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Vincere e Perdere

di Placida Signora - 26 marzo 2008

Proverbi e Modi di Dire

Poiché “la vita è un gioco”, molte sono le situazioni che ci vedono vincitori o vinti; ma sia che si tratti di competizioni facili e innnocue, sia che si tratti di tenzoni all’ultimo sangue, si ha un bel dire “l’importante è partecipare”, perché ormai è assodato e purtroppo insito nell’animo umano che l’importante sia sempre vincere. 

 “A giocare e perdere son buoni tutti” dicono gli spagnoli; conquistare una vittoria comporta attenzione massima nel curare anche i minimi particolari: infatti un proverbio russo recita “per un chiodo si perde un ferro di cavallo, per un ferro si perde un cavallo e per un cavallo si perde un cavaliere”, e tutti noi sappiamo che “per un punto Martin perse la cappa”.

 Soprattutto colui che guida alla vittoria è responsabile del risultato; “chi per piacere a uno dispiace a un altro, perde cento per cento” dicono gli inglesi, mentre i cinesi affermano “un esercito di ciechi al seguito di un generale cieco, è condannato alla sconfitta”.

 Per i tedeschivince colui che soffre e dura” (per noi “chi la dura la vince”), ossia vince chi fatica di più ma persevera, non perdendo di vista la mèta; solo in “amor vince di chi fugge” (anche se qui ci sarebbe da discuterne), mentre nelle altre tenzoni per “ottenere la palma della vittoria” occorre presenza continua e sollecitudine, oltreché rispetto per i compagni di gara.

E quando si da’ “scacco matto” facendo “cappotto” all’avversario, è giusto e umano sì esultare, mantenendo però una signorile calma e rispetto per l’avversario: guai ai vinti lo dicevano i Barbari.

Al vincitor la preda”, è risaputo: ma che non sia sbranata in egoistica solitudine.

Il vincitor firma la pace con la spada”, certo; ma che non giunga ad umiliare gli sconfitti gridando troppo presto – appunto-  “Vae victis!” perché, come affermano i danesi,una cosa è il vincere, altra il servirsi bene della vittoria”.

A questo proposito gli austriaci dicono “il vinto piange, ma il vincitore è morto”; poiché “la vittoria ha cento padri e la sconfitta è orfana”, ed esistono orde di sconfitti sempre disposti a “saltar sul carro del vincitore” rischiando di farlo franare sotto il peso.

Ma spesso è anche bene non fidarsi di questi nuovi arrivati inneggianti alla vittoria poiché soprattutto loro, come ricordava Marcello Marchesi in una poesiola intitolata Premio letterario: “brindan tutti alla salute del vincitore / con un bicchierino di livore”.
E prima o poi volteranno gabbana e il “vincitore” lo manderanno al diavolo.

Poiché vincere implica spesso enormi responsabilità, mal gestirle può avere come conseguenza per il vittorioso quella di “perdere la faccia” definitivamente; per questo Victor Hugo era solito ripetere “Niente è stupido come vincere: la vera gloria è nel convincere”.

Infine tener sempre a mente il detto “chi vince non dileggi, chi perde non s’adiri”, perché “sconfitte e vittorie non son mai per sempre”.

Le ultime molto spesso sono ottenute “ai punti”, “a piede zoppo”, “di stretta misura”, “di corto naso”, quando non sono vere e proprie “vittorie di Pirro”.

E per gli sconfitti può essere consolatorio ricordare quello che dicono i venezianise ho perso i anei, non ho perso i dèi” (se ho perso gli anelli, non ho perso le dita); “tutto è perduto fuorché l’onore” significa “anche se sei rimasto in braghe di tela puoi ricominciare a lottare ugualmente” facendo però – per la prossima volta – tesoro dell’antico e vero proverbio francesele sconfitte sono grandi maestre”.

©Mitì Vigliero

Corollario

Graziano: E’sempre meglio vincere: Il secondo è il primo degli ultimi!

