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Osservazioni bucoliche e ornitologiche

di Placida Signora - 27 giugno 2008

Nei commenti qui sotto mi chiedete se, visto che sto facendo un trasloco, io vada a vivere a Roma.
La risposta è no; vicino a Roma, in un ridente paesino campestre, c’è la casa del ‘me maju (marito, per i foresti): casa che usiamo solo come rilassante luogo di villeggiatura. Rilassante anche perché qui non funzionano i cellulari, la connessione del pc va a pedali e quindi si è completamente tagliati fuori dal mondo.

Essa casa si trova non nel ridente paesino, comoda quindi per negozi e vita quotidiana, ma  adagiata in mezzo ad ubertosi campi dove corrono liberi cavalli e pascolano pecore e mucche; ergo, nell’aere puro volano miriadi di vespe, mosche, tafani, calabroni, zanzare, tutte bestiacce schifose le quali, essendo io gravemente allergica alle loro pizzicate, attentano in ogni momento alla mia vita.
Nella casa immersa nel verde ci sono anche i ragni; qualcuno dice che portan fortuna, ma a me rovinano solo la cena .

Per rendere più poetica et ecologica la vita in una casa di campagna, i Numi della Bucolicità favoriscono l’uso di candele e lampade a petrolio; infatti manca la luce elettrica in continuazione, possibilmente quando mi trovo carica di masserizie a metà della pericolosissima scala a chiocciola che unisce i 3 piani della suddetta casa, o quando la lavatrice è a metà programma.
I motivi per cui manca sono i più fantasiosi:
- C’è un temporale (in questi giorni ci sono 36° e di fulmini manco l’ombra)
- Il cognato che abita a fianco sta innaffiando il giardino (e quindi la pompa dell’acqua fa saltare la luce)
- L’innaffiatura del giardino unita all’apertura del cancello elettrico (pompa + motorino) crea le tenebre
- I pannelli solari (che copron metà casa) sono invidiosi dei pali della luce che funzionano meglio di loro, e quindi creano sabotaggi.
- I Numi della Bucolicità amano il buio.

Anche l’acqua corrente vive in piena anarchia, scomparendo all’improvviso possibilmente quando sono sotto la doccia, coperta di bagno schiuma e shampoo e sto per risciacquarmi.
I motivi per cui latita sono da ricercarsi in:
- Il cognato che sta annaffiando i campi.
- La lavatrice che centrifuga.
- La pompa del pozzo che è entrata in sciopero.
- I Numi della Bucolicità che prediligon gli umani sporchi e spuzzolenti come capre.

Di notte invece si dorme bene, nel silenzio più assoluto; e andando in questi giorni a nanna intorno all’una di notte (i mobili si spostano e svuotano meglio col fresco della sera), una spererebbe di poter riposare le stanche membra almeno sino alle 9 del mattino.

E invece alle 5, con la prima luce dell’Aurora, attacca il gallo.
Gallo che avrebbe bisogno di qualche lezione di canto.
Infatti parte deciso con in CHICCHIRIC perfetto, m ogni volta termina con una sorta di rantolo impressionante; il risultato è un potentissimo CHICCHIRICGREEEEAAAARGH ripetuto almeno una ventina di volte, perché è un gallo ligio al dovere e vuole esercitarsi sino a quando non impara.

Il suo verso dà il là a tutta la fauna pennuta dei dintorni, che si risveglia trulla e inizia a cinguettare.
Oddio, cinguettare…A Genova gli uccelli fanno cip cip, e i pappagalli una sorta di ghegheghé .

Qui, dove la specie ornitologica è infinita (è un parco naturale: ci sono rondini, tortore, colombe, cornacchie, upupe, picchi, gruccioni, merli, falchetti, pettirossi ecc), e dormendo noi con le finestre aperte causa la temperatura amazzonica di questi giorni, scopriamo ogni mattina “cinguettamenti” che hanno ben poco di naturale e di cui ignoriamo l’uccello di provenienza.

Ad esempio.
Alle 5,01 una probabile ventina di bipedi pennuti emettono un fortissimo suono identico a quello di un cacciavite picchiato ritmicamente su una tazza di porcellana: DING DING DING DING…
Subito dopo, altri iniziano a fare l’identico verso di una bottiglia d’acqua gasata col tappo chiuso male: GGGGSSSSHHHHGGGGSSSSSSHHHHH…
Poi ci sono quelli che si credono mitragliatrici: TARA’TARA’TARA’…
Quelli d’origine partenopea: UE’UE’UE’UE’ (ogni volta m’aspetto un “guaglio’!” subito dopo, o l’attacco d’una tarantella), e quelli che vorrebbero essere serpenti: SSSSSSSSSSSSSSSH, SSSSSSSSSSSSSSSSSSH…

Va bé. Dopo avervi dimostrato che sono ancora (più o meno) viva, vi mando un bacio al galòp e torno a camallare, canticchiando Viva la campagna.

 

Ma Wonder Woman viveva al galòp?

di Placida Signora - 23 giugno 2008

Fra qualche ora parto per Bologna per un paio d’impegni; il 24 schizzo a Roma per svuotare mezza casa giù, eliminando e spostando divani, armadi e ravatti vari  (e sarà trasloco n°5) per far spazio ai mobili e alle casse che arriveranno da Genova.

