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di Placida Signora - 6 Febbraio 2008

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(foto Italysquare)

Il galòp mi ha portato ieri qui (indovinate dov’è, vero?).
Sole meraviglioso, per fortuna.

Se non fossi così legata al mare e al suo clima, questo è un post dove vivrei volentieri; è “a misura mia”.

Voi, se poteste scegliere, in quale città italiana andreste a vivere?

(Ora devo schizzar via, rispondo appena riesco a raggiungere nuovamente il pc. Baci a tutti!)

Antiche Guerre al Fumo

di Placida Signora - 5 Febbraio 2008

Per Axell

I sacerdoti degli Atzechi per invocare la pioggia soffiavano verso il Sole a i quattro punti cardinali nuvole di fumo prodotto da foglie di tabacco tenute fra le labbra arrotolate e accese all’estremità; ben presto scoprirono che aspirare queste nuvole fittizie era assai gradevole: in tal modo inventarono il vizio del fumo.

Il primo europeo che iniziò a fumare fu nel 1492 un compagno di Cristoforo Colombo, Rodrigo de Jeréz, il quale imparò subito dagli indiani Arawak l’arte di aspirare i primi sigari; tornato in Spagna nel 1493, egli divenne anche la prima vittima della guerra al fumo: gustandosi in pubblico il suo sigaro venne immediatamente processato dall’Inquisizione come indemoniato (causa il fumo che usciva dalle sua bocca e dalle sue nari manco fosse Belzebù) e sbattuto in galera.

Nel 1560 Jean Nicot de Vellemain, ambasciatore francese in Portogallo, spedì dei semi di tabacco a Francesco II e Caterina de’ Medici, assicurando che si trattava di un’efficace pianta medicinale (“erba santa”) in grado di curare moltissime malattie.

In Italia in tabacco arrivò nel 1561 grazie al cardinale Prospero di Santa Croce, nunzio apostolico a Lisbona, il quale spedì i semi della pianta a vari ordini religiosi con l’ordine di coltivar la pianta medicinale in tutti i conventi.

Poco per volta l’abitudine di fumar tabacco invase tutto il mondo, e i francesi e gli inglesi furono i primi, ai primi del 1600, ad inventare il Monopolio Statale dei Tabacchi.

Ma non tutti erano entusiasti della cosa; se il cardinal Richelieu si limitò a imporre tasse elevatissime sul tabacco, il re inglese Giacomo I (1566-1625), definiva il fumare “deplorevole abitudine disgustosa per gli occhi, sgradevole per il naso, pericolosa per il cervello” e promulgò il primo decreto ufficiale anti-fumo. Per mera malignità: il re Giacomo detestava la Spagna, nazione sua storica nemica, e allora gli spagnoli erano i più grandi importatori di tabacco in Inghilterra…

Nel 1642 papa Urbano VIII scomunicò i fumatori come “seguaci di diaboliche pratiche” e nel 1650 Innocenzo X proibì ai fedeli di fumare pena l’Inferno (si era leggermente seccato perché un fumatore distratto un giorno in San Pietro gli aveva dato fuoco all’abito).

Nel 1645 in Russia, mentre Pietro il Grande fumava ininterrottamente e beatamente chili in tabacco in lunghe pipe d’argilla, contemporaneamente dava l’ordine che chi veniva pescato a fumare fosse condannato al taglio del labbro superiore; in compenso lo zar Alessio Michajlovic faceva bastonare e torturare tutti quelli che erano trovati in possesso di tabacco fino a quando non ne confessavano la provenienza e le donne russe asserivano che fosse meglio “baciare il deretano del diavolo che la bocca dei nostri mariti”, causa l’alito maleodorante dato dal tabacco masticato.

I  Turchi furono sin dal XVI sec. grandi appassionati di fumo stando attaccati da mane a sera a pipe o a narghilè . Ma lo scià Abbas, obbedendo al Corano che condannava ogni eccesso alimentare o comportamentale, faceva mozzare il naso a chi il tabacco lo annusava e tutte e due le labbra a chi lo fumava

Morto lui però il fumo tornò libero, e i sudditi si scatenarono fumando ancor di più, almeno per quanto appariva agli occhi dei mercanti o naviganti italiani che coniarono il modo di dire Fumare come un Turco (”cose da turchi“ si usava regolarmente nell’Europa mediterranea per indicare qualcosa di strano o abnorme). 

Ed essendo il tabacco gestito direttamente dai governi dei Sultani  e quindi per loro fonte di enorme ed esclusiva ricchezza, nel 1670 nell’Impero Ottomano i trafficanti di tabacco non autorizzati e i fumatori che da loro avevano acquistato la merce, venivano condannati a morte tramite piombo fuso versato nella loro gola oppure, democraticamente, a scegliere se venire impiccati con la pipa in bocca o arsi vivi su un rogo alimentato con foglie di tabacco.

