processi Brutali”

di Placida Signora - 22 giugno 2009

Ogni tanto le cronache riportano notizie di animali selvaggi che salvano gli umani; ad esempio, quella della gorilla che ha salvato un bambino di tre anni precipitato nel serraglio di uno zoo americano fece il giro del mondo.

Gli animali sono migliori degli uomini, è stato il grido unanime, commosso d’entusiasmo.
E si sa che l’entusiasmo per un grande amore (come quello che alcuni nutrono verso gli animali) spesso può far sragionare: ad esempio io, da questo punto di vista, sragiono molto.
Ma la logica ci insegna che gli animali sono innanzitutto dominati dall’istinto, e l’uomo dalla ragione; indubbiamente la ragione umana, guidata dal libero arbitrio, può far compiere al bipede implume azioni aberranti e crudeli: per questo l’umana Giurisprudenza impone che l’uomo delinquente venga, in casi come questi, sottoposto a processi in tribunale.

Però forse non tutti sanno che, per secoli, gli uomini ragionevoli giudicarono gli animali esattamente uguali a loro, ragione e morale comprese; perciò, quando una bestia si macchiava di un delitto, l’Uomo la sottoponeva a processi esattamente identici ai nostri.

Chi si distinse nel dare agli animali umane responsabilità criminali fu il Medio Evo, tramite giudizi, processi, sentenze e supplizi terrorizzanti.
La berlina, la fustigazione, il rogo, l’impiccagione e la mannaia servirono non solo come mezzi di punizione di delinquenti uomini, ma anche di bestie che cercavano di sfuggire alle leggi di obbedienza, lavoro e rispetto al loro re o al loro padrone.

Il primo processo documentato risale all’anno 864, quando la Dieta di Worms condannò uno sciame di api che aveva assalito un uomo uccidendolo, ad essere giustiziato con la pena dell’ “affumicamento”.

E grandi giustizieri di animali colpevoli furono i Franchi: Carlomagno, nei suoi Capitolari, fu estremamente severo con le bestie degeneri, soprattutto quando tramite esse venivano ripetute le  gesta di Pasifae o Leda: la loro carne veniva distrutta, arsa, buttata ai cani o fatta a pezzi nelle pubbliche vie.

Si pensava che gli animali “seduttori di uomini” fossero infestati da demoni, e i demoni non meritavano ovviamente alcuna pietà: dal 1692 al 1693 a Salem, una piccola comunità agricola a pochi chilometri da Boston specializzata nell’arrostire streghe, oltre venti persone accusate di stregoneria vennero giustiziate insieme a più di cinquanta fra cani, gatti, conigli, capri, pecore, galline, galli, corvi, merli che avevano in comune il colore del pelo o delle penne: erano tutti neri e, secondo gli inquisitori, l’animale nero di sicuro celava o un diavolo o una maliarda.

Sempre con l’accusa di stregoneria nel XVI secolo in Scozia venne bruciato un cane, mentre nel 1476 a Basilea un gallo svizzero colpevole di aver deposto un uovo “sfidando arrogantemente le leggi di natura”, condannato a morte fu arso vivo “quale diavolo sotto mentite spoglie”.

Accusato di lussuria satanica a Parigi, nel 1549, un tal Guyot Vuide  fu prima impiccato e poi bruciato sulla pubblica piazza assieme ad una mucca sua amichetta e la stessa cosa accadde a un certo Jean de Salle, messo al rogo nel 1566 legato al suo asino.
Simile destino ebbero infine diverse cagne, una delle quali a Lione fu bruciata in effigie dopo essere stata condannata a morte “in contumacia”.

Atroci supplizi erano riservati ai maiali accusati di antropofagia; nel 1336 il giudice ordinario di Falaise condannò una scrofa prima a essere mutilata a colpi di mannaia di una zampa anteriore e del grugno, applicando così la legge del taglione dato che aveva morsicato la sua vittima al braccio e al volto, poi a essere appesa alla berlina. 
E prima di essere condotta al supplizio, fu come d’uso vestita con abito da uomo, panciotto e cappello compresi: il suo boia (lo stesso usato per gli umani)venne pagato come al solito con dieci tornèsi e un paio di guanti.

