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Storia dell’Uovo di Pasqua

di Placida Signora - 19 Marzo 2008

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L’uovo, dalla forma priva di spigoli e quindi senza principio né fine, è sempre stato considerato simbolo dell’origine della vita.

Gli Egizi sotterravano uova di struzzo lungo le sponde del Nilo convinti che ciò avrebbe reso la terra più fertile visto che, grazie alla sabbia calda come un’ incubatrice, spesso le uova si schiudevano generando struzzini.

Anche i Romani, in primavera, festeggiavano Cerere, dea della fecondità della terra, offrendole uova come doni propiziatori del ciclo delle rinascite.

Proprio come simbolo di rinascita (e quindi di resurrezione) l’uovo divenne uno degli emblemi del Cristianesimo sin dai primordi: nelle catacombe sono state trovate uova di alabastro, augurale simbolo di nuova vita in auge tutt’ora come articolo regalo.

L’uso di scambiarsi uova in dono nel periodo pasquale risale invece al Medioevo; durante le severissime imposizioni di digiuno della Quaresima, era proibito mangiarne.

Quindi le uova sfornate dalle galline in quelle 6 settimane dovevano per forza essere smaltite rapidamente; perciò venivano benedette in chiesa durante la messa della domenica di Pasqua e poi donate, rassodate, ad amici e parenti come augurio di fecondità in ogni campo.

Nel XIII sec. in Francia e in Italia, studenti e soci delle Corporazioni prima della Messa si recavano in cortei preceduti da musici banditori  a bussare alle porte delle case questuando uova: alcune famiglie nobili, per distinguersi, iniziarono a tingerle di rosso o verde, lanciando l’idea dell’uovo-regalo decorato.

Luigi XIV faceva dipingere con belle miniature le uova da donare ai cortigiani da illustri pittori (ad esempio Watteau). 

Ma poiché le uova vere andavano presto a male, subentrò l’uso di fabbricarne in materiali non deperibili.

Francesco I ne ricevette in dono uno in legno su cui era scolpita l’ascesa al Golgota; il Delfino di Francia un altro in smalto bianco su cui era riportato un testo del Vangelo, con un carillon all’interno.

Ma le uova più preziose in assoluto furono quelle dei Romanov, forgiate - su incarico dello zar Alessandro III- dall’orafo francese Peter Carl Fabergé, il quale dal 1885 al 1917 ne inventò più di 57 tipi , tutti in oro e gemme, che andavano a ogni Pasqua a ciascuno   dei membri della regal famiglia, e ciascuno conteneva una sorpresa diversa: orologi, giocattolini, modellini di navi, animaletti ecc.

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Invece le uova di Pasqua in cioccolato risalgono all’inizio del XIX secolo; le cronache da Guinnes riportano che il più grosso fu preparato nel 1897 da un confettiere londinese in occasione di un matrimonio di un rampollo di casa Stuart celebrato in quel periodo: alto 9 metri, largo 18, conteneva centinaia di bomboniere da distribuire agli invitati.

Infine, sempre a proposito di uova di Pasqua curiose, nel 1869 il presidente degli Stati Uniti Grant ricevette in regalo dal chimico J.W. Hyatt un uovo apparentemente molto semplice, ma in realtà preziosissimo: era fatto in celluloide, materiale appena inventato da Hyatt.

©Mitì Vigliero

Corollario

Il sito delle uova Fabergé

 

Pani, Frittelle e Falò

di Placida Signora - 18 Marzo 2008

Per il 19 marzo, San Giuseppe

Cena di San Giuseppe in Sicilia

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(Nella foto, una )

 


Secondo l’antico simbolismo agricolo, marzo rappresenta il risveglio della natura: nei campi inizia a germogliare sempre più rapidamente il grano, simbolo di vita e fecondità.
In epoca romana, il 17 marzo si svolgevano le Liberalia,  feste dedicate a Liber Pater, Padre Libero, dio e simbolo della fecondità della Terra e dell’Uomo.Il suo tempio nel 495 aC era sull’Aventino; lì i ragazzi che avevano compiuto i 16 anni, con una solenne cerimonia indossavano la toga virile e venivano considerati adulti a tutti gli effetti, liberi quindi anche di riprodursi e “metter su famiglia”.

