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La Petrafèrnula di Anna, amica di Montalbano

di Placida Signora - 18 novembre 2008

Oggi vi “spio” una ricetta tratta da un libro, ma non dal libro quello là, da un altro, che ho visto su ibs giorni fa e mi ha fatto gridare subito “E’ MIO!”.

Si chiama Nìvuro di sìccia, sottotitolo Le ricette i spirate alle avventure del più astuto commissario siciliano.

Ce ne sono tante, ma una che mi ha affascinato particolarmente è quella della Petraférnula, magica parola che avevo trovato tanto tempo fa ne Il Cane di terracotta , senza allora riuscire a capire cosa fosse:

Anna lo baciò sulle guance, gli pruì un pacchetto. “Ti ho portato la petrafèrnula”.
Era un dolce oramai difficile a trovarsi, a Montalbano piaceva molto, ma chissà perché i pasticceri non lo facevano più

E la ricetta riportata da quel libro è questa.

Ingredienti per 8 persone
800 gr di miele millefiori
400 gr di bucce d’arancia
200 gr di bucce di cedro e/o limone
vaniglia e cannella in polvere
olio d’oliva
.

In una casseruola mettete le bucce d’arancia e di cedro (o di limone) tagliate a listarelle; aggiungete il miele e fate cuocere il tutto al fuoco lento finché il composto diventerà abbastanza consistente.
Togliete dalla fiamma, aggiungete un pizzico di cannella e di vaniglia e amalgamate bene il tutto.
Versate quindi il composto in contenitori cilindrici unti di olio lunghi 10-12 cm. Una volta freddi, aprite i cilindri e avvolgete i dolci in fogli di carta paraffina per conservarne al meglio i sapori
.

Ora io non so dove trovare contenitori cilindrici adatti; immagino si possa usare qualcosa tipo carta d’argento oliata, facendo dei mini salamini non troppo cicciotti…

Nasàndo poi nei sacri testi della mia collezione culinaria (di cui ho superato i 150 volumi, alè), ho trovato la Petrafennula; credo sia solo differenza di trascrizione e/o pronuncia, visto che la ricetta è praticamente identica.
Esclude solo la vaniglia, e al momento della fine cottura, quando il composto si sarà indurito, viene suggerito di stenderlo su un piano di marmo unto d’olio, facendone uno strato di circa 3 cm. Aspettare che si intiepidisca, e tagliarlo a bastoncini lunghi 8, 10 cm. Come un croccante, insomma.

Comunque sia, credo sia perfetto per le prossime feste natalizie.

Profumato di buono; semplice, genuino, sincero e dolce.

Tutte cose di cui oggi abbiamo tutti un gran bisogno, vero?

©Mitì Vigliero

Cosa si stanno dicendo?

di Placida Signora - 17 novembre 2008

 


(*)

Pinguino: Ma lo sai che nel blog di AndreA oggi si parla proprio di me? (AndreaA)

- ma la vuoi smettere di rubarmi tutti i pesci!! (Nonsisamai)

Il pinguino dice: Mi sa che ho preso il colpo della strega (Paz83)

Per tuffarti a pesce, devi fare così! (Skip)

Pinguino-…Che dici..?…ora che siamo arrivati fin qui….lo farà un post sulle ACCIUGHE…???????
Foca-..Lo farà…lo farà…!!!!!!…è un…ACCIUGOLOGA…(Roger)

”siamo noi gli umani dell’isola dei famosi”! (Caravaggio)

Pinguino: Vado bene per il polo sud? (jgor)

Pinguino: Ma come, non mi saluti neanche?
Foca: Mi spiace, ma non sei né su facebook né su twitter né su friendfeed…Quindi per me non esisti. (ZiaPaperina)

Mare mare, sempre mare…L’anno venturo le vacanze a Cortina!  (Beppe)

-Siamo diversi, sì, ma ci vogliamo bene. 
-Proviamo ad andare d’accordo? :) (Boh)

Pinguino: “Non ti offendere, ma non intendevo questo, quando mi hanno chiesto con chi avrei voluto naufragare in un’isola deserta; c’è stato uno scambio di… vocale!” (Cristella)

Pinguino: se ci riprovi con mia moglie, ti stacco i baffi a morsi. (Flavio)

ho appena finito il corso di hip hop guarda che onda che ti faccio (Luca)

Pinguino: Non ho ancora ben foca-lizzato i miei obiettivi (Sancla)

Stanno cantando. (Alberto)

Pinguino: Com’è oggi l’acqua?
Foca: Pressapoco come ieri (Rosy)

Splendide Tesoremie

di Placida Signora - 14 novembre 2008

Sono particolarmente assente da qui in questi giorni, troppe cose a cui pensare, risolvere, sbrogliare.

