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Perché si dice: Fare il portoghese

di Placida Signora - 31 Maggio 2008

Fare il portoghese” indica quel genere di “furbetto” che utilizza servizi vari (trasporti, impianti sportivi, spettacoli, partite di calcio, concerti ecc),  senza pagare il biglietto

Leggendo i commenti a questo articolo di Repubblica, dove con indignazione si taccia addirittura di razzismo questo modo di dire, credo sia  necessario raccontarne l’origine.

All’epoca del re Giovanni V di Braganza  detto il Magnifico, il Portogallo era una nazione fiorente, ricca e potentissima. 

Aveva ambasciatori in ogni paese europeo, e ovviamente il più importante si trovava a Roma - allora sotto il governo dei Papi -  presso la Santa Sede

Uno di questi fu un tal Monsignor Castro, che nel XVIII secolo fu a Roma per lungo tempo, vivendo in Largo di Torre Argentina

Grande appassionato di musica, sembra sia stato lui a convincere la nobile famiglia Sforza Cesarini a costruire il Teatro omonimo  del Largo; teatro nel quale gli appartenenti alla Comunità Portoghese residenti a Roma potevano gratuitamente assistere agli spettacoli o partecipare ai ricevimenti; bastava solo che, al momento dell’ingresso, dichiarassero la loro nazionalità.

Fatto sta che, ogni volta, al botteghino si presentavano centinaia e centinaia di persone le quali, pur con accento da far invidia a Trilussa, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, pretendevano di entrare “a gratisdichiarandosi tutti cittadini portoghesi.

Quindi i portoghesi, poveretti, non c’entrano niente: il “merito” del detto è tutto dei romani.

©Mitì Vigliero 

Misteri culinari

di Placida Signora - 30 Maggio 2008

Tra le varie cose che sto portando a casa, ci sono anche dei libri di cucina.

Il primo scelto e messo in borsa - salvandolo dagli scatoloni che verranno sballottati nel trasloco - è il Cucchiaio d’Argento, libro che dal 1950 ha venduto più di un milione di copie e di cui sono state stampate non so quante edizioni.

Ne posseggo già una nuova e aggiornatissima; ma quella che oggi è qui con me è - credo - una terza edizione: 1955 o giù di lì.

Non posso essere più precisa perché il libro è stato, chissà quando, rilegato nuovamente con finta pelle bordeaux, e ha perso alcune pagine iniziali. 
Era sporchissima quella copertina; il CSI si sarebbe divertito a scoprire tutte le impronte digitali ed i menù preferiti dalla mia dinastia…Sono riuscita a pulirla con un prodotto per lavare i pavimenti di legno, e che non richiede risciacquo.
Sono o no una brava donnina di casa? ;-)

Tornando al libro.
Non è tanto lui che mi interessa (come ho detto, già lo posseggo); ma quei millemila foglietti scritti a mano che lo “farciscono” facendolo diventare il doppio del suo spessore; decine e decine di ricette scritte al volo da mamma, nonne, zie, o signore e signori sconosciuti di cui assolutamente non ho riconosciuto la grafìa, e conservate poi fra le pagine.

Munita di lente e spirito da farmacista (gli unici in grado di comprendere orride grafie), ne ho trovate di bellissime, che condividerò più avanti con voi se lo vorrete.

Altre curiose, come questa che vi riporto pari pari, di anonimo “stensore” anziano, suppongo, visto la scrittura a penna a stilo puntuta, minutissima e un po’ tremolante…

Integratore di calcio per debolezze

6 uova di campagna
6 limoni grandi
5 cucchiai di zucchero
1/2 litro di marsala secco

Mettere le uova ben lavate ed asciugate in un recipiente di vetro con chiusura tipo ermetico (per conservare nei frigidair) versare sopra il succo dei limoni chiudere il contenitore e mettere al freddo.
Dopo 4 giorni con tanta delicatezza girare le uova con 2 cucchiai senza romperle e lasciare ancora al freddo per 4 giorni.
Poi romperle in un recipiente unendo il liquido del contenitore, togliere la pellicina bianca interna attaccata alla rimanenza del guscio che si sarà quasi sciolto nel limone e buttarla, unire la parte di guscio rimasto al limone e alle uova e frullare tutto finissimo aggiungendo lo zucchero e il marsala, amalgamando bene e travasare nella bottiglia filtrando con un colino.
Agitare prima di bere.

