Quando i migranti eravamo noi
A Genova, nel Museo del Mare sito nel Porto Antico, è stata inaugurata una mostra molto particolare; La Merica, tutta dedicata agli italiani che emigrarono nel Nuovo Continente dal 1892 al 1956.
Per saperne di più, leggete questo bell’articolo di Raffaele Niri.
E mi torna in mente un’altra storia collegata proprio all’emigrazione italiana, unita alla certezza che il reale spesso superi il fantastico e che i confini tra il vero e il romanzesco siano assolutamente labili.
Esistono situazioni non molto lontane dal nostro mondo, che hanno dell’incredibile; ma per coglierle e saperle poi riportare ci vuole l’occhio curioso del cronista unito a quello dell’artista.
Questo hanno fatto qualche anno fa due Tesorimiei: Massimo Calandri, giornalista di Repubblica e autore di programmi televisivi quali “Misteri ” e “Cronaca in diretta” , e Pino Petruzzelli, attore e regista, ma anche scrittore, fotografo e documentarista.
Due viaggi in Marocco, nelle città di Tangeri, Casablanca, Marakech, alla ricerca non di paesaggi da cartolina, trattati politici o testi letterari, ma alla caccia di storie e persone.
Caccia fruttuosa e un grande scoop; a Casablanca, in un pensionato cattolico gestito da suore, che si chiama Ospizio degli Italiani in Marocco e che si trova in Boulevard Amne Mouen , Petruzzelli e Calandri scoprirono dieci anziani italiani, tutti ultra ottantenni, figli e nipoti superstiti di trentamila nostri “emigranti clandestini” che dal 1900 al 1920 si servirono di scafisti siciliani per essere condotti abusivamente in America.
Ma questi, privi di ogni scrupolo e pieni di menzogna esattamente come gli scafisti di oggi, li scaricarono in Marocco, ove i nostri si rassegnarono a vivere arrangiandosi, facendo i mestieri più umili, anche i venditori ambulanti: vu’ cumprà italiani.
Questa e altre storie diventarono uno spettacolo teatrale Portraits: Marocco.
Ecco la parte dello spettacolo che racconta la loro storia:
DATTERI E GRATTACIELI da Portraits: Marocco, di Pino Petruzzelli e Massimo Calandri
(Scena: Entra Petruzzelli, va alla cartina geografica, indica Casablanca)
“Casablanca, capitale commerciale del Marocco. A Casablanca c’è un polveroso edificio che ospita l’ospizio degli italiani in Marocco. E mentre un vento leggero vi soffia dentro la preghiera pomeridiana del muezzin, un gruppo di anziani guarda rapito i programmi della Rai, Michele Cucuzza in testa. Sono una decina, all’inizio del secolo scorso erano trentamila. Ma, cosa ci facevano, direte voi, trentamila italiani in Marocco?”
(Si siede, e inizia a parlare in siciliano)
“Credevamo di essere arrivati in America. Quel grandissimo figghi’e buttana del capitano della nave italiana che partiva da Palermo per l’America, ci disse a mio padre: non vi preoccupate, basta pagare e in America vi portiamo noi.
Per la verità, quando siamo sbarcati, a mia m’era sembrato un po’ strano, ma non dissi niente, per rispetto, a mio padre che si grattava la testa sotto il cappello. Sabbia, deserto, fichi d’India, datteri, palme… Minchia, ma dove sono finiti ’sti grattacieli ammericani?!
A quell’epoca a Casablanca il porto non c’era, allora, il capitano della nave si avvicinò più che poteva alla riva e poi disse: più di così non posso fare. In questa zona porti non ce ne sono. L’Ammerica dovete raggiungerla a nuoto.
Ma capitano, ci disse mio padre, è sicuro che questa sia l’Ammerica? E il capitano: Ammerica. Ammerica… E ci cacciò tutti a mare.
Dalla riva per fortuna qualcuno ci vide e ci aiutò. Soprattutto alle fimmine e ai bambini. Brava gente. Qualcuno di noi due, tre parole in ammericano le sapeva: occhei, cam’n, paisà… E ce le abbiamo dette a quelli che ci aiutavano. Ma quelli non capivano una minchia!
Allora mia madre, vedendo che a mio padre cominciavano a girarci i cosiddetti, ci disse per tranquillizzarlo: “Aaaah, ma questa New York è proprio come la nostra Sicilia. E poi avevano detto che gli ammericani erano tutti biondi, con gli occhi azzurri, invece sono neri, neri. Come noi. Stai tranquillo Nuccio, vedrai ci troveremo bene qui.”
Casablanca, Ammerica. Chi ci capiva niente. Noi eravamo morti di fame. Non sapevamo niente. L’unica cosa che sapevamo era che per campare si doveva andare dall’altra parte del mare. In Ammerica.”