Però la stanchezza da galòp – placido termine che dopo esser finito  nel sito Rai  grazie a lei  , passerà direttamente negli italici dizionari ;-D - svanisce completamente quando mi trovo “abbracciata” da donne dolcissime come Francesca, che mi manda splendidi regali; o Enrica, che festeggia il suo bi-blog-compleanno brindando alla nostra amicizia; o Elisabetta, lettrice senza blog, che mi spedisce questa email:

Ciao Miti’,
mentre digitalizzavo le molte foto della mia vita pre-fotocameradigitale, ho ritrovato questa. Me l’ha scattata mio marito durante il mio primo viaggio a Genova, nel 1998. Eravamo a Moneglia e io leggevo qualcosa dalla sua biblioteca… Non trovi che il mondo sia minuscolo? Sono contenta di averti ritrovata e di leggere il tuo blog, oltre alle tue poesie che ho trovato meravigliose!
Baci!
eli

E “questa” è una Eli sorridente e serena, che 10 anni fa mi teneva fra le mani.

Che dire a queste Tesoremie, che un gentilissimo destino mi ha fatto incontrare grazie al blog?
Che voglio loro un mondo di bene.
Ma proprio tanto, eh? :-**

Storia della Liquirizia

di Placida Signora - 12 novembre 2008

Nelle corti britanniche del Medioevo, era in auge un romantico ritornello che i cavalieri dedicavano alle dame amate:”L’amore è sogno, dolce come latte e liquirizia“.

E lo stesso nome scientifico della pianta leguminosa da cui si estrae la liquirizia ne conferma la dolcezza: glycyrrhiza, dal greco glucos, dolce e riza, radice.

Pare incredibile, ma la sua dolcezza supera per ben cinquanta volte quella dello zucchero, ed è talmente potente che una piccola parte di liquirizia lasciata macerare in 20.000 litri d’acqua riesce sempre a far percepire il suo caratteristico sapore.

Crescendo spontaneamente in tutta la zona mediterranea (ma anche in Germania, Inghilterra, Russia, Asia e Australia) già nell’antichità era tenuta in somma considerazione dai medici: Ippocrate, Galeno, Dioscoride, Teofrasto e Plinio la giudicavano insostituibile per combattere il mal di fegato, le gastriti, le coliche renali, le tossi convulse e, lavorata in pomata, ottimo cicatrizzante per le ferite.
Ma la virtù che più la faceva amare era quella dissetante; pensate che gli Sciti, mangiando esclusivamente formaggi di capra e liquirizia, riuscivano a camminare per più di dieci ore nel deserto, sotto il sole cocente e l’arsura, senza patire affatto la sete.

Questo suo effetto balsamico era il più apprezzato: in un trattato del Trecento dedicato all’Agricoltura, l’autore Palestro de’ Crescenzi affermava che “la regolitia masticata e tenuta sotto la lingua mitiga la sete e l’asprezza de la lingua e de la gola“, e nei testi medici settecenteschi, agli inappetenti e ai crapuloni, veniva raccomandato di bere prima e dopo i pasti un bicchierino di vino in cui fosse stata posta a macerare una radice di liquirizia.

Per questo la liquirizia fu, per secoli, di quasi esclusiva competenza della farmacopea: si comprava solo in farmacia, tagliata a pezzetti legnosi, ed era carissima.

Anche agli inizi del Novecento, soltanto in farmacia era possibile acquistare le scatolette tonde di metallo bianco e nero, contenenti le celeberrime Pasticche del Re Sole, ma fu solo nel primo trentennio che entrò ufficialmente a far parte dell’industria, grazie a una ditta dolciaria milanese che, nel 1932, lanciò sul mercato una pastiglia di liquirizia pesante esattamente un grammo, e fasciata in carta paraffinata bianca e verde: la mitica Golia, acquistabile solo in pasticceria.

Negli anni ’50, gli americani scoprirono (sempre un po’ più tardi di noi…) le proprietà calmanti e anti infiammatorie del prodotto, e decisero di pubblicizzarlo come “antidoto antifumo“, ossia capace di mitigare i danni di sigari e sigarette; da allora, in tutto il mondo, la liquirizia fu venduta anche in tabaccheria.

