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La Leggenda del Tè

di Placida Signora - 13 Marzo 2008

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Oggi vi racconto una favola.

Tanto e tanto tempo fa, in Cina c’era una Principessa bella come il sole.
E c’era un Giovane, bello come il sole pure lui, che lavorava come uomo di fatica nei giardini dell’Imperatore 

I due erano tanto innamorati, ma il Giovane aveva un gravissimo difetto: era povero in canna.
E la Principessa invece, come ogni principessa che si rispetti, era ricchissima.

Ovvio quindi che tra i due non sarebbe mai potuto esserci alcun futuro.

I due si amavano come ci si amava tanto e tanto tempo fa; occhiate furtive, batticuori e qualche scambio di piccoli simbolici doni.

Il Giovane, non avendo altro da offrire alla sua amata, si recava negli splendidi giardini del palazzo imperiale dove coglieva i fiori più semplici - simbolo di se stesso -  guarnendoli con rametti di foglie considerate troppo umili dai Capi Giardinieri, che solitamente le trattavano come erbacce e le strappavano.

E in rapidissimi incontri furtivi, in cui non veniva scambiata nemmanco una parola, li donava alla Principessa.

Ora accadde che, essendo stato l’Imperatore padre avvisato dalle solite linguette gentili di Corte che un Giovane poverissimo ronzava come un moscone attorno alla Principessa sua figlia, diede ordine alle guardie di tenerla sott’occhio costantemente ed assiduamente.

Così un giorno, proprio mentre il Giovane innamorato porgeva alla sua bella il solito mazzolino di fiori rubati per amore, arrivarono di corsa le guardie e il giovane fuggì a gambe levate, portandosi dietro il mazzolino.

La Principessa non riuscì che ad afferrare un ramoscello di verdi foglie profumate.

Tornata nelle sue stanze, immerse tutto il ramoscello in una brocca piena d’acqua zuccherata e al tramonto, in preda alla nostalgia, si versò un bicchiere di quell’acqua e lo bevve.

Sentì subito un sapore speciale, gradevolissimo, e pensò che fosse un messaggio del suo amato bene.  

E giurò: “Io, bevendolo, terrò in me sempre sempre il tuo Amore, per non dimenticarmi mai di Te”.

Sguinzagliò le damigelle nei giardini imperiali, affinché trovassero quelle foglie.
Una volta trovate, ordinò che venissero coltivate con somma attenzione e che ogni giorno le venisse portato un infuso di quelle foglioline profumate, che chiamò “Te”.

E le Dame e i Dignitari di Corte ben presto fecero a gara per imitare il costume della Principessa, e dalla Corte questo uso si diffuse per tutto l’Impero e da lì in tutto il Mondo.

Del Giovane innamorato fuggito, nessuno seppe mai più nulla.

E fu un peccato, perché se avesse brevettato il , sarebbe diventato celebre e ricchissimo, e avrebbe di certo potuto sposare la sua Principessa.

©Mitì Vigliero

Storia del Rossetto

di Placida Signora - 12 Marzo 2008

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(placidobacio) 

Risale all’epoca dei Sumeri, 2800 aC; a Ur, nella tomba della principessa Shub-ad, è stata rinvenuta una scatolina d’oro contenente una pasta fatta di polvere rossa, olio di sesamo ed essenza di rosa, con tanto di pennellino applicatore.

Gli Egiziani, uomini e donne, si tingevano regolarmente le labbra mescolando ossido salino di piombo o ocra arancione con del grasso animale; le signore greche invece preferivano le tonalità marroni, ottenute da polveri argillose.

Nella Roma imperiale il rossetto veniva messo anche alle statue degli Dei durante le celebrazioni religiose; in quel caso si usava il minio, mentre gli umani preferivano avvelenarsi col “fucus” e il “purpurissimum” ottenuti dal solfuro di mercurio detto cinabro.

Dal IX al XIV sec. l’uso del rossetto venne condannato dalle persone perbene et morigerate, e infatti le labbra ultra rosse divennero simbolo di dissoluto meretricio; dal XV secolo in poi invece tornò in voga, sempre usato indistintamente da ambo i sessi.

Nel XVII apparve il primo “bastoncino”; una pasta semisolida a base di terra rossa (“terra di Parigi”) appiccicata su un legnetto e seccata al sole; per usarla occorreva prima inumidirla sputacchiandoci su.

Fu allora, proprio grazie alla forma, che il rossetto venne usato per la prima volta come modificatore della forma della bocca secondo i dettami della moda; allora andava la bocca piccolissima e imbronciata, col labbro inferiore più carnoso del superiore.

Ergo prima di applicare la tinta si spalmavano ai lati delle labbra sostanze astringenti che davano l’esilarante aspetto di tanti rubei “cul di gallina” posati sotto i nasi.