In Normandia, nel 1394, un maiale fu impiccato per aver divorato un bambino; stessa sorte accadde nel 1547 ad una scrofa e i suoi sette porcellini solo che mentre la scrofa venne giustiziata, i piccoli furono risparmiatia causa della tenera età” e “perché vittime del cattivo esempio dato dalla madre”.

Pene di morte anche per le bestie assassine: un toro colpevole di aver incornato mortalmente il suo padrone venne impiccato a Noisif le Temple addirittura per sentenza di Carlo di Valois; nel 1606 nella Piazza del Mercato di Napoli fu giustiziato un asino accusato di aver massacrato a calci una bambina e nel 1639, nella Val Leventina, un cavallo fu decapitato per aver disarcionato e ammazzato il suo cavaliere.

La cosa più sconcertante è che i processi agli animali delinquenti, che durarono sino ai primi del XVIII secolo e che venivano chiamati col termine legale di Processi Brutali, erano in tutto e per tutto identici a quelli umani; c’era il mandato di arresto, il carcere preventivo, la traduzione in giudizio, l’escussione delle prove e la requisitoria.

Gli avvocati difensori  si davano molto da fare: nel 1499 in Germania il processo ad un orso reo di vandalismo (aveva devastato alcuni villaggi), fu differito di qualche mese a causa di un cavillo legale tirato fuori dall’avvocato difensore il quale serissimo affermò che l’animale aveva “il sacro diritto di essere giudicato dai suoi pari”, ossia da una giuria composta esclusivamente da orsi.

Innumerevoli furono i processi in contumacia intentati dagli uomini contro gli animali nocivi; nel 1519 a Stelvio alcuni contadini denunciarono delle talpe ree di “danneggiare i raccolti con i loro scavi, che impediscono all’erba e agli ortaggi di germogliare”. L’onorevole Giuria allora impose alle talpe “di giustificare la propria condotta, adducendo reali motivi di esigenza e di bisogno” ma, dato che le bestie non si presentarono in tribunale, vennero condannate all’esilio: tuttavia la Corte misericordiosa concesse un salvacondotto aggiungendo “due settimane di tolleranza per le imputate che risultassero gravide e per quelle ancora in infanzia”.

Uno dei processi più incredibili contro animali delinquenti avvenne in Valtellina nel 1659 quando alcuni vermi  (di specie non ben specificata) furono citati in tribunale con l’accusa di “violazione di proprietà e danneggiamenti”; all’albero più alto dei cinque paesi in cui si erano verificati i danni, venne inchiodata una copia della citazione in cui veniva imposto agli imputati di “rientrare immediatamente nei boschi astenendosi dal danneggiare i raccolti”. Inoltre il tribunale concesse ai vermi “il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità purché la loro condotta non distruggesse o menomasse la felicità degli uomini”.

A Magonza a e Valenza vi furono processi contro mosche e pidocchi mentre, nel 1587, i viticultori dell’Alvernia intentarono una causa contro i bruchi che distruggevano le vigne: gli imputati, difesi da un emerito avvocato indubbiamente di molto merito, riuscirono ad ottenere per sentenza una “zona di rifugio” e il tribunale concesse alle larve delle cantaridi infestatrici “gli stessi benefici dei minori d’età”.

Ma il miglior difensore della classe animale  fu senz’ombra di dubbio l’avvocato Barthèlemy de Chassenée; nel 1521 gli agricoltori di Artun denunciarono alcuni topi che avevano distrutto i loro raccolti d’orzo: i roditori, che non risposero né all’appello né ai numerosi bandi che ad essi fece la Corte, vennero difesi dal loro avvocato d’ufficio il quale dichiarò che “la citazione non era valida poiché avrebbe dovuto essere estesa a tutti i topi del distretto”.
Quando un’ulteriore citazione a comparire rimase ignorata dall’intera razza rosicante, Chassenée sostenne che “una torma di gatti ostili, appartenente ai contadini accusatori, intimidiva i suoi clienti”: perciò pretese una cauzione in denaro la quale garantisse che i gatti non avrebbero molestato i topi mentre si recavano in tribunale.
L’accusa rifiutò di pagare la cauzione e, con un’arringa memorabile in favore della benemerita classe roditrice, l’avvocato non solo riuscì a far assolvere gli imputati con dichiarazione di “non luogo a procedere” ma, grazie alla fama ottenuta in seguito a ciò, venne trionfalmente eletto Presidente del Parlamento di Provenza.