Princy: La mia bisnonna diceva, riferendosi alla sua vita famigliare: “Abbiamo sempre lottato e sempre vinto

Roger: veni vidi vici….e a casa tornai in bici…(continua)

Beppe: Come colonna sonora propongo questa cantata dai Rokes e questa nella versione di Elio ;D

Mimosafiorita: …All’alba vincero’, vincero’, vinceeeerooooo! ti e’ arrivato l’acuto?

PaoloBeneforti: Vincet amor patriae laudumque immensa cupido (virgilio)
Rosina: “Lo giurai, la vincerò!” (Barbiere di Siviglia)
Veni, vidi, vici.
E poi ribalterei così lo slogan del gioco d’azzardo statale: “Se non giochi non perdi”.

Mari: ricordo che la nonna paterna mi diceva “se ta seguis i oltar ta riarèt mai prim” tradotto: se segui gli altri non arriverai mai primo
un modo simpatico di dire che la vittoria è sulla strada che percorriamo da soli 

Rivoluzioni e Caffè

di Placida Signora - 25 marzo 2008

  I moti del Risorgimento ebbero spesso come “centro operativo” dei locali pubblici all’apparenza innocui e pacifici come i caffè.

A Milano il Caffè delle Colonne a San Babila, “sull’angolo di via Bagutta col Baguttino”, dal 18 al 23 marzo 1848 fu la vera colonna della resistenza mentre nel Caffè Biffi nella notte del 10 marzo con una salvietta candida, una tendina verde e un pezzo di panno rosso venne creata una bandiera che Scipione Baraggia, giovane cameriere lì impiegato, mise a  sventolare sul portone centrale del Duomo il 20 marzo mattina, quando ancora la città era in mano ai “todesch”.

La barricata che sorgeva sull’angolo della Corsia dei Giardini (via Manzoni) con la Contrada di San Giovanni alla Casa Rotta (attuale piazza della Scala) fu allestita soprattutto con le seggiole, le panche, i banconi e i tavolini del Caffè Martini, frequentato abitualmente da Tito Speri, Mazzini, Cairoli e Garibaldi; nel Caffè Cova (che allora era all’angolo fra via Verdi e via Manzoni), i capi della rivolta progettarono, durante la quarta giornata, l’assalto al Palazzo del Genio in via Tre Monasteri (ora via Monte di Pietà).

Mentre erano riuniti a organizzare, una pallottola austriaca colpì un grande specchio del locale, che venne conservato  gelosamente per molti anni ed esposto al pubblico ornato di nastro tricolore e la targhetta “21 marzo 1848”. 

Orrendo il fatto avvenuto il 22 marzo allo scomparso Caffè Gnocchi,  dirimpetto la ferrovia Milano-Treviglio, stazione di Porta Tosa (Porta Vittoria).

Duecento soldati croati, dopo aver spaccato la porta ad accettate, vi irruppero urlando, cantando e ghignando, bevvero tutte le bottiglie, legarono il proprietario Leopoldo Parma e violentarono in branco la moglie di lui, Luisa Gnocchi, incinta di sette mesi.

Poi linciarono il marito, facendolo a pezzi; infine depredarono il caffè, distruggendo e incendiando tutto ciò che non potevano portar via.
 
A Torino, il Marchese Carlo Emanuele Birago di Vische  incaricò  l’Antonelli di progettare nel 1832, nella sua celebre casa triangolare detta “la fetta di polenta”, un locale che ospitasse  il Caffè del Progresso.

Il luogo (all’incrocio tra corso San Maurizio e via Verdi) era allora poco battuto e il Caffè, proprio per volere del Birago, divenne ritrovo prediletto dei più ferventi carbonari dell’epoca grazie alla sua struttura: aveva due piani alla luce del sole e due sotterranei (ricavati dalle profondissime fondamenta del palazzotto) dai quali partivano due infernotti, gallerie sotterranee utilissime in caso di retate poliziesche e relativa fuga dei cospiratori.