Nel ‘700 dame, cicisbei e neonati (sic) sfoggiavano labbra minuscole e tinte col carminio; ma nell’800 vi fu un improvviso ritorno alla morigeratezza feudale: le donne dabbene eran solo quelle che mostravano labbra rigorosamente esangui, lucidate con grasso di balena (ri-sic).

Ai primi del ‘900 si trovò una via di mezzo; rossetto sì, ma solo su bocche rigorosamente sposate o che avessero superato la trentina.

Nel 1910 Roger & Gallet produssero il primo stick da labbra contenuto in un cilindretto di cartoncino e spinto fuori da uno stantuffo; il portarossetto in plastica o metallo, quello che conosciamo noi, fu inventato nel 1915 dall’americano Maurice Levy.

Da allora il rossetto divenne strumento di seduzione solo femminile, schiavo sempre dei capricci della moda.

Anni ’20 rosso scuro su bocche a forma di cuore come quella di Betty Boop; ’30 quasi nero, su labbra sottili a fessura; ’40 rosso sangue su labbra dal disegno iper arrotondato; nel ’50 e nel ‘60 fuxia, arancione o rosso lacca su bocche larghe e supersexy; nel ’70 niente colore, al massimo un rosa perlato, o il prediletto bianco-grigio cadavere lucidato con gloss al sapore di frutti; ’80 /’90 il marrone o il granata mirtillesco da yuppessa in carriera.

Dagli anni 2000 grande libertà di colori, lucidissimi e pure glitterati: ma con una predilezione per tinte non scurissime onde evitare effetti da piattaforma petrolifera su megalabbroni ripieni di collagene e silicone.

©Mitì Vigliero

molti uomini - anche se lo confessano poco volentieri forse per paura di ritorsioni ;-) - il rossetto sulle labbra femminili familiari (mogli e fidanzate) in realtà non piace affatto; se troppo rosso “urta”, troppo scuro “fa effetto ferita/maschera di Halloween”, troppo rosa “una bambola”…
Voi che dite?
Corollario

E lo sapete che ogni donna modella il proprio rossetto in modo personalissimo e inconfondibile?
Guardate questo sito segnalato nei commenti da Roger (e io vorrei proprio vedere Wendy o Ellen mentre se lo danno, il rossetto…;-D

Una Storia Morbida e Bianca

di Placida Signora - 11 Marzo 2008

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Quella del Burro

Dal greco “butyron”, composto da “bùs”, bue e “tyron”, formaggio.
Lo cita Salomone nella Bibbia; ne parlano Erodoto e Plinio.

Giulio Cesare racconta di avere mangiato a Milano verdure cotte nel burro: non piacquero a nessun romano, tranne che a lui.

Da sempre è tipico dei paesi del Nord, dove le mucche sono assai più diffuse delle piante degli ulivi.
E sin dai primordi vi fu una sorta di lotta tra burro e olio, denominatori di civiltà diverse: e l’olio era il più forte.

Era dalle origini legato alla religione; le lampade che ardevano nei templi delle divinità più antiche erano alimentate da puro olio d’oliva.

L’olio era un dono che proveniva direttamente degli Dei, sacra la sua pianta; e poi era più facile da trasportare e conservare, mentre il burro si squagliava ed irrancidiva: nel “mangiar di magro” imposto nel Medioevo dal Cristianesimo il burro, di origine animale, era bandito.

Ma Martin Lutero con la sua Riforma religiosa nel 1520 abolì questo obbligo; e questa fu soprattutto una questione politico-economica.
Il latte era in eccedenza in certi paesi, e la produzione di burro superava di gran lunga la distribuzione. Bisognava quindi usarlo a tutti i costi, sempre.

Così questo condimento si diffuse ancor di più nelle settentrionali cucine europee; tra il XVI e il XVII sec. la Francia lo impose nelle salse e nella pasticceria; in Inghilterra, Paesi germanici, Italia Settentrionale divenne il condimento principale.

Sino all’800, primi ‘900, veniva preferibilmente fabbricato in casa separando la panna dal latte fresco, facendola irrancidire lievemente e poi lavorandola con la zangola.

Ve ne erano di vari tipi: quelle oscillanti simili a turiboli che funzionavano sul principio del rollio; quelle in vetro a manovella, antenate dei nostri frullatori, quelle a botte; ma le più diffuse, e in varie dimensioni, erano quelle a stantuffo: un cilindro verticale in legno o terracotta munito di un agitatore, una specie di manico di scopa con ad un’estremità un disco di legno perforato .

La panna veniva posta nel cilindro, coll’agitatore si schiacciava su e giù sino a quando, separandosi dal siero, s’induriva e diventava burro.

Tolto il siero, il burro veniva lavato sempre nella zangola con molta acqua fredda; si aggiungeva un po’ di sale per la conservazione, lo si stantuffava ancora un po’ e infine lo si metteva in un vaso di terracotta o vetro scagliandovelo con forza a manciate per liberarlo dall’aria e dall’acqua.

