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Cosa sta facendo/dicendo/pensando?

di Placida Signora - 27 aprile 2009

 

gatto

Secondo me sta urlando: “Ma la smetterà mai di piovere?”

Beppe: Esulta gridando “Questa settimana lavoro solo 4 giorni!”

Guido: Una gatta, se esisti mandami una gatta…anche da pelare…

Roger: Si stira, ha fatto come me ieri…una giornata praticamente passata sul divano a leggere e dormire, dormire e leggere, con qualche impercettibile cambio di posizione e conseguente atrofia delle giunture…

Mimosafiorita: Finalmenteeee! La micia del vicino mi ha detto di siiiii, hip hip hurrà!

John: GGGGGOOOOOLLLLL!!!!!!!!!!

ZiaPaperina: Yuppiii! Oggi a pranzo c’è il merluzzooooo!!

Boh: Urrà! Solo a casa senza nessuno, mi potrò fare le unghie sui divani bianchi senza che nessuno mi scocci..!”

Fatacarabina: sta urlando: Hanno rapito la primavera!!!

JillL: Grande gol di Zalayeta!!!!!

Zu: Sta reclamando: “Voglio anch’io una grattatina come quello là!”

Camu: Ma no, sta pensando “La volete smettere di scambiarmi per lo Swiffer Duster?!”

Antonio: Oppure canta Jesus Christ Superstar !

Rick: Thank God It’s Friday !!

MaxG: SI PUO’ FARE!

Placide Segnalazio’

di Placida Signora - 25 aprile 2009

Vado avanti in quella che sta diventando per me un’abitudine piacevole: quella di segnalarvi cose belle.

- Per i golosi ”I citrons confits, limoni conservati sotto sale, sono una specialità nordafricana che aromatizza tajine, stufati di ogni genere, piatti di pollo, di pesce.”
Elena-Comidademama ci spiega tutto   qui e qui

- E poi la Marmettura di AranCarote, degli Scribacchini-Cuochi di Carta 

- Sempre in ambito culinario, la storia dell’(a)matriciana raccontata dalla Scienza in Cucina di Dario Bressanini . Leggete tutto il suo blog, come un libro; imparerete meravigliose cose legate all’arte culinaria e ai cibi, che faranno bene sia allo spirito che alla salute. Perché cucinare è letteralmente una Scienza: e Dario è il Professore che tutti avrebbero voluto avere.

- E un’altra scienziata che parla di cucina e salute è la mia Tesora Gianna Ferretti nel suo Trashfood. Da mettere nei preferiti e consultare come guida preziosa.

- Biancoerosso Giappone  è un interessante diario pieno di ricette, curiosità, notizie, impressioni tutte viste con gli occhi belli di una Tesoramia che si è trasferita a vivere in terra nipponica.

- “A sessant’anni vide il mare per la prima volta. Andò in montagna con gli scout e pure anche in discoteca dopo una serata passata in pizzeria. E baciò una donna.”
Lo splendido racconto Gigio, il marziano di Fatacarabina

- Hey y’Owls! è un tumblr tutto dedicato ai gufi.

- Miezecatzen invece predilige i gatti.

- E per finire, le video avventure di Maru, il gatto più goffo, giocherellone e simpatico del mondo: qui , qui, qui e qui

Antiche Credenze: Sputare

di Placida Signora - 24 aprile 2009

Chiedo scusa per l’argomento; ma se oggi si tratta di un atto decisamente poco fine ed educato, era un tempo assai usato nelle credenze popolari, e quindi perfetto per questa piccola rubrica.

Persino la medicina era convinta che la saliva possedesse virtù magiche e terapeutiche, capaci di allontanare ogni male; per questo veniva usata come disinfettante sulle ferite subite, o su quelle di un diretto consanguineo.

Gli antichi, prima di affrontare un qualcosa di importante (da un incontro di affari a una gara sportiva) avevano la curiosa abitudine di sputarsi tre volte sul petto onde preservarsi dagli incantesimi, grane ed errori; anche oggi gli eroi di Formula Uno (e altri dediti alle corse in genere) prima di montare in macchina per affrontare una corsa si fanno sputare sulla schiena della tuta.

