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La Paura

di Placida Signora - 31 Ottobre 2008

Proverbi e Modi di Dire

La paura fa novanta” se si gioca al lotto, ma in modo figurato vuol dire che quando siamo spaventati facciamo o diciamo cose che ci sembrerebbero impensabili in situazioni normali; esistono persone che hanno “paura della propria ombra”, cosa che, più che a noi bipedi raziocinanti, dovrebbe essere più adatta ai cavalli ombrosi come Bucefalo, che fu domato da Alessandro il Macedone solo perché fu l’unico a capirne la paura.

Spesso “la paura non vien da fuori ma da dentro di noi”, come dicono i danesi; è innata come in Don Abbondio di manzoniana memoria: “il coraggio uno non se lo può dare”.

Spesso invece  è un’esperienza passata a scatenare il timore: “gatto scottato con l’acqua calda teme pure quella fredda” e ciò può esser umano e comprensibile; però bisogna sempre ricordare che “la paura è un cattivo interprete” (Francia),  può condurre anche a visioni errate dei fatti -“chi è inciampato nelle serpi ha paura delle lucertole” (Germania)- o a travisare la realtà “chi ha paura piglia la gatta per un lupo” (Polonia).

E dato che “cane pauroso abbaia più degli altri” (GB) può accadere che l’eccessivo timore spinga a “saltar nel fuoco per paura del fumo” (Austria), a “gettar le coperte per paura delle pulci” (Russia),  si tramuti insomma in stupido allarmismo collettivo. 

Ma è anche fuor di ogni dubbio che oggi viviamo in un periodo decisamente “da far paura”; si ha un bel dire “male non fare, paura non avere”: accadono cose paurose ogni giorno, anche a chi proprio non fa male a nessuno.

Perciò si ha “paura persino dell’aria respirata”, perché si capta ovunque un’atmosfera di ansia e insicurezza.

Un eccesso di prudenza in certi casi male non fa, “meglio aver paura che il danno” (Spagna), poiché  “nulla è più da temere che il timore”, perché  a lungo andare “la paura toglie il sonno e la pace” (Germania).

La paura “ode con mille occhi e vede con mille orecchie” (Sudan): le immagini e le parole terrorizzanti che quotidianamente i media ci porgono, spesso fanno venir voglia di barricarsi in casa.

Però è anche certo – e ne abbiamo purtroppo fior di esempi- che “nessun muro protegge dalla paura” (Portogallo); essa s’insinua sottile nei nostri gesti più normali,  crea ansia, perché “la paura è fatta di niente” (Arabia) ma c’è, è lì.

Infine è da millenni noto in ogni saggezza popolare che “la paura non ha legge, “ la paura non ha vergogna”, “non ha onore”, “non ha virtù alcuna”,  se non quella sciacallesca di chi approfitta delle paure altrui, magari fomentandole: ed è per questo che, da sempre, “la paura genera l’odio”. 

©Mitì Vigliero

E quali sono le vostre paure, grandi o piccole?

Paola: Dopo tanti anni posso affermare con certezza che l’unica mia grande paura è la mancanza di salute, mia o dei miei cari. E sì poi ho paura dei serpenti, ma quella è una piccola paura anche perché di serpenti in giro non ne ho molti (esclusi i metaforici ;D

MimosaFiorita: Forse con un pizzico di presunzione dico spesso di non temere niente e nessuno, ma di avere una sola grande paura, la malattia, però le paurette quelle ce l’ho eccome,i ragni, i topi,i vermi,i serpenti, gli infidi e gli ipocriti, e cerco anche di aver paura della CIOCCOLATA “viaggio per la taglia 46″ ma fino ad ora non ci sono riuscita.

Tittieco: Le gambe mi fan “giacomo-giacomo” quando vedo un topo anche di minuscole dimensioni!
La mia seconda paura è quella di non essere autosufficiente e di conseguenza di pesare sugli altri!

Anna righeblu: Ho paura della malattia invalidante…e poi dei serpenti e delle alluvioni…

Krishel: Si parte dalla mia paura più grande: quella di morire come sono morti i miei genitori e da sola.
Sembrerà strano ma ho anche paura della vita. Di questo mondo che non si sa bene dove vada, ho paura che alla fine “trovare la mia strada” sia solo una chimera e che non esista una strada. Poi ci sono le paure minime: di annegare, visto che non so nuotare, degli insetti, dei serpenti.