Quando il vaso era pieno, il burro veniva calcato con una specie di pestello ligneo fatto a fungo: infine era riposto al buio e al fresco.

Però molti di voi scommetto ricordano ancora di aver assistito alla preparazione del burro nella cucina della casa di campagna, con la panna posta in un fiasco, agitata per qualche minuto e poi estratta dalla stretta imboccatura sotto forma di morbido compatto tubo poi messo in stampi di legno decorati a foglie, mucche o fiorellini.

Una specie di magia oggi quasi impossibile da compiere a meno che non si abbia a disposizione la panna di latte appena munto; si può fare certo con con la panna fresca in commercio…ma secondo me non è la stessa cosa, il sapore è quasi inesistente. 
Severissime leggi sanitarie proibiscono ora la fabbricazione e lo smercio del burro strettamente artigianale: troppo grasso, troppo poco raffinato. Ma buono in modo commovente, come tutti i sapori d’infanzia.

©Mitì Vigliero

Corollario

Se volete provare a fare il burro in casa, andate a trovare il tesoromio Dario Bressanini (anzi, seguitelo sempre, ché ha uno dei blog “golosi” più belli, interessanti e divertenti che io conosca); ne parla qui, e qui invece c’è il suo commento riguardo Lutero. 

Il Museo della Scala

di Placida Signora - 10 Marzo 2008

 Era il febbraio del 1911 quando a Milano piombò la notizia della vendita all’incanto della pregiatissima collezione di cimeli teatrali raccolti dall’antiquario parigino Jules Sambon; in un camerino della Scala si riunirono come cospiratori Umberto Visconti di Modrone, Ettore Modigliani, Corrado Ricci ed altri.

L’asta avrebbe avuto luogo a Parigi nell’aprile, il tempo stringeva, la richiesta finale era da svenire (700.000 lire), ma quella collezione “doveva” diventare proprietà di Milano.

Bisognava quindi trovare i soldi a  ogni costo; mobilitati tutti i cittadini,  vennero raccolte 450 mila lire ma un plurimiliardario americano, Pierpont Morgan, offrendone 500 mila riuscì ad accaparrarsi la collezione.

Modigliani si fiondò a Parigi per chiedere aiuto all’ambasciatore italiano Tommaso Tittoni il quale, non si sa con quali magiche arti diplomatiche, riuscì a convincere il Morgan a rinunciare all’acquisto.

Fu così che il Museo del Teatro alla Scala poté iniziare a nascere (fu inaugurato l’8 marzo 1913), arricchito in seguito da moltissimo altro materiale frutto quasi tutto di donazioni.

Osservando oggetti e ritratti lì esposti, vengono alla mente aneddoti della vita dei celebri artisti a cui sono legati.

Ad esempio il pianoforte di Franz Liszt, grandioso autore, gran bel giovinotto ma pure urtante dandy; prima di ogni esecuzione si sfilava lentamente i lunghi guanti gialli e li gettava con gesto sprezzante ai lati del piano dove stazionavano frementi dame pronte a pestarsi pur di raccoglierli e porgerglieli adoranti.

Le scarpette di raso di Anna Pavlova, eterea ballerina dal carattere dinamitardo; durante una tournée a Mosca di fronte ai Reali venne presentata a Rasputin, e lo trattò da cani.
Quando chiesero all’egocentrissimo monaco cosa ne pensasse, egli rispose: “Penso che in Russia o balla lei o ballo io: non c’è posto per tutti e due”.

E il testamento stilato da un già celeberrimo “infernaldivinoPaganini, terrorizzato dall’ennesimo violento litigio con la compagna Antonia Bianchi la quale gli spaccò amorosamente sulla schiena prima la custodia del suo amato “cannone” e poi tentò di far lo stesso col violino, che però un servitore velocissimo riuscì in corner a scipparle di mano.

Fra i ritratti,  quello di Adelina Patti, illuminato da un lampo duro negli occhi; ottima interprete, ma umanamente ambiziosa, calcolatrice e presuntuosissima, pretendeva come minimo 25 mila lire per serata.

Una volta in America ne chiese 50 mila; l’impresario statunitense ribatté scandalizzato: “Nemmeno lo stipendio del nostro Presidente arriva a tanto!”.
E l’Adelina sfottente rispose: “E allora faccia cantare il Presidente”.

Caratterino infernale e conscia del suo virtuosismo, amava modificare le arie originali delle opere con ghirigori e vocalizzi che mettessero in luce la sua voce.

Rossini, dopo averla sentita stravolgere la cavatina del Barbiere di SivigliaUna voce poco fa”, andò ad abbracciarla sul palco e di fronte a tutti, a voce altissima, con un sorriso a 72 denti le disse:
“Voce di paradiso, non c’è che dire; e gorgheggi degni d’un usignolo. Anche la musica che avete cantato con è cattiva. Di chi è?”

