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Le palle dei topi

di Placida Signora - 26 Gennaio 2008

Ieri su Repubblica.it c’era un articolo che raccontava le follie dei traduttori automatici web.
Alla fine veniva citato uno scritto che tutti probabilmente abbiamo ricevuto almeno una volta come allegato buffo di email.

Dato che ogni volta che lo leggo mi fa ridere, e dato che di questi tempi abbiamo tutti bisogno di sorridere anche solo 2 secondi al giorno; e soprattutto dato che è sabato, ho il crollo di adrenalina da galòp e nessuna forza di scrivere cose seppur vagamente sensate, ve lo ripropongo come smile therapy augurandovi un ottimo fine settimana. ;-)

Allora, prima due parole di introduzione.

In francese si chiama “souris“, in spagnolo “raton“, in tedesco “maus” e noi italiani, soliti anglofoni, invece di chiamarlo “topo” lo chiamiamo “mouse”.

Questo che segue è un manuale di istruzioni (vero? finto? mah, io la penso come lui) allegato a un listino ordinazioni che anni fa venne distribuito a tutte le filiali di uno dei maggiori produttori di computer, riportante una traduzione italiana decisamente “letterale”...

***
gatto_mouse.jpg

Le palle dei topi da oggi disponibili come parti di ricambio

Le palle dei topi sono da oggi disponibili come parti di ricambio.Se il vostro topo ha difficoltà a funzionare correttamente, o funziona a scatti, è possibile che esso abbia bisogno di una palla di ricambio.A causa della delicata natura della procedura di sostituzione delle palle, è sempre consigliabile che essa sia eseguita da personale esperto.

Prima di procedere, determinate di che tipo di palle ha bisogno il vostro topo.
Per far e ciò basta esaminare la sua parte inferiore.Le palle dei topi americani sono normalmente più grandi e più dure di quelle dei topi d’oltreoceano.

La procedura di rimozione di una palla varia a seconda della marca del topo.

La protezione delle palle dei topi d’oltreoceano può essere semplicemente fatta saltare via con un fermacarte, mentre sulla protezione delle palle dei topi americani deve essere prima esercitata una torsione in senso orario o antiorario.

Normalmente le palle dei topi non si caricano di elettricità statica, ma è comunque meglio trattarle con cautela, così da evitare scariche impreviste.

Una volta completata la sostituzione, il topo può essere utilizzato immediatamente.

Si raccomanda al personale esperto di portare costantemente con sé un paio di palle di riserva, così da garantire sempre la massima soddisfazione dei clienti.

Nel caso in cui le palle di ricambio scarseggino, è possibile inviarne richiesta alla distribuzione centrale utilizzando i seguenti codici:

- PIN 33F8462 - Palle per topi americani
- PIN 33F8461 - Palle per topi stranieri
 

 

Scherzi di Goliardi

di Placida Signora - 25 Gennaio 2008

Quasi tutti gli scherzi apparsi nei film della serie Amici miei sono invenzioni della vecchia Goliardia universitaria italiana, come lo  schiaffo ai passeggeri dei treni; la popò “adulta” nel vasino dei bambini; presentarsi nei paesini, travestiti da operai e ingegneri, e progettarne l’abbattimento; sottrarre le macchine fotografiche alle turiste per immortalarsi i fondoschiena nudi e restituirle alle proprietarie…

Eccone altri (tratti da Bacco, Tabacco e Venere, SugarCo, 1976) , organizzati negli anni ‘46-’60 dalle diaboliche menti universitarie durante il Carnevale.