Ma ci si sputava sulle mani anche quando si faceva un giuramento o si concludeva un patto, come un solenne ”sigillo” di sicurezza meno doloroso del sangue.

Si sputava a terra dopo che per strada si era incontrato uno iettatore o un rivale, per “cancellare” i suoi influssi negativi: l’importante era – e direi ora “ovviamente”- che quello avesse già voltato la schiena e non si accorgesse di nulla, sennò sarebbe stato un terribile pubblico sfregio, onta da lavare con duelli o sicari.   

In compenso si credeva che sputarsi addosso accidentalmente e sbagliando mira mentre si pensava di colpire l’altro, portasse malissimo; una vera e propria automaledizione.

Infine antiche puerpere dell’area mediterranea sputavano dalla finestra, certe di soffrire meno durante il parto; e se erano convinte che il loro neonato fosse vittima di un maleficio, per risolvere il problema gli sputavano amorevolmente tre volte sulla faccia.
E non esisteva neanche Telefono Azzurro…

Ladri: Proverbi e Modi di Dire di Tutto il Mondo

di Placida Signora - 23 aprile 2009

Giuseppe La Paglia, mariuolo interpretato da Totò nel film “La legge è legge”, diceva:  “Tutti i giorni  lavoro, onestamente, per frodare la legge”.

In fondo quella del ladro è da sempre una delle professioni (vocazioni?)  da sempre più diffuse al mondo, visto che ladro non è solo chi  ruba, ma pure chi in un modo o nell’altro lo aiuta.

Per i milanesi infatti  “tant’è lader quel che roba, come quel che tegn el sach”,  mentre per i francesi  “chi ruba, chi ordina, chi ricetta son tre ladri”.

Si sa che è l”occasione a far l’uomo ladro”, che “la casa malguardata invita i ladri” e che “è l’abbaiar del cane che fa scoprire il ladro”: ma se il cane dorme, fa il sordo o si distrae con l’osso che qualcuno gli ha gettato, è un poco ladro pure lui. 

Secondo un proverbio piemontesese il làder savess la furca certa, ruberebb nén”; forse è per questo che a Torino, la piazza formata dall’incrociarsi dei tre corsi Valdocco, Regina Margherita e Principe Eugenio (via Cigna) viene ancora chiamata dai vecchi torinesi il “rondò d’la furca”: lì venivano giustiziati i criminali, ma anche dopo l’abolizione della pena di morte la forca rimase a lungo, monito di punizione sicura a chi avesse avuto solo una vaga idea di sgarrare.

Però, persino nei mondo dei ladri non v’è giustizia: i famosi “ladri in guanti gialli”, distinti e insospettabili,  il più delle volte la fan franca.

Non per nulla vecchi proverbi dicono “i ladri piccoli s’impiccano; ai grandi si fa di cappello” (Inghilterra) e “i ladri piccoli van sotto la ruota (strumento di tortura), i grandi sulle ruote (in carrozza)” (Francia): d’altra parte già Catone tuonava “ I ladri privati si mettono in carcere a vita, e i ladri pubblici girano in porpora e oro”.

Talvolta pare che sian pochi davvero gli immuni al latrocinio, soprattutto quando per mestiere si frequentan ambienti in cui gira tanto danaro: “corrumpunt eiam probo commercia prava”, i traffici loschi corrompono anche l’onesto, toscanizzato in “a viver coi ladri s’impara a rubare”. 

Per i peruvianiper un ladro tutti sono ladri”, per gli spagnoli  “piensa el ladron che todos son de su condicion (uguali a lui)” e i russi chiosano “Ladra! gridò la martora quando vide la volpe con una gallina in bocca”.

Ricordano i “ladri di Pisa”, quelli che ogni notte andavano a rubare insieme in perfetto accordo e di giorno litigavano per spartirsi il bottino, perché “il ladro è quello che più strilla quando si sente derubato” anche se, secondo i veneti,  “quando i ladri se fa guera, segno che i xe d’acordo”.

