Oggi galòp…
…e quindi vi lascio in compagnia del PlacidoTumblr pieno di giochini, test, immagini, link, video e musiche tutte per voi.
Per sfogliarlo dovete cliccare sulla freccia >> , in alto a destra del titolo.
Spero che vi divertirete!
Bacio

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Bacio
Stavolta il foglietto trovato nel libro è scritto da me, una ricetta particolare che avevo testato quando scrivevo questo, e lì dentro è finita.
Per chi ama l’aglio è un’affascinante goduria; gli effetti collaterali sono sorprendentemente minimi (e ne esistono sempre i rimedi): il sapore è una delicatissima delizia.
4 teste d’aglio
150 ml di brodo di pollo
2 rametti folti di rosmarino
2 rametti di timo
1 cucchiaino d’origano
1 cucchiaino di sale grosso
pane tipo baguette qb
Scaldare il forno a 180°.
Dividere tutti gli spicchi d’aglio, abbassando la buccia in cima per metterne a nudo le punte.
Allinearli in una pirofila e versare lentamente un pochino di brodo attorno agli spicchi, badando di non coprirli.
Bagnare ciascuno spicchio con 1 cucchiaino d’olio.
Aggiungere il sale e i rametti.
Cuocere per 1 ora, bagnando ogni 15 minuti col brodo del fondo; gli spicchi alla fine dovranno risultare morbidi e dorati.
Una volta sfornati, aiutandosi con forchetta e cucchiaino spremerli delicatamente uno a uno fuori dalla buccia, cercando di mantenerne la forma.
Affettare la baguette e porla nel sugo-brodo di cottura, dal quale saranno stati tolti i rametti di erbe; posarvi su gli spicchi e servire immediatamente e bollente: ogni commensale, prima di mangiare la sua parte, spalmerà l’aglio sul pane come un paté.
Il ritorno del Sacro Fuoco Forbitore
Ieri mi son svegliata tardi, tranquilla e riposata (amo molto quest’ora legale), e mi son detta:
- “Oggi mi godo la domenica, non faccio nulla, mi riposo, al massimo un’occhiatina alla corrispondenza arretrata (45 mail e una pila alta un palmo di posta cartacea)…Sì, mi regalo un giorno di dolce far nulla“.
Poi mi son messa a cucinare; niente di complicato, tacchino alla piastra e insalatina, dolce far nulla anche ai fornelli.
Mentre posavo la vecchia piastra sul fuoco, mi è venuto in mente che ne avevo comprata un’altra, di piastra, un sacco di tempo fa. Un paio d’anni buoni. Chissà dov’era finita…
- “Boh, dopo pranzo guarderò negli sportelli delle pentole…”
Dicesi “sportelli delle pentole” una serie di 7 sportelloni che corrono sotto il ripiano della cucina, ripiano che a partire dal lavello si snoda allegramente lungo due pareti.
Di quei 7 sportelli ne apro quotidianamente uno solo, dove tengo le pentole “di tutti i giorni”.
Insomma; finito di mangiare (ore 14,30), partendo decisa alla caccia della piastra scomparsa, ho iniziato ad aprire tutti gli altri sportelli, trovandomi di fronte ad un caos indescrivibile di padelle, teglie, pentole, pentolini, ciotole, contenitori di plastica, tutto accatastato e mescolato.
E così poco per volta ho tirato fuori tutto e rimesso dentro tutto, dividendo padelle da teglie, pentolini da ciotole, facendo andare tre volte la lavapiatti (incredibile quanto si sporchino le cose pur stando chiuse negli armadi), riempiendo uno scatolone di cose da gettar via senza pietà ed un altro di cose ”doppie” da portare in campagna.
Alle 17 avevo finito.
Mentre mi accendevo soddisfatta una sigaretta, alzando gli occhi ho visto volare una camola.
Dicesi camola quell’odiosa farfallina che si nutre di pasta, farina, biscotti, scambiando le nostre dispense per un comodissimo self service.
E le camole non vivono mai sole.
Quindi, spenta la sigaretta, ho aperto il primo dei 7 sportelli che stanno sopra il ripiano della cucina, e che contengono tutte quelle cosine buone che piacciono tanto alle camole, oltre che a noi.
Alle 18,30 avevo seppellito due metri di tavolo sotto un mare di pacchi di riso, maccheroni, fusilli, ditaloni, mezze maniche, quadrucci, spaghetti, farfalle, bucatini, conchiglie, farina, fecola, zucchero, fette biscottate, spezie, tisane, té, frollini, polenta e cuscus.