Una conduceva ai Murazzi di via Po, l’altra – pare – arrivava sino in piazza Castello, nei fondi di Palazzo Madama

Infine l’8 febbraio del 1848, in una saletta appartata del Caffè Nazionale gremita di giovani ansiosi, un commosso e anziano Roberto D’Azeglio (fratello di Massimo) lesse il proclama con cui Carlo Alberto annunciava al popolo la concessione della Costituzione. 

©Mitì Vigliero 

Placidi Auguri di Primavera e Pasqua

di Placida Signora - 21 marzo 2008

Qui

 

E ricordate che stasera, 21 marzo, dalle 20.39  ci sarà la Luna dei Regalini.

Che siano Desideri esauditi e splendide Sorprese per tutti voi!

S’Iscravamentu

di Placida Signora - 20 marzo 2008

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Un antico rito del Venerdì Santo in Sardegna

 Era il 18 gennaio del 1606 quando il veliero Santa Chiara di Montenero salpò da Alicante diretto a Genova;  a causa di una tempesta però fece naufragio nel golfo di Porto Conte, in Sardegna.

Gli abitanti di Alghero, recuperando il carico, trovarono una cassa contenente un Crocifisso ligneo del XVI sec, che aveva le braccia snodate; lo consegnarono ai frati Osservanti di Santa Maria della Pietà, che nel 1855 lo affidarono a loro volta alla Confraternita della chiesa della Misericordia.

Dal 1625 ogni Venerdì Santo quel Crocifisso è il protagonista di una delle sacre rappresentazioni più drammatiche e suggestive che esistano in Italia e che richiama tutte le Confrarìas (confraternite) di Incappucciati sia dell’isola che della Catalogna.

E in molte altre parti della Sardegna (Cagliari, Castelsardo, Cuglieri, Nulvi, Olbia ecc) si svolge la stessa spettacolare cerimonia, con altri crocifissi snodati e  differenze di limba (lingua) e gestualità.

Ad Alghero, il Cristo viene staccato dalla Croce da quattro “baroni siriaci” in costume orientale  (tra loro Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea) che salgono su scale a pioli poggiate dietro il crocifisso compiendo quel rito  che in catalano si chiama “desclavament” (discendimento-deposizione) e in sardos’Iscravamentu” (lett. “schiodamento”).

Prima gli tolgono la corona di spine, che viene posta  sul capo della statua di Maria Addolorata; poi il barone siriaco Giuseppe sfila lentamente il chiodo dalla mano destra, Nicodemo quello dalla sinistra e gli altri due quello dei piedi.

Calano con fatica il corpo dalla croce – e lo snodamento delle braccia rende quel corpo di legno tremendamente simile a uno vero- e lo depongono nel “bressol”, una bara barocca decorata in oro zecchino: infine il Cristo viene “tumulato” nel sepolcro ai piedi dell’altar maggiore.

Prima del s’Iscravamentu, solenni e lunghe processioni con diversi personaggi in costume si snodano per le vie di città e paesi; ceri-fiaccola detti axas, confratelli incappucciati, centurioni, faraoni, Marie in lutto, Maddalena, sacerdoti, il Crocifisso e altre statue di santi dette i “Misteri”, i simboli della passione: martelli, tenaglie, scale.

La statua della Madonna Addolorata è vestita di nero e si ferma – nel rito della “Cerca” – di chiesa in chiesa, cercando appunto suo figlio; a Mamoiada in Barbagia i “Tenores” dei “sos croffarios” (membri delle confraternite) ad ogni sosta della “sa’i’ra” (la ricerca)  cantano strofe di laudi popolari dando voce alla madre disperata: “Vidu l’azzes a fizzu meu, in custu logu est passadu?” “Visto avete  mio figlio, in questo luogo è passato?”.