Infine vi sono quelli da sempre convinti che “chi ruba un regno è ladro glorificato, chi un fazzoletto è ladro castigato”; si narra che quando Alessandro Magno catturò il pirata Diomede, questi gli disse:
Io sarò accusato come razziatore e condannato come ladro: tu fai il medesimo mestiere, e sei giudicato stratega. Se tu fossi me, disorganizzato e solo, ti direbbero ladro e assassino; se io avessi la tua potenza, sarei acclamato re. Fra noi non v’è altra differenza che tu rubi in grande e con innumerevoli complici, mentre io non posso fare altrettanto.“

Il Magno ascoltò in silenzio, e subito dopo nominò Diomede suo capitano.

©Mitì Vigliero

Storia del Beauty-Case

di Placida Signora - 22 aprile 2009

Frivolo ma utile contenitore da viaggio in cui si trasportano gli oggetti da toeletta ordinati in appositi contenitori e scomparti, fu inventato dagli Egizi; i loro erano delle vere e proprie teche rigorosamente unisex e spesso assai ingombranti -ma tanto c’erano gli schiavi a camallarle- in fibra di palma e legno pregiato rivestiti d’avorio.

beauty-egitto
(*)

Nel Museo di Torino esiste la teca di Mirit, moglie dell’architetto Kha (1500 aC); in legno di sicomoro ornato a fiori e disegni a scacchi, contiene piccoli portaprofumi in corno, flaconcini in pietra dura di collirio, vasetti d’alabastro per creme e unguenti, altri delicatamente decorati conservanti tracce di fondotinta a base di grasso di pecora: e poi pinzette per le sopracciglia, scatoline di kohl e polvere di piombo per il trucco degli occhi con relative spatoline in bronzo e bacchetti di legno per applicarli, oltre innumerevoli arnesi che servivano per arricciare i capelli delle parrucche.

cista
(Cista Ficoroni)

Gli etruschi invece usavano le “ciste”, una sorta di piccoli comodini cilindrici con molti cassetti curvi ai lati; i Romani a loro volta avevano  cassette in bronzo o legno, con all’interno boccette di varie dimensioni fatte di vetro soffiato, pasta vitrea, terracotta e conchiglia: specifici per i profumi erano particolari contenitori a forma di colomba, riempiti e sigillati a fiamma, per aprire i quali bisognava spezzarne la coda o il becco come una fiala. 

beauty-romani
(*)

Ma i beauty cinesi e indiani erano indubbiamente i più belli; i primi erano scatole rettangolari o cubiche, in lacca e avorio, argento o giada, tutte piene di microcassettini anche segreti (avendo anche funzione di portagioie), con lo specchio fissato dietro il coperchio come i nostri moderni.

Quelli indiani erano cofanetti in profumato legno di sandalo tempestato di pietre dure, divisi all’interno da una miriade di piccoli scomparti fitti fitti e contentenenti  decine di flaconcini e scatoline vitree che racchiudevano il “kajal” per gli occhi, l’altà”, polvere rossa per le labbra, il “méhndi”, henné per le palme delle mani e le piante dei piedi, il “tél”, olio per lucidare i capelli e il “dantan” spazzolino da denti in legno, col suo inscindibile compagno “menjàn”, dentifricio in polvere fatto di amido e calcio macinato.

inro
(Inro Giapponese, G. Piva)

Gli antichi giapponesi usavano invece gli “inro”, astucci in lacca a vari scomparti, decorati con meravigliose miniature; scene di caccia o di amore più o meno casto, fiori, animali, ma soprattutto il nome della proprietaria, alla quale veniva donato tradizionalmente il giorno delle nozze.

beauty
(*)

Fu solo negli anni ’20 che il primitivo  modello a scatola sempre diviso in scomparti e munito di un minor numero di contenitori, venne sorretto da un manico; nacque così il mitico “bauletto”, morbido o rigido, in pelle o plastica o stoffa, arrivato sino a noi.  

©Mitì Vigliero

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