Il 29 28 sera (se sopravvivo al caldo e alla fatica, mica sono quella ritratta lassù …) tùrna a casa Bologna perché il 30 29 mattina si sposa  la Cugi  e la sera stessa o il 30 all’alba mi catapulto a Genova, per organizzare entro il 5 il trasloco per Roma (n° 6) e un altro per la discarica differenziata (l’ultimo, forse: il n°7).

E finalmente, dopo più di 4 mesi ininterrotti di lavoro, la casa di mamma sarà vuota.

Tutto questo per dirvi che se sarò poco presente in questi giorni, gli è solo perché ho un cicinìn da fare…

Un bacio a voi (e fate i bravi! :-*) 

 

 

La Torta d’Ananas di Zia Pierina

di Placida Signora - 20 giugno 2008


Le Ricette di Casa Placida

Stavolta, nel solito libro, ho trovato un foglietto ingiallito scritto con la grafìa di Pierina, una cugina di Nonna che tutti chiamavamo Zia.
Abitava in una splendida vecchia casa a Cumiana, con un giardino di quelli antichi, pieni di statue, bersò e gazebi; quelli dove ti aspetteresti da un momento all’altro di scorgere Felicita che passeggia con Guido.
Tra i ricordi in bianco e nero ho molte foto di quel giardino; appena riuscirò le archivierò qui.

Per ora vi riporto pari pari la ricetta della Torta d’Ananas, specialità di Zia; mio ricordo in bianco e nero anche quello, ma che almeno potrà essere ricreato ora, a colori e profumatissimo.

1 scatola di ananas a fette
60 gr. di burro
5 noci sgusciate
200 gr. di zucchero
3 uova
50 gr. di farina
1 cucchiaino di lievito

Versare nella tortiera il burro, farlo fondere e aggiungere 100 gr. di zucchero facendolo caramellare.

Togliere dal fuoco, lasciar raffreddare e disporre nella tortiera le fette di ananas ben sgocciolate, guarnendole con un mezzo gheriglio di noce.

Mettere in una terrina la farina, 100 gr. di zucchero, il lievito e le uova, sbattere con una frusta sino ad ottenere una pastella omogenea, e versarla nella tortiera.

Mettere al forno e lasciare cuocere a calore dolce per 20 min. circa.

Togliere dal forno e capovolgere la tortiera su un largo piatto di portata.

Fare raffreddare.

E’ ottima accompagnata da karkadè ghiacciato

©Mitì Vigliero

Giornate un po’ così

di Placida Signora - 18 giugno 2008

Càpitano, inevitabilmente.
Come quella di oggi, in cui si sommano problemi e ricordi.
Sarebbe stato il suo compleanno, oggi.
E immersa come sono in quella casa, lo sento ancora di più.
E’ inutile: passano gli anni, ma il vuoto c’è sempre.
Qualche volta è nascosto, sopito, tranquillo.
Ma poi basta appunto una foto, un oggetto, una data, e ci si riprecipita dentro.
E oggi avrò anche un impegno difficile, che affronto ogni volta con poca serenità.
Càpitano inevitabilmente giornate un po’ così; con meno emotività, fifa, memoria, stanchezza, galòp, ansie, pensieri, si vivrebbero meglio.
Lo so.
Però càpitano.
E basta.
Tesorimiei, oggi vi chiedo solo, per favore, pensieri positivi.
E passerà anche ’sta nuttata.
Come sempre.
    

   

Di mogli ubriache e di piedi in due scarpe

di Placida Signora - 17 giugno 2008

Perché si dice:

Volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Si tratta di una frase proverbiale riportata da Federico De Roberto nel nono capitolo de I Vicerè.

Riferito a chi vorrebbe approfittare di due situazioni opposte e incompatibili

Letteralmente:
da una parte, avere una moglie ubriaca al punto tale di essere incosciente e quindi ignara degli spostamenti e delle azioni non proprio lecitissime e corrette del marito.
Dall’altra non volere essere in nessun modo danneggiato dalla perdita del vino, facendolo magari ri-acquistare da qualun altro.

Metaforicamente il modo di dire definisce quelle persone che tendono a servirsi e approfittarsi senza scrupoli degli altri, pretendendo pure che gli altri siano contenti.

Tenere i piedi in due scarpe

Narra la leggenda che una giovane avventuriera graziosa d’aspetto e ammaliante  nei comportamenti, si recò da un calzolaio e mostrandosi indecisa nella scelta fra due paia di scarpe diverse da acquistare, per vedere quale fosse più comoda chiese – sbattendo i ciglioni -  di poter fare prima dell’acquisto un piccolo giro di prova indossandone una al piede destro e una al sinistro.

Il calzolaio fiducioso e completamente rintontìto permise il “giro di prova” che -ahilui- durò un mese.

E visto che nessuno avrebbe mai comprato una scarpa destra e una sinistra di foggia diversa , fu poi obbligato a vendere alla furbastra - tornata raccontando come giustificazione una storia  fantasiosa ma in compenso assai lacrimosa - le due scarpe rimaste a un prezzo decisamente misero.

Il modo di dire (conosciuto anche come “tenere i piedi in due staffe“, e riferito stavolta a un fabbro) viene usato per indicare qualcuno che – basandosi sul suo fascino e  per mero e calcolato interesse – usa due situazioni, due persone, due atmosfere diverse e spesso opposte sperando di ottenere da almeno una delle due dei benefici personali.

E di solito ci riesce.

©Mitì Vigliero

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