Roger: da piccolo avevo paura del buio, perciò a letto mi coprivo anche la testa finchè un giorno in soffitta trovai un vecchio portalampada con lampadina più cavo con spina…lo nascosi sotto il mio letto, deciso che quella sera sarebbe stata l’ultima al buio.quando mia madre mi portò a letto,mi augurò la buonanotte, e se ne fu andata,spegnendomi la luce presi il vecchio portalampade lo ficcai nel letto,sotto le coperte e cercando a tentoni nel buio infilai la spina nella presa di corrente e….fiat lux…meraviglia…tutto sotto le coperte si illuminò il buio era vinto…ma durò poco perché con il calore qualche filo elettrico fuse e io beccai una bella scossa, saltarono le luci di casa ed io scoprii da allora che anche della luce e dei suoi “inconvenienti” c’è da aver paura. da allora mi sono abituato e il buio non mi ha fatto più paura.

Skip: Anch’io l’altro giorno riflettevo sulla paura. Come tutti i bambini, a 6 anni circa, avevo paura del buio. Le venature scure del legno sulle cinque ante del grande armadio, posto di fronte al mio lettino, mi facevano immaginare inquietanti e strane sagome, che sparivano all’improvviso quando chiudevo gli occhi e mi rannicchiavo sotto il lenzuolo. Finchè un giorno pensai alle rassicuranti parole di mia madre che, alla luce del sole, mi fece notare che sulla superficie dell’armadio non c’era nulla. Qualche anno fa ho avuto paura di perdere mio padre.Confesso che oggi mi riconosco un po’ ansiosa pensando al futuro dei miei figli, ma tendo ad attivare apparenti meccanismi di contenimento per non condizionarli.

Jessica Moh: La mia paura sono le certezze sul futuro dell’Italia!

Boh: paura? sempre meno, o diciamo meglio: ci convivo!;)

Alianorah: In alcuni periodi della mia vita riesco a convivere con le mie tante paure (in primis quella di perdere le persone che amo); in altri ne sono sopraffatta ed è difficile contrastarle. A volte, essendo separata e figlia unica, sono presa dalla paura di restare sola in futuro. Ma, come si suol dire, cerco di evitare di fasciarmi la testa prima di averla rotta.

Luca: io avevo paura du Ninnu, che era quel simpatico gentleman che, se per disgrazia il nostro pallone finiva sulla sua scala usciva con un coltellaccio da cucina e “celo” squartava.. quanti supertele hanno fatto una brutta fine… mia zia “emporio” del paesello ha fatto una fortuna con quei palloni

Papi: Volando con il parapendio può accadere di avere paura e scariche di adrenalina mica da ridere. In una turbolenza, per esempio. Ma il gioco consiste nel non farsi paralizzare. Mantenere il controllo e reagire correttamente anche quando si è centrifugati in una negativa. Poi si respira profondamente ma rimane l’odore nei vestiti. (Ho detto vestiti, non mutande)

Cristella: Ho paura del dolore, delle persone bugiarde, di veder soffrire le mie figlie. Ho paura quando di notte sono sola in casa. Da piccola avevo paura del buio. Prima di cena, in autunno-inverno, i miei mi chiedevano di andare a prendere qualcosa nel capanno, fuori di casa ma sempre nel cortile. Per la paura, cantavo, cantavo a squarciagola…

Aglaia: le paure maggiori sono la malattia con sofferenza e la solitudine.

Sancla: il sapere di non essere importante per le persone che contano davvero per me.

Storia dell’Impermeabile

di Placida Signora - 30 Ottobre 2008

Dall’epoca greco romana sino alla fine del Rinascimento, gli uomini tentarono di rendere impermeabili dall’acqua i loro indumenti spalmandoli di varie sostanze quali oli vegetali, gelatine animali e cere; nel diciassettesimo secolo, in Lombardia, per ripararsi dalla pioggia e dalla spessa umidità delle nebbie era estremamente diffuso il “sanrocchino”, un mantello di tela cerata ispirato come forma a quello classico dell’iconografia di San Rocco.
 

Ma fu solo nel XVIII secolo che, attraverso l’impiego di stoffe solitamente bollite o spruzzate con altri materiali quali caucciù, guttaperca, paraffina, polvere di sughero e persino vernici da barca, si tentò di inventare seriamente dei soprabiti che si potessero chiamare “impermeabili” (dal latino “in-permeabilis”, che non può essere attraversato) a tutti gli effetti. 