L’Alexander furioso

Nel ‘46 il feldmaresciallo Alexander andò a Padova per consegnare il brevetto di partigiano agli universitari che avevano partecipato alla Resistenza.
Presenti tutte le massime autorità, il rettore Meneghetti invitò il capo della Sacra Triburtis goliarda, che conosceva perfettamente l’inglese, a tenere un discorso ufficiale.
Parlava da tre minuti quando Alexander furibondo abbandonò la tribuna.
Nessuno delle autorità presenti sapeva l’inglese, altrimenti avrebbero di certo impedito che il goliardo dichiarasse solenne: -”Quando le legioni di Cesare bivaccavano lungo il Tamigi, Londra era un accampamento romano; allora noi insegnammo ai figli di Albione a lavarsi e radersi…”

Il vescovo e i peccatori
A Belluno il goliardo Gengi Carnei, futuro cattedrattico di geologia, a Carnevale era solito mascherarsi da vescovo.
Poi si recava davanti alle Case Chiuse e afferrava per la giacca tutti quelli che stavano per entrare strillando: -”Fratello, ti prego, non peccare!”.
Molti cercavano di giustificarsi e lui, magnanimo, li assolveva pubblicamente.
Ma una volta un sacerdote lo vide e lo sgridò, ottenendo come risposta un fraterno:
-”Non mi rompa le balle, collega”.
Finì in questura, dove si dichiarò innocente: chiuso in cella uscì soltanto la mattina dopo col fagotto degli abiti da vescovo sotto il braccio.

Le fotografie 
 Alla fine del ‘50 sbocciò fra i goliardi italiani la passione di fotografare i passanti e consegnar loro immediatamente le foto: se era un gruppo di turisti, la foto ritraeva un gregge di pecore; un signore in auto diventava un bambino su di un’ automobilina a pedali (”Visto come l’ho ringiovanita?”); una signora bruttissima si tramutava in una bella figliola molto svestita (”E’ come  la vedo io…”).
Il buffo è che nessuno si arrabbiava,  ma tutti insistevano a voler pagare le foto.

L’eco poliglotta
Uno scherzo in voga a Roma e Firenze, città pullulanti turisti.
Quattro goliardi ne adocchiavano uno (americano, francese, tedesco fa lo stesso), e il “capo” della banda, dopo averlo abbordato, lo portavano di notte nel centro di una piazza: -” Vedrà, da qui s’ascolta un’eco stupenda!”.
Mentre tre complici si nascondevano in punti diversi, lui gridava il suo nome; ovviamente, dai nascondigli , l’eco rispondeva in perfetta successione.
Poi toccava al turista il quale gridava il suo nome e si sentiva rispondere dall’eco insulti tremendi, gentilmente tradotti nella sua lingua originaria.

L’onorevole Bustarelli Bucci
Caratteristica dei goliardi era quella di aver sempre fame, sete, e manco una lira in tasca.
Durante il Carnevale del ‘64 a Firenze uno di loro visse tre giorni da nababbo facendo l’ Inauguratore.
Travestito da immaginario onorevole Bustarelli Bucci (nome ottenuto storpiando quello d’un noto politico  di allora) , insieme a tre portaborse muniti di grammofono con disco dell’inno nazionale, lungo nastro tricolore e un paio di forbici, girava per bar e pasticcerie.
Uno dei portaborse entrava e domandava al proprietario: -”E’ già stato inaugurato questo locale?”.
La risposta ovviamente era sì, e lui: -”Ma c’era un rappresentante del governo?”.
Ovviamente no.
A quel punto veniva proposta la presenza di Bustarelli Bucci il quale al pomeriggio, durante un ricevimento organizzato in suo onore nel locale, sarebbe stato “lietissimo di presenziare alla reinaugurazione”.
Tutti ci cadevano: all’ora stabilita Bustarelli arrivava e, al suono di Fratelli d’Italia, come tutti gli onorevoli che si rispettino teneva un discorso solenne e completamente senza senso, tagliava il nastro tricolore, mangiava e beveva a sazietà.
In quei giorni inaugurò di tutto, perfino una Giulia Alfa Romeo della Polizia, con gli agenti impalati sull’attenti. 

Gli scalatori di via Indipendenza
Bologna
, Carnevale ‘63:  un gruppo di goliardi  perfettamente equipaggiati da scalatori  con corde, chiodi e piccozza, compì un’ascensione orizzontale sull’asfalto stradale dell’incrocio via Indipendenza-via Rizzoli.
Sotto lo sguardo di centinaia di spettatori e bloccando totalmente il traffico, terminarono l’impresa in lentissima cordata, strisciando sulle zebre e impiegandoci due ore esatte.