Dal Sessanta in poi, della dolcissima radice vennero dimenticate le virtù terapeutiche, ed esaltate soltanto quelle “golose“, esposte sui banchi dei negozi alimentari, racchiuse in grandi vasi di vetro e vendute in cartoccini: pesciolini, siringhe, anicini (minuscoli rombi), senateur (profumati alla violetta), bacchette, tronchetti rifascianti pasta di zucchero colorato e le classiche radici, messe in bocca e succhiate per estrarne il succo, sino a ridurle in una lunga barba legnosa.

La produzione della liquirizia ä affascinante, perché antichissima e profondamente legata alle tradizioni del nostro Sud. Le “vere” fabbriche artigianali oggi sono pochissime, concentrate soprattutto in Calabria, e si chiamano conci.

La coltivazione della radice, sino a pochi anni fa, avveniva ogni quattro anni: nel terreno si coltivava un anno grano, poi maggese, poi pascolo e infine, quando la terra aveva raggiunto il giusto grado di azoto, liquirizia.
Veniva poi raccolta in fascine simili a rametti di legno; le radici venivano fatte bollire in speciali fornaci chiamate bassine, sino a quando si otteneva una pasta.
Questa veniva pressata, ribollita e infine lavorata a mano, ancora bollente, dalle donne, che l’impastavano proprio come si fa col pane.
Infine, veniva tagliata nelle forme scelte, e lucidata a vapore.

Oggi questo lungo lavoro viene quasi sempre svolto da macchine computerizzate.
Ma gli esperti “liquiriziomani” giurano che il sapore di una liquirizia lavorata a mano è del tutto diverso di quello di una lavorata a macchina: un po’ come mangiare tagliatelle fatte in casa o quelle acquistate in pastificio.

©Mitì Vigliero

Corollario

E a Genova si dice regolìçia (pron. regolissia)
Roma si dice: Damme na rigulizia (Mimosafiorita)
In spagnolo si dice “regaliz” (Sancla)
In provincia di Padova viene chiamata “sigurìsia” (Pimpirulin)
a genova nello specifico il bastoncino di liquirizia da succhiare si chiama reganissu . (Luca)
in Romagna è “rigurìzia”. “L’è d’culòr d’la rigurìzia”: si dice di chi è terreo, giallastro. (Cristella)
-Il gelato alla liquerizia di Tittieco

L’Intervista: Cosa gli sta chiedendo? E lui cosa risponde?

di Placida Signora - 11 novembre 2008

 


©Jimmy Ketsqui

-”Come ci si sente ad esser padre di 101 figli?” 
- ”Sarà un problema senza il tempo pieno a scuola” (Paz83)

- Cosa ne pensa del problema dei parcheggi in centro?
- Ma, non saprei, non ho la macchina. (Nonsisamai)

- Cosa ne pensa della museruola?
- La metterei volentieri a qualche umano! (Skip)

- Mi dica, come sta legato con il guinzaglio che tira?
- Non è piacevole, no no. Stavo occupando la scuola, i cuccioli devono andare a quella pubblica perché non ho i soldi per mandare tutti i 101 a quella privata ma il padrone si è preoccupato, mi ha legato e mi trascinato via prima che arrivasse la polizia!;) Gli umani non capiscono… (Boh)

- Cosa ne pensa della crisi finanziaria globale?
- Bau, Bau Bau…
- Non capisco, vuole essere piu’ chiaro?
- BAU, B come Bologna, A come Ancona, U come Udine. (Tittieco)

-“…Emilio fido a chi…?????” (Roger)

- Mi scusi, posso farle una domanda?
- DDIGAAAA!
(non saprei come scriverlo in romanaccio :D) (Hoshimem)

- Dolcetto o Scherzetto?
- Senti bello … tieni 10 euro, basta che ti togli dalle scatole. :-) (Antonio)

- E’vero che la volevano mandare all’Isola dei Famosi?
- Si, ma poi nun se n’è fatto piu’gnente!
- E perché?
- Eravamo troppi cani intorno all’osso. (Mimosafiorita)

- Giornalista: “professore un commento sullo scandalo del giorno”
- Professor Cane: “Parli con il mio ufficio stampa”.
(Non chiedermi che senso abbia, non ne ho la più pallida idea…) (Noeyalin)

- La sua attrice preferita?
- Lilli   (MaxG)

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