Al dio e agli astanti venivano offerti pani e dolci di farina fritti nell’olio mentre bruciavano grandi falò simboleggianti l’allontanamento del buio e freddo inverno e l’arrivo della primavera vivificatrice.

Col Cristianesimo la figura di Liber Pater venne sostituita da un altro padre-simbolo, San Giuseppe, festeggiato il 19 marzo sempre con beneauguranti  falò (“fugarèni” in Romagna; “vampi” in Sicilia, “fanòve” in Puglia ecc) e grandi mangiate di dolci di farina fritti nell’olio e pani sacrali, che interrompevano per un giorno il lunghissimo digiuno quaresimale che c’era allora.

Soprattutto in meridione sopravvivono ancora le antiche cerimonie medioevali dette “tavolate di San Giuseppe” (celebri quelle di Salemi, dette “cene”): nelle famiglie e nelle piazze vengono invitati a tavola un uomo, una donna e un bambino, scelti fra i meno abbienti del paese.

Questi rappresentano la Sacra Famiglia in fuga, che chiedeva ospitalità e cibo.

Nelle case e nelle chiese della Sicilia, ad esempio, sono imbaditi altarini votivi (detti cudduri) ricoperti di cibi e meravigliosi pani dalle varie forme e nomi: troviamo ad esempio “a Cruci” (la croce) , “u vastuni di lu Patriarca” (il bastone di Giuseppe fiorito di gigli); “la Spera” ( ripieno di fichi secchi simboleggiante l’Ostensorio e decorato dalle lettere JHS, Jesus Hominum Salvator); “il Cuore” (simbolo de la Sacra Famiglia e decoranto con le inziali dei loro nomi G.M.G., Giuseppe, Maria; Gesù).

Ma elemento comune che caratterizza la festa nello Stivale sono le frittelle.
Il 19 marzo i frittellari di tutta Italia si scatenano: “bigné di San Giuseppe” (Lazio); “zeppole” (Campania); “frittelle di riso” (Toscana, Umbria); “crespeddi, sfinci” (Sicilia); “raviole” (Emilia) e “friescieu” in Liguria.

A proposito di questi ultimi, dato che San Giuseppe è anche il patrono dei falegnami, sino alla fine dell’Ottocento nelle numerose botteghe sparse nel centro storico genovese le corporazioni degli artigiani del legno omaggiavano il Santo allestendo sui loro banconi ripuliti da trucioli e segatura, dei rinfreschi composti da vino bianco e, appunto, frisceu co’ zibibbo (uvetta).

Amici, parenti, clienti, vicini di negozio erano invitati a festeggiare e tutti rimanevano in fremente attesa che uno di loro addentasse un friscieu speciale, ripieno d’ovatta: il tapino vittima dello scherzo, se non moriva soffocato dal gramo boccone, doveva pagar pegno offrendo da bere a tutti.

friscieu genovesi si fanno così:

300 gr di farina; 1/4 di cubetto di lievito di birra; 1 uovo; acqua tiepida o latte qb per stemperare il lievito; sale; 100 gr di zucchero; 70 gr di uvetta sultanina piccolissima; la buccia di 1 limone; zucchero vanigliato; olio

Mettere in una ciotola la farina, il lievito ben stemperato in acqua o latte, l’uovo, lo zucchero, la buccia di limone tritata e un pizzico di sale. Sbattere bene e a lungo; lasciar lievitare per 3 ore. Unire poi l’uvetta ammollata nell’acqua e ben asciugata: mescolare.
In una larga padella far scaldare olio abbondante e quando fuma gettarvi l’impasto a cucchiaiate. Quando si formeranno friescieu a palline ben gonfie e dorate (bastano due/tre minuti), pescarli col mescolo bucato, asciugarli su carta assorbente e servirli caldissimi, spolverati di zucchero vanigliato.