 

Praticamente, è il VOV…  

Infine ce ne sono alcune misteriose, scritte probabilmente - anzi, di sicuro - al galòp con la certezza di ricordarsi poi di sicuro il “meccanismo” e la composizione.

Ad esempio questa, senza titolo, scritta velocissima e tutta sbilenca (la vedo, in piedi e poggiata contro un muro o sulla borsa come scrivania…) da mamma su un minifoglietto di notes a quadretti:

10 savoiard
175 gr condensat
100 fondente gra
1 cucc nescafè
rum cucc picc
Trrr.
Frigo.
Palline.

Chi ci vuol provare?

Ginnastica dell’Anima

di Placida Signora - 29 Maggio 2008

 


Chabd)

 

Sì lo so; in questi giorni sono particolarmente “assente”.
Rispondo alle mail con una media di 7 giorni di ritardo, curo poco il blog, non dialogo, non telefono, non partecipo.

E’ che - da un bel po’ - sono in preda non al solito mio placido galòp, fatto di lavoro, scrittura, famiglia ecc.

Sto svuotando la casa di mia madre.

Una casa grande, molto vissuta, strapiena di roba, rimasta vuota per 5 anni.

Capita a tutti, prima o poi, di dover smontare la casa dei genitori o dei nonni. 
E non è facile, per niente.

Ci son due scuole di pensiero; la prima dice prendi quel che ti serve, il resto caccialo via senza nemmeno guardarlo.

La seconda dice controlla foglio per foglio, lettera per lettera, oggetto per oggetto, stoffa per stoffa, mobile per mobile, libro per libro, quadro per quadro, cosa per cosa.
Prendi quel che ti serve, e quello da cui non hai cuore di separarti perché ha un significato forte; cerca di sistemare al meglio gli altri mobili e oggetti - non per guadagno, ma per farli andare a star bene, ché anche le Cose hanno un’Anima ; butta via solo la rumenta - roba rotta, malridotta, irrecuperabile: e ogni tanto accarezza ogni muro, ché l’Anima ce l’hanno anche le Case.

 

Conoscendomi, immagino sappiate quale scuola di pensiero io abbia scelto.

E’ che non si finisce mai.

Ci trascorro 5, 6 ore ogni volta; svuoto, guardo, vaglio, conservo, butto.
E butto tanto, ma proprio tanto. 
Poi riempio scatoloni, divisi a mucchi a seconda delle loro destinazioni future; questo va su, questo giù, questo qui, quest’altro di là, questo da loro, questo a quegli altri…

Ma la cosa che mi affatica di più non è il camallar scatole o svuotare armadi, librerie, comò, credenze, mobili e mobilini. 

No.

E’ il rivivere, quasi ad ogni cosa che io prendo in mano, il ricordo di un preciso momento.

E sono ricordi vivissimi, anche se spesso lontani lustri e lustri.

Resistono persino i profumi, di certi momenti lontani; e i suoni, le voci, le luci, i colori.

E’ come se ripassassi miliardi di momenti della mia vita, dall’infanzia a 5 anni fa.

Una specie di faticosa - ma volta per volta anche dolce, amara, buffa, malinconica, tenera -  ginnastica dell’Anima: la mia, stavolta.  

Il Braccialetto: storia e curiosità

di Placida Signora - 28 Maggio 2008

 

Nato originariamente come simbolo di potere sia politico che religioso, la sua origine risale all’età del bronzo; un semplice cerchio liscio in legno, fibre vegetali intrecciate con strisce di pelle o in bronzo, sostituito poi dal ferro nell’omonima era.