E la cerimonia de s’Inscavamentu diviene un commovente, inquietante e sorprendentemente coinvolgente dramma scenico in crescendo:  iniziano canti pieni di dolore: “O triste fatale die, oras penosas e dura…” (O triste e fatale giorno, ore penose e dure,…) alle quali la Madre risponde  “A mie tocca su piantu, a mie su sentimentu, ca so affligida tantu, chie ta mortu e chie?”  (A me tocca il pianto, a me il patire, perché sono tanto afflitta, chi ti ha ammazzato, chi?).

Infine, dopo la deposizione nel Sepolcro dell’altare e il Miserere interpretato sempre dai Tenores, piomba improvviso il silenzio su musica, voci e campane, che riprenderanno solo all’alba de “ sa Pasca manna”, la domenica pasquale.

©Mitì Vigliero

Storia dell’Uovo di Pasqua

di Placida Signora - 19 marzo 2008

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L’uovo, dalla forma priva di spigoli e quindi senza principio né fine, è sempre stato considerato simbolo dell’origine della vita.

Gli Egizi sotterravano uova di struzzo lungo le sponde del Nilo convinti che ciò avrebbe reso la terra più fertile visto che, grazie alla sabbia calda come un’ incubatrice, spesso le uova si schiudevano generando struzzini.

Anche i Romani, in primavera, festeggiavano Cerere, dea della fecondità della terra, offrendole uova come doni propiziatori del ciclo delle rinascite.

Proprio come simbolo di rinascita (e quindi di resurrezione) l’uovo divenne uno degli emblemi del Cristianesimo sin dai primordi: nelle catacombe sono state trovate uova di alabastro, augurale simbolo di nuova vita in auge tutt’ora come articolo regalo.

L’uso di scambiarsi uova in dono nel periodo pasquale risale invece al Medioevo; durante le severissime imposizioni di digiuno della Quaresima, era proibito mangiarne.

Quindi le uova sfornate dalle galline in quelle 6 settimane dovevano per forza essere smaltite rapidamente; perciò venivano benedette in chiesa durante la messa della domenica di Pasqua e poi donate, rassodate, ad amici e parenti come augurio di fecondità in ogni campo.

Nel XIII sec. in Francia e in Italia, studenti e soci delle Corporazioni prima della Messa si recavano in cortei preceduti da musici banditori  a bussare alle porte delle case questuando uova: alcune famiglie nobili, per distinguersi, iniziarono a tingerle di rosso o verde, lanciando l’idea dell’uovo-regalo decorato.

Luigi XIV faceva dipingere con belle miniature le uova da donare ai cortigiani da illustri pittori (ad esempio Watteau). 

Ma poiché le uova vere andavano presto a male, subentrò l’uso di fabbricarne in materiali non deperibili.

Francesco I ne ricevette in dono uno in legno su cui era scolpita l’ascesa al Golgota; il Delfino di Francia un altro in smalto bianco su cui era riportato un testo del Vangelo, con un carillon all’interno.

Ma le uova più preziose in assoluto furono quelle dei Romanov, forgiate – su incarico dello zar Alessandro III- dall’orafo francese Peter Carl Fabergé, il quale dal 1885 al 1917 ne inventò più di 57 tipi , tutti in oro e gemme, che andavano a ogni Pasqua a ciascuno   dei membri della regal famiglia, e ciascuno conteneva una sorpresa diversa: orologi, giocattolini, modellini di navi, animaletti ecc.

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Invece le uova di Pasqua in cioccolato risalgono all’inizio del XIX secolo; le cronache da Guinnes riportano che il più grosso fu preparato nel 1897 da un confettiere londinese in occasione di un matrimonio di un rampollo di casa Stuart celebrato in quel periodo: alto 9 metri, largo 18, conteneva centinaia di bomboniere da distribuire agli invitati.

Infine, sempre a proposito di uova di Pasqua curiose, nel 1869 il presidente degli Stati Uniti Grant ricevette in regalo dal chimico J.W. Hyatt un uovo apparentemente molto semplice, ma in realtà preziosissimo: era fatto in celluloide, materiale appena inventato da Hyatt.

©Mitì Vigliero

Corollario

Il sito delle uova Fabergé

 

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