Bravo bravissimo
Genova
. Epoca delle Case Chiuse.
Un gruppo di goliardi si appostava nascosto accanto a una di quelle, in fremente attesa di veder arrivare, come cliente, qualche distinto personaggio molto conosciuto in città.
Una volta entrato, il gruppo ne aspettava paziente l’uscita, salutandola con applausi e urla altissime: -”Bravo bravissimo l’avvocato Mario Tizio! Bravo bravissimo il professor Paolo Caio!”

©Mitì Vigliero

Che Maschera sei?

di Placida Signora - 23 Gennaio 2008

maschere.jpg 

Mentre attendiamo tutti trepidanti (vabbé trepidanti…diciamo rassegnati, come sempre ;-) di scoprire quale sarà la Maschera che l’italico Governo deciderà di indossare  (Prodibis? Istituzionale? Tecnico? Puffo?), parliamo di Maschere nostre.

Di quella che, immaginando una festa virtuale di Carnevale, ci piacerebbe indossare.

Torniamo un po’ bambini, almeno in questo: senza pensare affatto alla fattibilità del costume, al costo, al risultato reale…

Una Maschera di pura Fantasia.

Potrà essere quella di un Personaggio Storico, o di Fantasia, o Attuale e Reale.
Un Animale, un Oggetto, una Virtù o un Vizio.
Una Qualità o un Difetto
Il Protagonista di un Romanzo o di una Canzone, di un Gioco oppure di una Poesia.
O ancora quello di un Quadro, di una Commedia, di un Film, di una Fiaba.

Su avanti, bando al raziocinio:

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Abboffate Carnascialesche

di Placida Signora - 23 Gennaio 2008

Cibi tradizionali del Carnevale 

chiacchiere-pescanoce.jpg
(foto Pescanoce, click per ingrandire)

“Carnevale” deriva il suo nome da “carnem levare”, togliere la carne, preannuncio dei successivi 40 giorni di Quaresima in cui un tempo il digiuno e il mangiar esclusivamente di magro era regola ferrea e rispettata.

Per questo motivo in tutta Italia il popolo faceva, a mo’ di cammello con l’acqua, il pieno di proteine, calorie e grassi contenuti in quelli che sono i cibi tipici e rituali di questo periodo, molti ormai quasi dimenticati.

 
Uno degli ingredienti basilari era il maiale, grande ricchezza familiare, scannato poco prima e immediatamente tramutato in prosciutti, salami eccetera.

La festa dava allora l’occasione di consumarne in fretta  le parti che si sarebbero deteriorate durante la quarantena di magro; perciò in Basilicata, ad esempio, cibi tipici del periodo erano il fegato cotto alla brace, la minestra di ossa, il “sartasc’niedd” (soffritto di varie interiora), la “rafanata” (uova, formaggio, rafano e salsicce) e, come dolci, “u sanguinacc” (il cui ingrediente base è il sangue di maiale arricchito da mandorle, pinoli, cioccolato, uvetta, noci, fichi secchi,cannella, zucchero) e “la f’cazz cu l’frètt’l”, una sorta di torta fatta di pasta lievitata, ciccioli (frètt’l in dialetto, ), zucchero a velo e cotta al forno.

In Lucania, non mancavano mai “li maccarone a ferrètte o ca la giònca” (paste fatte in casa, spaghettini bucati da un ferretto e lunghi un palmo i primi, fusilli i  secondi) conditi con un “rraù”(ragù) con tutte le interiora “de lupòrc”.

In Veneto ingredienti obbligatori del Carnevale sono da sempre “maiale, vin bon e fritole”, oltre bigoli e gnocchi; a Brescia lombate, sanguiinacci e ciccioli; in Sardegna lardo e fave; in Liguria costiggeue (braciole) de porco” e in Puglia i “panzerotti” fritti, ripieni di carne macinata di maiale.

Dal giovedì al martedì – settimana non per nulla detta “grassa” - si friggeva furiosamente in tutto lo Stivale, e più che nell’olio nello strutto che andava fatto fuori in fretta perché durante la lunghissima quaresima, non essendoci frigoriferi, sarebbe sicuramente irrancidito.