Quindi non lamentiamoci se oggi ci impediscono solo di fumare nei luoghi pubblici.

©Mitì Vigliero

Cittadini, viva Sant’Ajta!

di Placida Signora - 4 Febbraio 2008

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(foto ©AlessioPatti)

I greci adoravano Agathé Thea (l’antica Iside e la Bona Dea latina) nume della fertilità il cui culto era sentito soprattutto in Trinacria; e a Catania proprio in questi giorni si festeggia la loro cristiana sostituta, alias Sant’ Agata.

Giovanissima indossò il flammeum, velo rosso delle vergini consacrate a Cristo; ma
Quinziano, proconsole locale, s’invaghì di lei e per “svezzarla” la rinchiuse in un lupanare, dove riuscì a rimanere ”pura”.

Allora la torturò slogandole membra, lacerandola con pettini di ferro roventi, facendola camminare a piedi nudi su vetri taglienti e carboni ardenti, strappandole i seni con grandi tenaglie (nell’iconografia mostra le tettine mozzate in un piattino, come sua cugina Lucia vi tiene gli occhi): infine la schiaffò in una fornace.

L’Etna però decise d’eruttare proprio in quel momento; mentre il terremoto scuoteva la città, Agata agonizzante venne riportata nella sua cella, dove morì il 5 febbraio del 250 dC.

I catanesi considerano “ ’a Santuzza” protettrice invincibile; per 3 giorni le dedicano una festa talmente solenne e affascinante nel folklore che l’Unesco l’ha dichiarata Patrimonio dell’Umanità. E purtroppo proprio quest’anno si è scoperto che, ovviamente, c’era anche qualcun altro a considerarla un patrimonio personale 

Ma torniamo alla Festa.
I fedeli ardenti detti “Cittadini” indossano il “sacco”, caratteristico camice bianco, e in centinaia trascinano lentissimamente con funi per le strade ‘a vara - il pesantissimo “ferculo”, la macchina che sorregge il busto d’argento ingioiellatissimo della Santa - mentre la folla agita migliaia di fazzoletti bianchi urlando ininterrottamente: “Cittadini ‘ccu vera fidi: Viva Sant’Ajta!”.

Davanti al ferculo sfilano i “Cannilori” (o Cannalore) di undici corporazioni di mestieri; sono enormi, fantastici candelabri definiti “il barocco in movimento”, un trionfo incredibile di statue, ricci, decorazioni, ori.

Il primo è quello del Vescovo, a cannalora ri Sant’Aita; segue quello dei rinoti (abitanti di San Giuseppe la Rena); poi gli Ortofloricultori Cannalora re ciurara, Pescivendoli - Cannalora re pisciara, Fruttivendoli  fruttaioli, Macellai  chiancheri, Pastai  pastara, Pizzicagnoli  fummaggiari, Panettieri pannitteri (il più grande, retto sulle spalle da 12 uomini anziché 10 o 8 come gli altri), Vinaioli vinaroli e infine quello del Circolo Cittadino Sant’Agata, ro cicculu.

Passando davanti alle botteghe o ai mercati dei loro “confratelli” pescivendoli, panettieri ecc, ogni cero compie “ ‘a ballata”: un movimento sempre uguale, ritmico, ipnotizzante, una danza in rigraziamento e saluto compiuto in mezzo al pandemonio delle grida, dei canti, delle litanie mentre la campana della Cattedrale suona incessantemente in onore d’ ‘a Santuzza, protettrice anche di tutte le campane (che han la forma di mammelle), mentre alle grida di “Viva Sant’Ajta!” si univano un tempo quelle dei “nuccidara”, venditori di nocciole e mandorle: “Picciotti, haiu nuciddi!”, e almeno una manciata doveva entrare nelle tasche dei fedeli, come talismano.

E in questi giorni pasticcerie e famiglie si scatenano a preparare i curiosi dolci tradizionali in pasta reale; le Olivette e le Minnuzze ri Sant’Ajta.

Le prime sono olive verdi e nere, che ricordano l’ulivo miracoloso che nacque nel punto in cui la Santuzza si chinò per allacciarsi un calzare subito prima d’esser processata.

Le seconde sono semisferiche e bianche: al posto del capezzolo, una rossa ciliegina.