Verso la metà del Settecento, il settimo principe di Sansevero, Raimondo di Sangro (di cui vi ho narrato la storia qui), regalò al Re di Napoli Carlo di Borbone una mantella impermeabile di sua invenzione affinché potesse proteggersi dalla pioggia durante le battute di caccia; come avesse trattato la stoffa della mantella rimase però un segreto, anche se qualcuno sussurra che avesse preso ispirazione dalle rozze e pesantissime cappe di tela cerata usate dai pescatori dei mari del Nord.  

Ma l’inventore vero e proprio dell’impermeabile come lo intendiamo noi fu il chimico scozzese Charles Mackintosh il quale, ai primi dell’Ottocento, brevettò ufficialmente un tessuto impermeabile di lana; nel 1824, a Glasgow, impiantò la prima fabbrica di soprabiti confezionati con quella stoffa; quegli indumenti divennero tanto celebri che vennero chiamati comunemente “mackintosh”. 

Il suo esempio fu presto seguito da un altro imprenditore, Burberry, che si mise a produrre impermeabili (da uomo e da donna) che badavano, oltre alla praticità, anche all’eleganza; ben presto i suoi modelli vennero imitati in tutto il mondo.

Agli inizi del XX secolo scoppiò la moda del “trench-coat” (soprabito da trincea): doppio sprone alle spalle, spalline, cinturini ai polsi e al collo, grande bavero e cintura con fibbia rettangolare foderata in pelle.
Era indossato dagli ufficiali dell’esercito inglese durante la Grande Guerra, ma con gli anni si diffuse sempre più anche tra i civili d’ambo i sessi che iniziarono a portarlo anche nei giorni non di pioggia.

Il motivo di questo successo di moda si deve anche, se non soprattutto, al cinematografo; come dimenticare infatti gli impermeabili strizzati sensualmente in vita indossati da Marilyn Monroe e Audrey Hepburn, quello grondante e svolazzante di Gene Kelly in “Cantando sotto la pioggia” e quello dal bavero rialzato e cintura allacciata in vita senza l’uso della fibbia che Humphrey Bogart sfoggiava in “Casablanca”?

In compenso nessuno, oggi come allora, si sognerebbe di girare con un impermeabile stile Tenente Colombo.

©Mitì Vigliero

Oggi galòp…

di Placida Signora - 29 Ottobre 2008

…e quindi vi lascio in compagnia del PlacidoTumblr pieno di giochini, test, immagini, link, video e musiche tutte per voi.

Per sfogliarlo dovete cliccare sulla freccia >> , in alto a destra del titolo.

Spero che vi divertirete!

Bacio

Il Paté d’Aglio di Mitì

di Placida Signora - 28 Ottobre 2008

Stavolta il foglietto trovato nel libro è scritto da me, una ricetta particolare che avevo testato quando scrivevo questo, e lì dentro è finita.
Per chi ama l’aglio è un’affascinante goduria; gli effetti collaterali sono sorprendentemente minimi (e ne esistono sempre i rimedi): il sapore è una delicatissima delizia.

4 teste d’aglio
150 ml  di brodo di pollo
2 rametti folti di rosmarino
2 rametti di timo
1 cucchiaino d’origano
1 cucchiaino di sale grosso
pane tipo baguette qb

Scaldare il forno a 180°.
Dividere tutti gli spicchi d’aglio, abbassando la buccia in cima per metterne a nudo le punte.
Allinearli in una pirofila e versare lentamente un pochino di brodo attorno agli spicchi, badando di non coprirli.
Bagnare ciascuno spicchio con 1 cucchiaino d’olio.
Aggiungere il sale e i rametti.
Cuocere per 1 ora, bagnando ogni 15 minuti col brodo del fondo; gli spicchi alla fine dovranno risultare morbidi e dorati.
Una volta sfornati, aiutandosi con forchetta e cucchiaino spremerli delicatamente uno a uno fuori dalla buccia, cercando di mantenerne la forma.
Affettare la baguette e porla nel sugo-brodo di cottura, dal quale saranno stati tolti i rametti di erbe; posarvi su gli spicchi e servire immediatamente e bollente: ogni commensale, prima di mangiare la sua parte, spalmerà l’aglio sul pane come un paté.