(Fine intervista. Petruzzelli ricomincia a raccontare )
E così quando scoprirono di essere stati truffati ormai era troppo tardi. Ci volevano mesi, anni per avere un visto per l’America: quella vera, stavolta. E così, molti finirono col fermarsi. “Dovevamo pensare a campare” mi dice uno dei superstiti “lavori di fatica, muratori, piccoli commerci, venditori ambulanti….”
(Rivolto al pubblico, parlando in siciliano) “…Venditori ambulanti? Minchia, ma lo sapevate? I primi vu’ cumprà erano italiani. Trentamila. In Marocco”. (Musica)



Insomma, gli scafisti sono una gran brutta razza da sempre…
Splendido post, grazie!
Commento di MaxG - 21 Giugno 2008 12:20
Max, già…:-*
Commento di Placida Signora - 21 Giugno 2008 12:49
corsi e ricorsi storici che hanno come protagonisti gente in cerca di una vita migliore… e c’è sempre qualcuno che senza scrupoli approfitta del loro miraggio di speranza
Commento di skip - 21 Giugno 2008 14:24
bellissimo, non ne sapevo nulla!sei sempre fantastica
Commento di ulla - 21 Giugno 2008 14:39
e noi italiani adesso con la puzzetta sotto il naso…. ciao non ti scrivo mai ma ti leggo sempre e,per i ricordi, io non riesco ancora a guardarle le foto in bianco e nero, fa ancora male, ciao
Commento di graziella - 21 Giugno 2008 15:18
Non ne sapevo nulla. Bellissimo post.
Lo so, non si possono fare paragoni di questo genere, ma a me viene da pensare ai tanti ragazzi che, nella speranza di ampliare un curriculum, sono alle prese con il grande movimento dello “stage nelle capitali che contano”.
Vedo anche loro come una sorta di migranti…
Un abbraccio
Commento di Anna righeblu - 21 Giugno 2008 16:05
Skip, perché è da millenni sempre facile approfittarsi dei più socialmente e culturalmente deboli…:-*
Commento di Placida Signora - 21 Giugno 2008 18:31
Ulla, un bacione a te!
Commento di Placida Signora - 21 Giugno 2008 18:31
Graziella, non pensarci. Verrà il momento in cui le potrai guardare sorridendo, con appena un poco di dolce malinconia :-*
Commento di Placida Signora - 21 Giugno 2008 18:32
Anna, ormai credo che il “migrare” per cercare nuove e migliori possibilità sarà una caratteristica continua del XXI secolo…:-*
Commento di Placida Signora - 21 Giugno 2008 18:34
Storie incredibili……… i miei zii invece sono finiti tutti e 6 in california( e tra qualche giorno vado a trovare i loro figli)sul sito di Ellis island ho potuto vedere i loro nomi sui registi di ingresso negli stati uniti..
Commento di luca - 22 Giugno 2008 10:27
Luca, mi raccomando, tieni diario giornaliero delle vacanze lì, e fai tante foto belle! :-*
Commento di Placida Signora - 22 Giugno 2008 11:32
Ciao Mitì, un passaggio per un saluto e per augurarti una buona domenica.
Un grande abbraccio :-*
Commento di Anna righeblu - 22 Giugno 2008 17:19
ciao Mitì, grazie per questo bellissimo post! sono molto coinvolta (vedi sbarchi a LAmpedusa) da questo argomento..
Commento di giovanna - 22 Giugno 2008 22:04
Bellissimo qiesto post!
Una quindicina di giorni fa Pittalis ha aperto il suo spettacolo a Pieve di Soligo con la storia di Alfredo Zardini, detto “Noce” (era un falegname), di Cortina d’Ampezzo. “Noce”, sposato e da padre di un bambino, a 40 anni decise di andare in Svizzera a fare il carpentiere. Era da poco arrivato a Zurigo quando, in un bar, urtò per sbaglio un uomo grande e grosso che odiava gli stranieri, ancora di più gli italiani, ancora di più gli italiani piccoli e neri, come “Noce”. E così “Noce” fu pestato a morte e lasciato agonizzante sul mafciapiede. Il suo aggressore fece solo 18 mesi di carcere. Il parrocco di Cortina, arrivato a Zurigo per salutare la cara salma, non ci riuscì: l’ingresso era vietato ai cani e agli italiani.
Era solo il 1971.
Commento di pievigina - 23 Giugno 2008 12:20
Buongiorno, volevo ringraziarLa per questa pagina di storia che non conoscevo.
Sono in Marocco e insegno italiano, ma ignoravo il motivo dell’arrivo di questi anziani connazionali. Comunque di migranti italiani che arrivano qui in Marocco ce ne sono ancora, per altri motivi e con diverse modalità, io faccio parte di questi ultimi.
Commento di amiciitalia - 17 Ottobre 2008 11:52