I Micenei crearono bracciali d’oro a spirale o a nastro, incisi di forme geometriche  dai magici significati; gli Egizi e i Babilonesi indossavano, anche alle caviglie, spessi cerchi decorati con immagini mitologiche, incisi con smalti e incastonati di scarabei in turchese.

I Greci prediligevano invece i modelli detti “a rosario”; su cordoncini o fili d’oro infilavano perle, pietre, coralli.

Gli Etruschi, grandi orafi, mettevano i braccialetti all’omero sinistro; inventarono modelli splendidi, composti di scaglie incernierate l’una all’altra e impreziositi di avorio, ambra, vetro e corallo.

Celebre è il loro cosiddetto bracciale “chimera”, rigido,  aperto e terminante con due teste affrontate: due di leone, o una di leone e l’altra di capra.

I soldati Romani si distinguevano per l’uso di “armillae” al braccio sinistro, alti, lisci e piatti cerchi in oro, simbolo del valore militare.

I patrizi sfoggiavano invece i “destrali”, bracciali più elaborati indossati rigorosamente al polso destro; molto raffinati erano considerati anche i “torques brachiali”, dalla forma di cordone attorcigliato.

Di quell’epoca è anche il bracciale  alla schiava”, a forma stilizzata di rettile arrotolato su se stesso, indossato esclusivamente dalle donne al di sopra del gomito.

Anche gli schiavi veri, poverini, avevano i loro bracciali: di metallo, fissati al polso e alle caviglie, muniti  di un anello al quale, in caso di insubordinazione, venivano legati alla catena…

Nel Medioevo, causa la moda che imponeva abiti a maniche lunghissime e già molto decorate ai polsi con spessi ricami, il braccialetto quasi scomparve.

Tornò in auge nel 1600, epoca di smalti e miniature, ma raggiunse la massima espansione durante il Direttorio (1795-99), grazie ai vestiti d’ispirazione greca che lasciavan le braccia nude; il modello più diffuso fu il “boite à portrait”, un nastro di velluto con al centro cucito un medaglione con cammeo.

Per tutto l’Ottocento e i primissimi Novecento i braccialetti furono i gioielli più usati, e artisticamente più belli; di varie forme e metalli, verso la metà del secolo in Italia persino decorati patriotticamente con piccoli mosaici o miniature raffiguranti le varie città o i ritratti dei Reali.

Nell’Inghilterra Vittoriana spopolavano, quale pegno d’amore, quelli di capelli intrecciati a sottilissimi fili d’oro.

E sempre in quell’epoca e sempre in terra d’Albione nacquero i “charms”; l’uso deriva dall’abitudine materna di donare alla figlia appena “sviluppata” un braccialetto a catena (sottile simbolo della schiavitù menarcale).

Per tutta la vita poi, ad ogni ricorrenza (compleanno, bel voto, onomastico ecc), amici e parenti donavano alla fanciulla dei ciondoli (charms, portafortuna) di varie forme da appendere a quella catena.

Infine furono l’Art Decol’Art Nouveau a creare i bracciali più originali;  modello molto in voga era quello che raffigurava una vipera con una pietra preziosa incastonata sulla testa o al posto degli occhi, simbolo di un genere femminile - appunto - vampiresco, fatale e con impliciti riferimenti sessuali; un ritorno alla “schiava” romana che però, stavolta, era decisamente decisa a rendere schiavo l’uomo.  

 

 

©Mitì Vigliero  
 
 

 

 

Onomastica Felina

di Placida Signora - 27 Maggio 2008

 

IL NOME DEI GATTI

 