©Mitì Vigliero

Corollario

-I Quaresimali di Luca

-Cristella racconta le fugarèini (o fogheracce) che si accenderanno questa sera in Romagna.

-Clarita: le zeppole sono il dolce di san giuseppe di tutto il meridione… dopo la twittata sociologica di domenica pomeriggio ho riscontrato la loro onnipresenza sulla tavola di san giuseppe in basilicata, in puglia, in campania e in abruzzo. la ricetta

-Tittieco: I “friscieu cò zebbibo”, per S.Giuseppe li preparo anch’io, ne cucino pero’ anche una parte con le mele, perchè non tutti i membri della mia famiglia amano lo zebbibo.A me piacciono tutte e due le versioni, anche perchè, come dice il proverbio genovese: - se fritto, è buono da mangiare
anche un vecchio scarpone!

-Crispeddi di risu catanisi - Crispelle(frittelle) di riso alla benedettina da Zenzero 

-Graziano: Gli sciatt, frittelle valtellinesi al formaggio e grano saraceno!

-Bruno Carioli: In fretta segnalo che a Rocca S.Cassiano FC c’è la festa dei falò.

Galòp

di Placida Signora - 16 Marzo 2008

Visto che domani sarò in piedi alle 5 (bleha) causa galòp lavorativo per il Nord (e ignoro a che ora tornerò, ma di certo striscerò sui gomiti causa stanchezza), e visto che ho ancora 3876 cose da fare, vi lascio un po’ di cose belle da guardare in mia assenza.

1) Il Libro dei Numeri , tutto da sfogliare, soffermandosi pagina per pagina.

2) Genoa Municipality, reperti video della Fondazione Ansaldo, dedicati a Genova. Una meraviglia!

3) Qualche giro per Tumblr? Oltre al mio  ce ne sono tantissimi da guardare, tutti pieni di immagini, video, segnalazioni interessanti e divertenti…Ve ne segnalo alcuni (di cui so l’indirizzo a memoria, non ho tempo di cercare quelli degli altri, sorry! :-): Adamo , EnricaCrumbles,  Paolo, Paul, Hurley, Phonkmeister, Nikink , iMod,  DiellePuscic, e tutti ma proprio tutti quelli che troverete linkati da loro.

Insomma, non dovreste annoiarvi affatto.

Ah! Già che ci sono annuncio che il 21 marzo i blogger genovesi festeggeranno l’arrivo della Primavera con una cena (i 2.0 la chiamano BlogBeer ;-D ); se volete aggregarvi, qui ci sono tutte le spiegazioni. Vi vedrei tanto volentieri!

Un bacio, Tesorimiei.

Mitì

Toccaferro in pillole: le Orecchie

di Placida Signora - 15 Marzo 2008

Quando fischia l’orecchio destro, qualcuno sta parlando bene di noi; se fischia il sinistro, qualcuno parla male. Per alcuni è il contrario (destro/male, sinistro/bene). 

In ogni caso, si consiglia di morsicarsi subito il dito indice abbinato alla parte negativa: immediatamente il maldicente si morderà la lingua.

Per sapere invece chi è che sta parlando di noi (bene o male), bisogna farci dire da chi ci sta vicino un numero; contando le lettere dell’alfabeto ne conosceremo almeno l’iniziale (Esempio: 5 = E, Elena? Enrico?; 47 = 4+7= 11= M. Marisa? Matteo?).

Chi ha le orecchie lunghe avrà lunga vita; perciò quando compiamo gli anni ci tirano le orecchie: per allungarcele ancora di più.

Se i lobi sono attaccati al collo e quasi inesistenti, è simbolo di avarizia.

Se le orecchie sono a sventola simboleggiano intelligenza.

Se sono molto, troppo attaccate al cranio, simboleggiano testardaggine e diffidenza.