Alla Ricerca della Piastra Scomparsa

di Placida Signora - 27 Ottobre 2008

Il ritorno del Sacro Fuoco Forbitore

Ieri mi son svegliata tardi, tranquilla e riposata (amo molto quest’ora legale), e mi son detta:
- “Oggi mi godo la domenica, non faccio nulla, mi riposo, al massimo un’occhiatina alla corrispondenza arretrata (45 mail e una pila alta un palmo di posta cartacea)…Sì, mi regalo un giorno di dolce far nulla“.

Poi mi son messa a cucinare; niente di complicato, tacchino alla piastra e insalatina, dolce far nulla anche ai fornelli.

Mentre posavo la vecchia piastra sul fuoco, mi è venuto in mente che ne avevo comprata un’altra, di piastra, un sacco di tempo fa. Un paio d’anni buoni. Chissà dov’era finita…
- “Boh, dopo pranzo guarderò negli sportelli delle pentole…”

Dicesi “sportelli delle pentole” una serie di 7 sportelloni che corrono sotto il ripiano della cucina, ripiano che a partire dal lavello   si snoda allegramente lungo due pareti.
Di quei 7 sportelli ne apro quotidianamente uno solo, dove tengo le pentole “di tutti i giorni”.

Insomma; finito di mangiare (ore 14,30), partendo decisa alla caccia della piastra scomparsa, ho iniziato ad aprire tutti gli altri sportelli, trovandomi di fronte ad un caos indescrivibile di padelle, teglie, pentole, pentolini, ciotole, contenitori di plastica, tutto accatastato e mescolato.

E così poco per volta ho tirato fuori tutto e rimesso dentro tutto, dividendo padelle da teglie, pentolini da ciotole, facendo andare tre volte la lavapiatti (incredibile quanto si sporchino le cose pur stando chiuse negli armadi), riempiendo uno scatolone di cose da gettar via senza pietà ed un altro di cose ”doppie” da portare in campagna.
Alle 17 avevo finito.

Mentre mi accendevo soddisfatta una sigaretta, alzando gli occhi ho visto volare una camola.
Dicesi camola quell’odiosa farfallina che si nutre di pasta, farina, biscotti, scambiando le nostre dispense per un comodissimo self service.
E le camole non vivono mai sole.

Quindi, spenta la sigaretta, ho aperto il primo dei 7 sportelli che stanno sopra il ripiano della cucina, e che contengono tutte quelle cosine buone che piacciono tanto alle camole, oltre che a noi.

Alle 18,30 avevo seppellito due metri di tavolo sotto un mare di pacchi di riso, maccheroni, fusilli, ditaloni, mezze maniche, quadrucci, spaghetti, farfalle, bucatini, conchiglie, farina, fecola, zucchero, fette biscottate, spezie, tisane, té, frollini, polenta e cuscus. 

Dopo aver dimezzato il numero delle confezioni di pasta (perché tenere accuratamente per mesi e mesi 5 enormi scatole contenenti ciascuna n° 12 ditaloni, 8 spaghetti, 7 farfalle, mezzo pugno di riso?)- aver scaraventato i rimasugli pastacei in un sacco pro pappa cagnoni di amici, scovato il responsabile dell’allevamento di camole (un sacchetto di polenta ai tartufi: buongustaie, eh?), lavato l’interno dei 7 sportelli con acqua e aceto, rimesso a posto tutto, alle 20 esatte mi sono accesa la seconda sigaretta pensando: - ”E ora faccio un risotto”

Aperta la vetrinetta dove tengo sottaceti, marmellate, salse, sughi pronti e dadi, l’occhio m’è caduto su un barattolo di maionese, seminascosto da una pila di vasetti di capperi, olive e cetriolini: sul tappo della maionese c’era scritto scadenza febbraio 2008
- “Ohibò. Effettivamente è un bel po’ che non controllo il barattolame…” 

Morale. Alle 21,50, dopo aver riempito singhiozzando due sacchi di conserve scadute, di cui non ricordavo manco più la provenienza (dove, quando e soprattutto perché mai posso aver comprato una marmellata di cachi e rabarbaro?), mi son messa al computer cercando nei miei archivi questa che ho stampato e appiccicato sul frigo.
Vi consiglio di fare altrettanto.

E ora vado a far la spesa, che non c’ho più un tubo in casa.

P.S. La piastra nuova? No, quella non l’ho trovata.

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