E’ un’impresa difficile, ve lo posso giurare,
Mettere un nome ai gatti…
A prima vista potreste anche pensare
Che sia più matto di un mulo, o che abbia un giudizio
Tutt’altro che sereno,
Se vi dico che un gatto deve avere almeno
TRE NOMI DIFFERENTI. Innanzitutto,
Un nome di famiglia, quello che tutti i giorni può venire usato
Un nome come Pietro o come Augusto, Alonzo o Diodato,
Come Vittorio o Gionata, come Guglielmo o Giuseppe Pascutto,
Tutti nomi sensati, utili in ogni circostanza ai gatti.
Ma se pensate che abbiano un suono più ameno
Nomi più fantasiosi vi posso consigliare,
Alcuni per signori, altri per belle dame su misura fatti:
Nomi come Platone e Admeto, Elettra o Filodemo,
E anche questi sensati, utili in ogni circostanza ai gatti.
Ma ve lo dico io, tutti i gatti han bisogno di un nome
Che sia particolare e peculiare, molto più dignitoso,
Che permetta ad ognuno di tenere la coda perpendicolare
E di mettere in mostra i lunghi baffi, e sentirsi orgoglioso.
Nomi di questa specie posso inventarne mille,
Nomi come Scapicchio, Burbax e Sfrondapille.
Come Bombalurina, Tisquàss e Ciprincolta,
Nomi che vanno bene soltanto ad un gatto per volta.
Tuttavia, in mezzo a tanti, ancora un nome manca,
Nome che non potrete certo indovinare:
Nome che la ricerca umana non potrà mai scovare
E che il GATTO CONOSCE, anche se mai lo vorrà confidare.
Quando vedete un gatto immerso in fonda meditazione,
Sempre la stessa, vi giuro, è la ragione:
La sua mente è perduta in rapimento ed in contemplazione
Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
Del suo ineffabile effabile
Effineffabile
Profondo inscrutabile ed unico Nome.

(Thomas Stearns Eliot)

***

E il vostro gatto come si chiama?

E se ne aveste uno, come lo chiamereste?

***

La cuoca itagnola: Essendo io una gattara convinta, ecco i nomi dei miei attuali 4 gatti.
1)i più geloso dei gatti, giallino quasi albino, 10 anni, si chiama F.G.Lorca: Lorca per gli amici.
2)il più peloso, un bastardo siberiano, coccolone e buono come il pescivendolo che me lo ha affidato 10 anni fa, si chiama S.Dalì perché sono convinta che ami Lorca: solo Dalì, per brevità.
3)il più neurotico dei simil certosini del mondo, ha due anni, si chiama Carlito e si crede un uccello, ma in fondo è un buono.
4)il più tenero dei rosci del mondo, ha un anno e si chiama Picasso.
Ma ne ho avuto tanti altri: il tanto amato certosino Mao, morto di vecchiaia a 18 anni; Luna, scontrosa nera anche lei andata dalla dea Bastet a 18 anni; Balla padre e Balla junior, altri due simil certosini scomparsi dietro le femmine prima della castrazione e mai più ritornati; Dado, tenerone bianco e rosso morto a soli 10 mesi per un calcio di qualcuno che vorrei vedere sventrato come lui ha fatto con il mio caro micio…

Skip: La mia gatta striata di grigio chiaro e bianco si chiama Gri Gri: ha occhi grandi e dolci che a volte sembran verdi. Il mio fiero gattone simil soriano con la pettorina , “i guanti e i calzini” bianchi si chiama Tigro. In passato ho avuto altri gatti: Celestina, Biribissi, Rougiò, Lonza, Biòs, Romeo. Quest’ ultimo scelse la libertà diventando un vero “boss felino da quartiere”.

xlthlx  : I miei tre bellissimi gatti, figli della Micia, si chiamavano Prudenzio [detto Prudy, perche' quando gli altri due si lanciavano giu' dal divano lui tornava indietro], Celeste [per via degli occhi] e Virgola [non stava mai ferma, ma mai mai eh]. poi arrivo’ un loro fratellino che si chiamava Ron [lo sentivi fare le fusa a miglia di distanza]. mi mancano tanto, accidenti.

MimosaFiorita: Se avessi una gatta la chiameri Messalina. Comunque gioco volentieri con la gatta della mia vicina di pianerottolo, si chiama Rosita, e quando mi entra in casa, va diretta ad accucciarsi nell’angolino tra il divano e la lampada, e non schioda, in genere la devo portare via di peso, se devo uscire.