Intorno al 1570, una comunità di monaci francescani residente nello stato brasiliano di Maranhao accusò alcune termiti di papparsi le provviste e disintegrare gli antichi mobili del convento: anch’esse ebbero diritto a un avvocato difensore e furono fortunate perché egli rammentò alla Corte non solo che l’operosità delle termiti era mille volte superiore a quella dei francescani, ma anche che questi avrebbero dovuto vergognarsi e prenderne esempio.
Dopo molte udienze il Giudice formulò un verdetto di compromesso, leggendolo solennemente ad alta voce di fronte alle tane fatte a monticello delle termiti: entrambe le parti dovevano impegnarsi a mantenere una buona condotta, le termiti smettendola di infastidire i frati, ed i frati non molestando le “operose antiche residenti”.

Secondo i numerosi studiosi di “delinquenza animale” come Ferdinando RussoCarlo D’Addosio  -i quali, dalla fine dell’Ottocento ai primi del Novecento, dopo molte indagini svolte nei polverosi archivi dei tribunali, diedero alle stampe saggi e ricerche accurate sull’argomento- molte bestie sono affette da sindromi delittuose innate: le chiocce possono macchiarsi di infanticidio nei riguardi dei loro stessi nati; ladri sono i gatti così come le volpi, che utilizzano la loro proverbiale astuzia per compiere furti con destrezza: difatti pare che fingano di essere morte per eludere la sorveglianza dei padroni dei pollai.

E uno dei “criminali” più famosi in campo animale fu un cane di Rennes di cui parla anche il Lombroso: di giorno stava quieto e tranquillo senza mai uscire dal cortile e indossando la museruola, ma di notte se la toglieva e andava a far razzia nelle stie e negli ovili sino a quando arrivava l’alba: allora andava a lavarsi il muso sporco di sangue in una fonte, si rinfilava la museruola e riprendeva la sua aria placida e un po’ annoiata di sempre.

Ma tutti i naturalisti sono d’accordo nel dichiarare che, nonostante la gorillona americana, gli animali in assoluto più pestiferi, dispettosi, vandalici e rissosi siano proprio le scimmie: forse perché assomigliano moltissimo all’uomo.

©Mitì Vigliero

Spigolature da Libri Introvabili: l’Autobiografia di Totò

di Placida Signora - 19 giugno 2009

Una lacrima è solo l’altra faccia del sorriso

Quando uno pensa ad attori comici italiani, è quasi automatico che fra i primi nomi gli venga in mente quello di Totò che, dal 1916 al 1967, ha fatto ridere intere generazioni.
E quando uno cerca di immaginare il carattere di un comico come Antonio de Curtis in arte Totò, è facile che quasi immediatamente pensi ad aggettivi quali socievole, amicone, ridanciano, allegro, pazzerellone, ottimista, scherzoso e così via.

E invece no.

Come quasi tutti i grandi comici e i grandi umoristi, nella vita “reale” era una persona tendente alla riflessione, alla solitudine, a una perenne sottile malinconia.
Ed era proprio grazie a questa che, diceva, riusciva a regalare sorrisi agli altri.

Nel romanzo autobiografico Siamo uomini o caporali?” del 1953 (ripubblicato poi nel 1996), ad un certo punto Totò parla del piangere: e si chiede perché la maggior parte degli uomini si vergogni del pianto, quasi fosse una debolezza incompatibile con la virilità.
Lui, al contrario, sperava di non perdere mai la capacità di farlo, affermando che:
Chi nun sape chiagne, nun sape manco ridere. Nun vale niente. ‘E lacreme so’ na cosa bellissima,’na pioggia ‘e dolcezza. ‘O core che nun le conosce, è arido cumm’ ‘a ‘ nu deserto”.

