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Pausa forzata

di Placida Signora - 30 settembre 2008

 

Scusatemi, ma oggi è meglio che stia al caldo, stesa a cuccia.
Vi lascio in compagnia dei PlacidoTumblr.
A presto.
Spero.
Baci (disinfettateli prima, eh?)

 

Come dite voi “Chiacchierona”?

di Placida Signora - 29 settembre 2008

VAL D’AOSTA
bavàrda, brahòla, brehulì, giacatàna.
 
LIGURIA
ciancèta, ciaciarùna, ciarlàna, ciarlùnna, petegolòna, martiéla
 
PIEMONTE
babiàcia, bavàrda, cerevèla, ciaciarùna, cianciùnna, ciapulèra, ciaramelìara, ciarlùna, ciciarùnna, ganascèra, ganasùnna, lenguàza
 
LOMBARDIA
bausùna, ciaculùna, cicerùna, ciciarùna, lenguasciùna, slenguasùna, tambèrla, terlèca.
 
EMILIA-ROMAGNA
bacaiàn-na, bacaiòna, bartavèla, cicaràn-na, ciciaròna, cucaròna, slinguasòn-na, zbabaròna.
 
TRENTINO
baiòna, bàtula, batulòna, ciaceròna, ciaculòna, lengualùnga, zlambrotòna.
 
VENETO
ciaciaròna, ciacugliòna, ciacolòna, ciaquiòna, sigaiòna.
 
FRIULI
ciacaròna, petezzòna.
 
TOSCANA

ciarlòna, pettegolòna.
 
UMBRIA
ciarlòna
 
MARCHE
ciarlòna, chiacchiaràna
 
LAZIO
ciarlòna
 
ABRUZZO
chiacchiarésse
 
MOLISE
ciacciòsa, ciarlatàra
 
CAMPANIA
chiacchieréssa, ciaulòna, tràcchena.
 
PUGLIA
chiacchiarèsse, chiacchiaròsa, malalénga, quacquarèra.
 
BASILICATA
lennalònna.
 
CALABRIA
ciarratàna, lingualònga, parrettèra, vatalàra.
 
SICILIA
lingualònga, sciusciulùna, sparratùra.
 
SARDEGNA
ciacciaròna, limbimànna, limbùta, zarròna.

Altri?

Nicola Mattina: A Roma una che parla molto la chiamano “bocca a ciavatta”… invece una che bofonchia continuamente “pentola de facioli” :-)

Skip: In napoletano si dice nciucèssa ( ma significa pettegola). “Stancacervelli”, non è un termine dialettale, ma in uso nella mia famiglia e rende bene l’idea :)

Alianorah: Il figlio del Capo mi dice che sono come una grondaia sfondata in un giorno di pioggia. Ma non è un’espressione dialettale :-)

Roger: In Toscana CIANA….Ciana l’è una comare a bocca larga… sta attent’a quella là, perché l’è una ciana! (continua)

Caravaggio: in siciliano si dice anche liguapizzuta .

Maurizio: Culu te jaddhina (culo di gallina), nel leccese. *

Catepol: A Vibo/Calabria si dice “pittula

Marea di Luce: sempre in calabria, sulla costa tirrena: lingùta e cianciara.

Eli: …e se chiacchierando fa pure tanto chiasso, alla romana si dice che e’ una “caciarona

Tittieco: A Genova si dice anche: “ciattélla”.

Stefi: In prov di Milano si dice anche betonega [be'tonega], con “o” aperta. E vuol dire pettegola.

JillL: a Ferrara ciacarona  (parché la ciacara tant!!!)

Andrea Perotti: se non sbaglio in Ticino per dire che una persona è un chiacchierone si dice: “L’è un lapòn!” (deriva da “Lapa”) :)*

Solo in noi, per sempre

di Placida Signora - 26 settembre 2008


(Jean-Baptiste-Camille Corot, ‘Le Songeur’, 1854)

La casa di mamma non è più mia.

Da una parte è un sollievo, perché significa che ho finito il tremendo, faticosissimo mio lavoro di smantellamento durato mesi, coi relativi traslochi.
Sono stati in tutto 10.
10 camion, pieni di tutto, diretti a varie destinazioni.
Vabbé manca ancora la cantina. Sì, perché c’era una cantina. E me ne sono ricordata ad agosto, quando non trovavi un trasportatore manco a pagarlo. Ma entro la prossima settimana svuoto anche quella.
E poi basta.

E se da una parte è un sollievo, dall’altra…non so.
Dal notaro, durante il rogito, ad un certo punto ho avuto la netta sensazione che mi si spezzasse qualcosa dentro.
Come si staccasse l’ultimo brandello di cordone ombelicale.
Come se qualcuno o qualcosa sussurrasse “ora è tutto solo in te“.
Dentro me; nella mente e nel cuore.
E davanti agli occhi, con le cose di là che ho portato qua.
Con le immagini incorniciate, e oggetti, quadri, mobili scelte fra quelle che ho visto sin da quando sono nata.

E’ una sensazione indefinibile, che tutti – purtroppo - prima o poi provano.
Però, nonostante tutto, è anche una sensazione dolce.
Dolce come il fluire della vita, dolce come la certezza di non avere perso nulla; perché la vita che abbiamo vissuto e chi si è amato, non vanno mai via davvero.
Rimangono per sempre.
Con la nostra anima come culla.