©Mitì Vigliero

Corollario
Qui un corto sulla manifestazione, scelto fra i molti video presenti su Youtube
Qui un po’ di foto su Flickr
Le Olivette di Sant’Agata, ricetta di Caravaggio-Zenzero e sempre da lei la ricetta delle minnuzze

Toccaferro in pillole: I Numeri

di Placida Signora - 3 Febbraio 2008

Piccole Credenze, Curiosità, Superstizioni

Per ottenere il nostro numero fortunato bisogna sommare i numeri del nostro anno, mese e giorno di nascita.
Ad esempio: siete nati il 5 luglio 1957?
Sommate 5+ 7 (mese di luglio) + 1957.
Otterrete 1969.
Sommate 1+9+6+9, e avrete 25; 2 + 5 = 7: e il 7 sarà il vostro numero, insieme a tutti i suoi multipli e a tutti quei numeri che, sommati insieme, daranno come risultato il 7.

L’1 significa “il migliore”;  2 “equilibrio”; 3 “perfezione”; 4 “vita”; 5 “amore coniugale”; 6 “bontà”; 7 “forza e sacralità”; 8 “solidità” e 9 “potere celeste”.

Il 4 però dai Giapponesi è considerato un terribile menagramo riguardo alla salute; in nessuna clinica o ospedale nipponico troverete una camera segnata con questo numero.

Fausto è ovunque il 12, che favorisce gli affari (infatti molte cose vengono conteggiate e vendute a dozzine).

Nei paesi anglosassoni considerano il 13 numero fortunato per il gioco mentre il 17 è universalmente considerato un terribile portasfortuna.

Forse a causa dei romani, che lo scrivevano XVII, e l’anagramma era VIXI, ossia “vissi”, ergo “non vivo più”.

©Mitì Vigliero

Il Tacchinatore

di Placida Signora - 2 Febbraio 2008

(Homo Mandrillus)

Filippo le studiava tutte pur di conquistare qualche sottana; raggiungeva dei veri e proprio parossismi mentali nel progettare nuovi metodi di caccia a quello che gli avi - ignari del futuro - chiamavano Sesso Debole, ed era convinto da sempre che le donne si lasciassero catturare più facilmente dagli appariscenti e costosi mezzi di trasporto di un uomo, anziché dalla sua anima romantica.

Per questo decise di comprarsi una moto di grossa cilindrata.

“Nessuna donna potrebbe resistere all’idea di accettare un passaggio su un bolide rombante come questo! Correre nel vento, una buona occasione per abbracciarmi, l’ebbrezza erotica della velocità…”

L’ebbrezza erotica venne però alquanto smorzata dalle orribili condizioni atmosferiche che caratterizzarono quel tardo inverno: il Centauro Cucador, come Filippo amava definirsi, vagolò indarno per interi week end dalla Riviera Ligure alla Versilia alla Romagna, sempre il sella al suo tonante destriero, sfidando tempeste e bufere.

Ma ogni volta ritornava a casa solo, bagnato fradicio e in preda a mostruosi raffreddori.
Tra uno starnuto e l’altro si lamentava:

“Perché mai nessuna, ma proprio nessuna ragazza vuole accettare di venire in moto con me? Il mio fascino è forse in declino?”

Dopo tre mesi trascorsi in coattivi viaggi in treno, dato che il perdurare delle piogge lo obbligava ad abbandonare la sua Suzuki B-King nel garage di vari amici pietosi sparsi per l’Italia, Filippo prese una grande decisione:

“Basta, la moto mi ha scocciato: la vendo e mi compro una macchina da strafigo!”

Infatti acquistò una Porsche nera e, con proverbiale finezza, non faceva altro che ripetere agli amici parlando in stretto torinese un acuto gioco di parole: “L’hai catàme la Porsche per cariè le porche!”, ossia “Mi sono comprato la Porsche per caricare le donnine di facili costumi”.

Ma i suoi biechi e lussuriosi propositi vennero disintegrati dalla Malavita locale, che gli rubò l’auto ventidue ore esatte dopo l’acquisto.

“La barca, ecco cosa ci vuole per conquistare le donne! Mi faccio la barca”

Comprò così un piccolo cabinato di seconda mano, che battezzò Tombeur de femmes; ma quella volta fu la stagione estiva ad essere inclemente.

Mare grosso, onde lunghe, scirocco e maestrale imperversanti: tutte le ragazze che accettavano di fare una romantica gitarella sui flutti, trascorrevano il loro tempo piegate in due sul parapetto della barca, a vomitare anche l’anima.

“Ho capito. Vendo la barca e mi sposo”.

Difatti Filippo, poco tempo fa, è convolato a nozze con l’impiegata dell’agenzia presso la quale aveva assicurato, nel giro di un anno, la moto, l’auto e la barca.

Ora girano in bicicletta tutti e due e sono molto, molto felici.

©Mitì Vigliero

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