In poche parole, chi non sa piangere, non sa ridere né tantomeno far ridere; il pianto stimola la sensibilità, affina la comprensione verso gli altri, ne coglie le sfumature nascoste: chi nella vita non si lascia mai “andare” alle lacrime diventa davvero arido come un deserto.
Perché si può piangere di dolore, ma anche di felicità e di commozione: se riusciamo a farlo con spontaneità, vuol dire che riusciremo sempre a capire meglio gli stati d’animo altrui e poterli forse aiutare perché, come dice Totò:
Una lacrima è solo l’altra faccia del sorriso”.

E proprio sulla base di questa convinzione è fondata quella che potremmo definire la filosofia di Totò di cui Siamo uomini o caporali? è una piccola miniera: riporto qui, pescandoli fra le sue storie, alcune sue riflessioni sempre in bilico fra la malinconia e il sorriso

toto1

 - Molte persone mature darebbero tutto quello che hanno per avere nuovamente vent’anni. Io invece spenderei ogni mio avere pur di tornare bambino. Al massimo, vorrei avere sette anni.

- Bisogna prendere a modello certi comportamenti animali. Per esempio, a volte, le bestie di fronte ad un avversario particolarmente crudele, fuggono e si rintanano; non per viltà, ma per rispetto verso se stesse e verso la vita. Quante volte noi uomini faremmo meglio a rintanarci piuttosto che misurarci con squallidi nemici!

- Sono abituato all’ingratitudine e l’accetto con divertimento. Una volta, con l’intervento del mio avvocato, feci scarcerare un ladro di polli che aveva rubato, raccontò, per curare sua figlia ammalata. Mi riuscì simpatico e rimasi della stessa opinione quando, appena uscito di prigione, rubò la borsa all’avvocato.

- Avevo un amico che faceva il giornalista, un amico vero: era poverissimo,  come lo fui io per molto tempo. Mi chiese in prestito la macchina da scrivere ed io, per trarlo d’impaccio, gliene regalai una nuova. Lui mi ringraziò con calore per poi correre a casa e inaugurare il mio dono scrivendo un articolo contro di me. Il peggiore che mi sia mai stato dedicato come attore. Non ci piansi perché, se avesse scritto un panegirico, avrebbe mancato di dignità. E infatti il giorno seguente andammo a mangiare come niente fosse.

- Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito.

- A pensarci bene il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’Altezza imperiale (suo padre era un nobile decaduto, ndr) non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino, mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?

- Non capisco come fa certa gente a passare la notte nei night club, in mezzo ad un chiasso infernale. Quando, raramente, sono entrato in uno di quei locali mi è venuto quasi da piangere. Tutti fingevano di essere allegri, agitandosi sulla pista da ballo, ma in realtà erano pieni di guai che  radiografavo col pensiero. L’industriale era afflitto dalle cambiali andate in protesto, la bella donna dal timore d’invecchiare, la ragazze dalle pene d’amore, l’impiegato dalle ambizioni frustrate. Al più fortunato facevano male i piedi.

- Io non sono un artista, ma solo un venditore di chiacchiere. Un falegname vale più di me perché almeno fabbrica un armadio, una sedia che rimangono. Noi attori, al massimo, quando ci va bene duriamo una generazione. Lo scritto rimane, un quadro rimane, anche un lavandino rimane. Ma le chiacchiere degli attori passano.

- La marionetta non è un personaggio allegro. Quando si accascia perché le hanno allentato i fili, è infelice come un uomo a cui abbiano spezzato il cuore.

- Spesso mi sono sentito dire che dovrei fare l’attore drammatico, ma io non sono d’accordo. Rappresento la vita, che è un misto di comicità e tragedia, e quindi non capisco perché dovrei convertirmi da un genere all’altro. La vita non si sceglie: si accetta.

©Mitì Vigliero

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