Cosa sta dicendo?

di Placida Signora - 23 settembre 2008

 


(immagine trovata qui)

Comincio io:

Mitì: Ma poffarbacco! Cosa credono, che le mie giornate siano fatte di 56 ore, eh?

Ester hoshimem Memoli: Ridatemi il mio ciucciottooooooo!! GROOOWLLLLLL!

MaxG: Quante volte ve lo devo dire che il latte mi piace tiepido e non bollente?

Graziella: Mettetemi giùùùùù!

Mimosafiorita: A De Rossi, passa er pallone a Totti.. ma je voi passa’ quer pallone porcaccia la miseriaaaaa, ma che’ dovemo arigala’ nantro goal alla Lazio, mannaggialamiseriaaa…

Maxime: Restituitemi immediatamente il mio badge viola altrimenti potrei avere qualche idea della madonna con un alto tasso di creatività!!!

Cristella: Mamma, sbrigati! E’ un’ora che mi fai stare in posa, con quella maccchina fotografica in mano, e non ti sei ancora accorta che c’ho il pannolino da cambiare?????????? E muoviti!!!!!!!!!!!

ZiaPaperina: E il blog, e friendfeed, e twitter…Ti vuoi staccare da quel computer, Mamma, che io HO FAME?!?

Roger: EHHHH…NOOOOO…ANCORA LA PAPPETTA DI VERDUREEEEE…NOOOOOOBASTAAAAAAAAAAAAAAAA…

Abr: Adriaaaaanaaaaaaa!!!

Tittieco: Ma siete sordi? Vi sto dicendo da un’ora, che il cane mi ha rubato il ciuccio e l’ha nascosto nella sua cuccia!

Eli: OOODIOOO LE MELANZANEEEEE!

Skip:  Se mi tieni così, non mi passa il singhiozzo!

AndreA: “Bastaaaaaaaaaaaaaa!!!! Ora prendo io il comando e poi ve lo do io ALITALIA, LE TASSE, I PROCESSI I LODI E TUTTO IL RESTO !!!! Siete davvero dei bambini viziati!!!!”

Brigida: Toglietemi sto completino rosa che Paris Hilton la odio!

Kat l’expat: Brigida mi ha battuta di un soffio. Ho immediatamente pensato anch’io:” Il golfino rosa, nooooooooooooooooooooo!”

Beppe: Bimba dolce puccipucci A CHI?!?!

Paz83: urla con rabbia: Si…può…fareeeeeeeeee

I Mestieri scomparsi: dai Conservatori del Mare ai Catrai

di Placida Signora - 22 settembre 2008

Il Progresso cammina nel bene e nel male, dando più che mai ragione al detto “tout passe, tout lasse, tout casse“.
In nome del Progresso cambiano abitudini ed esigenze; ciò che rende poco viene scartato e ciò che va a rilento è spodestato.
Così è per tutto, anche per alcuni mestieri che oggi o si sono completamente estinti, o si sono evoluti in modo tale da tramutarsi in cosa totalmente diversa dall’originale.

Inizio qui una serie di post che vi racconteranno appunto alcuni di questi mestieri scomparsi, prendendo come scenario Genova che possedeva sin dall’antichità e fino a non molti anni fa un patrimonio artigiano e professionale che spaziava in ogni campo, a partire dal mare.

Del mare infatti, sin dal 1300, c’erano i Conservatori, un’antica “magistratura” che aveva gli scagni (uffici) nella zona del Molo; i Conservatori gestivano con severità la cura del porto, vigilavano sulle acque affinché non venissero contaminate, in caso di burrasche provvedevano ai bastimenti ormeggiati e, da quanto si legge in un documento del ’600, fungevano da polizia “contro i fuggitivi ba bastimenti, chi ruba o leva gli ormeggi barcaroli, chi non si ormeggia come si deve, i denneggiatori delle merci, i ricettatori di marinai fuggitivi, marinai mancanti al servizio, padroni che caricano sopra coperta…”

Nella zona portuale, sin dai primi tempi della Repubblica genovese, lavoravano anche gli oggi scomparsi Minolli (che nulla hanno a che fare con questo ;-) ), ed erano tutti residenti nel quartiere di Sampierdarena chiamato Coscia.
I Minolli, il cui compito era quello di procurare e caricare la zavorra per i bastimenti in partenza da Genova, erano riuniti in Confraternita;  tra loro si chiamavano “fratelli” e si autogovernavano per mezzo di un Priore, un Console e un Viceconsole.
Possedevano una flotta di oltre cento barche tipo leudo, che portavano i nomi delle moglie o della madre del capobarca: La mia Caterina, La bella Luigia, Moae (Madre) Bedin, Antonia, Manin (diminutivo di Maddalena), oppure soprannomi vezzosi – che facevano capire perfettamente quali omini delicati e fragili fossero – quali Storto, Marasso (coltellaccio da macellaio), Futta (stizza, rabbia), Lerfun (schiaffone).

E scomparsi completamente sono da tempo anche i Catrai, proprietari di curiose trattorie galleggianti sistemate su gozzi o piccole chiatte.
Queste natanti ristoratori si avvicinavano ai bastimenti ormeggiati alle banchine del porto, vendendo alla ciurma fumanti gavette colme di minestrone profumato, che veniva assai apprezzato dai marinai che allora, durante le lunghissime navigazioni, non avevano possibilità di mangiare verdure fresche, con conseguenti problemi sanitari quali scabbia e gravi avitaminosi.

©Mitì Vigliero

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