©Mitì Vigliero 

Il Monumento di Caterina

di Placida Signora - 8 Marzo 2008

Nel 1804 nacque a Genova Caterina Campodonico; popolana semplice, semianalfabeta, come mestiere faceva la “merciaia ambulante”, ossia girava instancabile sagre e mercati di Liguria e basso Piemonte, vendendo dolcissime merci: collane di nocciole (dette “reste”), biscotti canestrelli e amaretti , tutti confezionati da lei.
  
Nonostante le reste fossero un noto portafortuna per i fidanzati – era uso comprarle nei mercati, per avere la garanzia di un matrimonio felice – Caterina nei sentimenti non fu affatto fortunata.

Sposata giovanissima con un tal Giovanni Carpi, fannullone alcolizzato e violento, ben presto si separò; ma visto che ad abbandonare il “tetto coniugale” era lei,  fu costretta a dargli ben 3000 franchi (somma notevole allora) come “buonuscita e mantenimento”. 

Anche gli affetti familiari erano carenti; le sorelle di Caterina, regolarmente maritate e con truppe di figli, mal giudicavano questa donnina troppo “indipendente” per l’epoca.

Viaggiare da sola, percorrendo chilometri onde raggiungere i mercati di paesi e città lontani, essere sempre in contatto promiscuo con colleghi uomini non era cosa giudicata seria.
 
E poiché Caterina proprio grazie al suo lavoro era conosciuta, stimata e guadagnava parecchio, il parentado pensava malignamente che gran parte di quel denaro non provenisse solo dalla vendita dei dolci.

Ma nonostante la poca stima che avevano di lei, battevano cassa in continuazione definendola ” ‘a lalla (zia) ricca”. 

Nel 1880 Caterina si ammalò gravemente e i familiari, appena si mise a letto, anziché curarla iniziarono a litigare ferocemente – e di fronte a lei - per dividersi l’eredità.

Ma Caterina guarì e la prima cosa che fece quando uscì di casa fu quella di andare nello studio di Lorenzo Orengo, uno degli scultori del “realismo borghese” allora più famosi in Italia, e di commissionargli un monumento funebre: il suo. 

caterina-monumeto.jpg 

Alla faccia dei parenti, investì ogni risparmio in quel lussuoso simulacro che la ritraeva fiera con in mano gli strumenti del mestiere; le reste di nocciole e i canestrelli. 
Da Giambattista Vigo, poeta allora assai in voga, volle il testo da mettere sulla lapide.

Nel 1881 la statua venne posta nel Porticato Inferiore a Ponente, numero 23, del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Ne parlò la stampa, raccontando la storia della popolana; e i genovesi accorsero a frotte ad ammirare la Caterina di marmo, con la sottana in broccato, la camicetta in pizzo come il grembiule, lo scialle a frange, gli anelli e gli orecchini in delicatissima filigrana: e lei, viva e vegeta, si poneva soddisfatta in posa a fianco della sua “gemella”. 

L’ammirazione dei cittadini raggiunse però livelli assai discutibili: portavano fiori e accendevano lumini di fronte a quella statua, che consideravano - vista la storia della committente- portatrice di danaro.
E la cosa  fece imbufalire le autorità cittadine ed ecclesiastiche che vedevano giustamente in quei gesti assurdi un attentato alla sacra compostezza del luogo.

Il 7 luglio del 1882 Caterina morì; dopo i funerali solenni nella chiesa di Santo Stefano, venne accompagnata al cimitero da un immenso corteo

Alcune donne vinsero un terno al lotto giocando i numeri della sua dipartita e da allora il monumento è meta, oltreché di turisti provenienti da tutto il mondo, anche di giocatori che accendono speranzosi ceri.

©Mitì Vigliero

Questo è il mio modo di celebrare l’8 marzo.
Raccontando le storie di donne vissute molto prima di noi, in periodi di certo “socialmente” più difficili di questi.
Donne costrette da un’educazione e da una morale così diversa da quella di adesso a trascorrere e subire vite non da loro desiderate. 
Donne di ogni ceto e carattere, donne imperfette ma donne vere, tutte, che con i loro comportamenti sono riuscite a lasciare una traccia nella memoria e nella storia.
Le altre di cui vi ho già parlato su queste pagine sono:Caterina di Challand
La Buriana, la Sbobba, la Costosa e la Bugiarda
Elisabetta Sirani
Anna Schiaffino detta Nina
Caterina de’ Vigri
Francesca Scanagatta
Cornelia Rossi Martinetti
Tommasina Spinola
Agata di Catania
Santa Lucia
Ginevra degli Armieri
Nicolosa Castellani

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