Dopo aver dimezzato il numero delle confezioni di pasta (perché tenere accuratamente per mesi e mesi 5 enormi scatole contenenti ciascuna n° 12 ditaloni, 8 spaghetti, 7 farfalle, mezzo pugno di riso?)- aver scaraventato i rimasugli pastacei in un sacco pro pappa cagnoni di amici, scovato il responsabile dell’allevamento di camole (un sacchetto di polenta ai tartufi: buongustaie, eh?), lavato l’interno dei 7 sportelli con acqua e aceto, rimesso a posto tutto, alle 20 esatte mi sono accesa la seconda sigaretta pensando: - ”E ora faccio un risotto”
Aperta la vetrinetta dove tengo sottaceti, marmellate, salse, sughi pronti e dadi, l’occhio m’è caduto su un barattolo di maionese, seminascosto da una pila di vasetti di capperi, olive e cetriolini: sul tappo della maionese c’era scritto scadenza febbraio 2008.
- “Ohibò. Effettivamente è un bel po’ che non controllo il barattolame…”
Morale. Alle 21,50, dopo aver riempito singhiozzando due sacchi di conserve scadute, di cui non ricordavo manco più la provenienza (dove, quando e soprattutto perché mai posso aver comprato una marmellata di cachi e rabarbaro?), mi son messa al computer cercando nei miei archivi questa che ho stampato e appiccicato sul frigo.
Vi consiglio di fare altrettanto.
E ora vado a far la spesa, che non c’ho più un tubo in casa.
P.S. La piastra nuova? No, quella non l’ho trovata.
Giochiamo che questa è una Tela Magica.
Qualunque cosa – reale o astratta - venga anche solo abbozzata su di lei,
diventa vera, perfetta e a vostra completa disposizione.
Voi, cosa vi dipingereste e perché?
Graziella: Il mare, la terra puliti. Senza smog, inquinamento sporcizia. Da goderne tutti. Utopia ma è la prima cosa che mi è venuta in mente, forse perché un po’ ricordo quando (se non perfetta) era meglio.
Bis: mhm.. mare, aria e acqua puliti e disponibili per tutti. Una casa e un buon stipendio per ognuno.
Per me posso chiedere anche una barca a vela?
Sancla: la pazienza, perché non so cosa sia.
Roger: è un pò piccola per dipingerci tutto quello che vorrei, ma dovendo fare una scelta…penso che ci dipingerei la serenità, la pace, l’amore, la giustizia e tanto buon senso. poi ne farei dono ai miei figli, perché ne avessero sempre in abbondanza per affrontare i cambiamenti del futuro mondo in cui dovranno vivere, perché visto come vanno le cose ne avranno molto bisogno…purtroppo…
Beppe: Un bagno nuovo. Il mio non ne può più, tutto da rifare, impianti e sanitari e piastrelle. Ma solo l’idea di avere in casa quelle che tu chiami Truppe Cammellate mi fa sentire male.
La cuoca itagnola: Il volto dell’amore, cioé quello di mio marito tanto amato e che tanto mi manca…
Me la mandi per posta la tua tela magica, cara Mitì? Comincerò subito a dipingere.
MaxG: I miei 18 anni
Elena: Ci disegnerei tempo e felicità, in quantità più che industriale.
Patt: Una pentola magica, che appena svuotata torni subito piena, così che nessuno -uomo o animale- abbia più fame.
Krishel: Sono tante le cose che dipingerei: i miei genitori, che mi mancano tanto, un sacco di soldi, l’amore per le persone che amo e per me, più serenità per tutti…Forse è troppo.
Giovanna: Io, la mia tela, l’ho riempita :)
Caravaggio: un bel mare blu
Mimosafiorita: Mi dipingerei io, con un espressione di: pazienza, tolleranza, mansuetudine, riflessione e non ultima, contare magari fino a tre, prima di dire la mia. Me la mandi subito? Te la pago qualunque cifra.
Zawa: sarò banale….ma direi CASA MIA!
Briciola: il silenzio di due donne che non si guardano negli occhi e si sfiorano le mani.
Tittieco: Dipingerei un sentimento per me essenziale, che purtroppo non tutti possiedono : L’EMPATIA!
Era l’antico e tipico tavolo dei refettori dei conventi medioevali; un’asse di ripiano lunga e stretta ma molto spessa, sostegni dritti e squadrati all’estremità che posavano su piedi “a pattino” collegati da una lunga traversa longitudinale.
Un tavolo semplice e austero, lungo il quale i confratelli sedevano assai vicini e che, per la logistica della sua forma, obbligava a una “fratellanza” cortese nel porgersi cibi, bevande e pane l’un l’altro.
Da quella origine, il termine “fratina” si è esteso ad indicare qualunque tavolo lungo, stretto e in legno naturale; alla fine del XVII la forma delle gambe variò in quella di due lire (strumenti musicali) collegate fra loro da una traversa.
E non tutti sanno che “fratina” è anche il nome di una sedia, nata in Inghilterra verso la metà del Cinquecento; ora è pressocché introvabile (anche come immagini: ho scovato solo questa rivisitazione moderna, ma che rende abbastanza l’idea).
Veniva chiamata monk’s chair o chair table, aveva uno schienale altissimo che si estendeva sopra e sotto il piano del sedile; usando dei perni si poteva abbassare diventando un piccolo tavolo, sempre della forma “fratina”.
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