Clando: Guarda, il mio gatto si chiama Magoo, almeno da 14 anni, anche se Lucrezia a volte lo chiama Jess (cfr. Pat il postino, Rai sat Yoyo…). Già per la dieta imposta, la vecchiaia e per l’arrivo della piccola, da 10 kg netti è passato a 6, chissà come prenderà questa crisi di identità. Secondo me farà come sempre: ci dormirà su.

Adamo: Io e il mio ex avevamo 2 gatte, la prima era una gatta acida di nome Elsa, ma in realtà per noi era Gattaccia; la seconda invece era una amorevole gattina nera che il veterinario battezzò Beatrice, ma io la chiamavo PoveraGattaMicia (tutto attaccato ovviamente!)

Caravaggio: Il mio gatto 18enne ,ahimè morto , quello ufficiale era Tito Flavio Vespasiano, ma comunemente era chiamato Giò lo frangiato, avendo riportato in una lite felina un’orecchia sfrangiata permanente ,oppure Principe .

Noeyalin: Io e Atà abbiamo deciso che quando mai avremo un bel micio nero lo chiameremo Robert Smith, come il leader dei Cure :-) Al momento ho solo un branco di gatti del quartiere “adottati”, nel senso che la sera dopo cena, di tanto in tanto, vado a fargli le coccole in una delle strade più lussuose del circondario: il mio eletto è Ciucco, toscanamente scemo, cioè, perchè si fa fare qualunque cosa. Poi c’è Nerino, per il pelo color notte, “ino” perchè mi fa tanta tenerezza, mi si stringe il cuore ogni volta che lo vedo sgattaiolare, zoppo e timoroso com’è. C’è il Capo, un tigrato dagli occhi ferocissimi, bello e altero e boss di tutti gli altri.E ultimamente è comparso anche Schiacciatino, per il muso che pare abbia incontrato improvvisamente un muro :-) Basta, stasera li vado a trovare!

Pietro: La mia si chiama Maya. Sarebbe Ramaya come la canzone di Afric Simone, ma la Stefi lo odia e ha preferito diminuirlo in Maya. Comunque è un tantino pericolosa, come vedi da qua

Boh: La mia, quando ero bambina (4-5 anni), di chiamava Brigitte perché mi piaceva moltissimo Brigitte Bardot.:)

Graziano: Non ho gatti, ma se lo avessi lo chiamerei Lia se è femmina o Lio se è maschio!

Tittieco: La mia gattina deceduta l’8 marzo di quest’anno si chiamava Argentina, per gli amici Tina.
Poi ci sono i gattini un po’ di casa e un po’ randagi che sono: Rufus, Leon, Toby,Nando(er mejo der quartiere) e tutte le micette Rosy, Polly, Minnie, Nuvola, Skuiky, Missis Grey,Buffy ed infine un simpatico e intelligente gatto a pelo grigio di 4 anni di nome Ioda detto anche Babanetto (in genovese significa “piccoletto”)

Brigida: Cesare, cherie, ginger, vaniglia, strepito, zoppa, ortica, fifì, solero, p.j., ombra, pois, malvagio.

Krishel: Il mio gatto si chiama Birillo per via del suo modo di camminare da piccolo: prima arrivava il sedere e poi tutto il resto. Ma se fosse stato per me l’avrei chiamato o Tigro oppure Garfield.

Regi: Ricapitolando:
di famiglia
Mirtillo I
Mirtillo II
Mosè
Giuda
di amici
Mignomagno
Caramia
Cannella
Trampolino
Avvocato
Bobalino

Nikink: la gatta, che prendemmo nostra sponte, si chiama Cleo (per Cleopatra) quando poi il magnifico norvegese grigio, per amor di Cleo, abbandonò la vita di strada per stabilirsi da noi, mi venne naturale chiamarlo Cesare (infatti, è troppo un capo :)

Anna: La mia gatta si chiamava Bizet. Il nome l’avevano scelto i miei due figli, allora piccolini e freschi di “Aristogatti”, anche se si trattava di un nome maschile. Era deliziosa e quel nome le si addiceva, la zeta veniva fuori sempre con un tono dolce…

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