Se ci si “tappa” d’improvviso l’orecchio destro, pericolo in agguato; il sinistro tappato significa bella sorpresa in arrivo.

©Mitì Vigliero

Un tuffo nell’Ottocento fra i liguri castagni

di Placida Signora - 14 Marzo 2008

Se come me siete  razza di quelli che non buttano via mai nulla e conservano con cura ogni tipo di oggetto vecchio, umile e magari inutilizzabile solo perché era appartenuto alla nonna, sappiate che state facendo un’azione utile per i posteri, e andate a fare una gita in Valfontanabuona.

Per arrivarci s’imbocca l’autostrada A12, si esce a Chiavari e poi si prosegue sulla statale 225; troverete due piccole frazioni, Monteghirfo e Favale di Malvaro, immerse fra i liguri castagni.

A Montegrifo c’è l’antica casa della famiglia Ferretti; muri in pietra a secco, tetto d’ardesia, pergolato.

Nel settembre del 1975 due artisti, Claudio Costa e Aurelio Caminati, proposero alla proprietaria signora Maria di trasformarla in “Museo di Antropologia Attiva” (e Costa lo rese “mobile”, facendone il protagonista di sue opere) dove chiunque entrando sarebbe stato catapultato direttamente ai primi dell’800, per impararne la vita e le storie.

Perché Maria Ferretti aveva conservato la casa esattamente com’era all’epoca di suo padre e di suo nonno, contadini.

All’ingresso, una stanza dal soffitto molto basso piena di mobili, sedie, tavole, ceste, strumenti da lavoro non solo agrario perché il capofamiglia era anche muratore - idraulico - fabbro.

Poi la cucina, col fuoco sempre acceso anche di notte sul pavimento sopra una scura piatta pietra; le teglie di coccio per le focacce di castagne e di verdura, la pentolona agganciata alle travi del soffitto, sospesa sul fuoco per minestroni e polente.
Tra le travi, listelli di legno a grata, dove seccavano le castagne; e miriadi d’oggetti oggi quasi misteriosi: strani mestoli, forme per il burro, zangole.

A fianco la camera da letto, un quadrato di manco 3 metri per 3, l’armadio, il lettone alto da terra quasi un metro, la spalliera di ferro nero con a fianco due culle di legno scolpite nei tronchi.

Lumi a petrolio, immaginette, un telaio; tutte le donne di quella zona, famosa sin dal Medioevo per i damaschi e velluti, filavano e tessevano in casa: di notte, perché di giorno c’era la famiglia a cui badare.
Maria ad esempio aveva 10 figli: dentro quella casa vivevano in 12.

Dalla camera una scaletta porta alla sala; un pesante tavolone in legno grezzo, panche, la madia e - pezzo forte - la credenza che racchiude gelosamente piatti tazzine bicchieri brocche dei servizi “buoni”, e proprio per questo mai usati né da Maria né da sua madre né da sua nonna, così come il corredo di lini e pizzi profumati di spigo, conservato amorosamente da tre generazioni in un vetusto. massiccio baule.

Intorno un turbinio di dagherrotipi ingialliti, scatole, fusi, un arcolaio e matasse colorate appese ai muri come la gavetta militare del nonno, partecipante nel 1870 alla breccia di Porta Pia.

I Ferretti furono fortunati: abbastanza benestanti, visto il livello economico medio di allora e di quei posti, non lasciarono mai la loro terra a differenza della povera coppia di quella casa di pietra nel vicino Favale di Malvaro, simile negli arredi ma ancor più piccola, che oggi è sede del “Museo dell’Emigrante”.

Abbandonarono i boschi di castagni emigrando in America nel 1869: lei aspettava un bimbo che - privato evento per loro storico come la breccia di Porta Pia - nacque nel 1870.

Si chiamava Amedeo Pietro Giannini. Da grande  fondò la Banca d’America e d’Italia.

©Mitì Vigliero

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