Fritti carnascialeschi per eccellenza sono quei dolci comuni in tutta Italia, che hanno praticamente uguali la ricetta e gli ingredienti (farina, uova, zucchero) ma variano nei nomi chiamandosi  chiacchiere (Sicilia, Piemonte, Lombardia, Campania); bugie (Liguria), lattughe (bresciano), ciarline (Emilia), fiocchetti (Romagna), cenci (Toscana), frappe (Lazio), galani (Veneto), sfrappole (Bologna), frijoli (Sassari), fatti-fritti (Oristano), crostoli (Friuli Venezia Giulia).

Altri dolci più morbidi e spesso ricchi di vari ingredienti come crema, pinoli, uvetta, ma sempre rigorosamente fritti sono i “torteilombardi, le frittole della Venezia Giulia, le castagnole romane e umbre, nonché la cicerchiata (Marche, Abruzzo, Lazio, Umbria), che coi ceci non c’entra nulla se non per la forma a palline gialle.

Poi arrivava il Mercoledì delle Ceneri: tutto questo bendiddio scompariva ed il fegato, sentitamente, ringraziava.

©Mitì Vigliero

Ne conoscete altri?

***

Graziano: Conosco un dolce di carnevale simile alle chiacchere che si mangia in Puglia, il nome è Pampuglie!

Boh: Eh Mitì, la cicerchiata di mia zia non la batte nessuno (vicino a Napoli). Dura dura e fatta come un ciambellone, da tagliare a fette.

Roger: Frittelle di Scappi

ZiaPaperina: Ricordo che Tata Maria, originaria di Sorrento, per Carnevale ci preparava la pizza di carnevale; una cosa buonissima a base di formaggio grana (o pecorino?), provola, salciccia, uova….Pesantissima ma buonissima!!

Skip: Di solito a Carnevale mia suocera cucina o lasagne o una tipica “pizza rustica” :su una sfoglia di pasta sfoglia ( se siete bravi potreste tirare una sfoglia con strutto)versare un impasto di ricotta, uova , salsiccia precedentemente saltata in padella e parmigiano, ricoprire con altra sfoglia e cuocere…..una bomba di gusto e calorie!

Rosy: Dalle mie parti, vicino a Vicenza, si chiamano “grustoli”: buonissimi! sono dolci fritti tipo chiacchiere. Il segreto sta nel tirare la sfoglia sottile, poi si friggono a quadrati o losanghe e si cospargono di zucchero a velo. Croccantissimi e friabili che è un piacere.

Alberto: Ad Apricale (IM) le chiacchiere le chiamano “pansarole”. Il mese di settembre c’è anche la sagra. Si mangiano con lo zabaione.

Luca: Liguria riviera di Levante per carnevale si faceva…..la pentola con il croccante, e i ravioli di marzapane. Sono dolci di marzapane fatti esattamente come i ravioli ma col ripieno di cioccolata e pittati di rosso a mo’ di sugo. La pentola di croccante è passata di moda…. i ravioli invece li facciamo appena cominciano.. te li posto ps noi facciamo i frixeu (le frittelle ) con le mele e l’uvetta

Pievigina: A Treviso si fanno anche le castagnole che sono delle frittelle “compatte”, piccole e dure.

Liu Jo: un dolce tipico di carnevale della provincia  di Milano è “la carsenza” che non è un formaggio ma viene fatto dai panettieri ed è un pane a forma di pagnotta fatto con pasta di pane, miele, uva bianca o rossa e fichi secchi. Il risultato è ottimo.

Anna: No, li hai citati già tutti…la cicerchiata… quella di mia madre era unica! Tra i dolci di Carnevale, in alcune pasticcerie, si trovano delle castagnole farcite con creme varie, un po’ come i bigné di S. Giuseppe, ma più piccoli!

Solitaire:  Al mio paese d’origine (in Calabria) i dolci tipici del periodo sono ovviamente le *Chiacchiere*, solo che le chiamano *‘Ncartellate*

Maxime: I fritti carnascialeschi si chiamano chiacchiere anche in Abruzzo. Poi confermo che c’è la cicerchiata di cui peraltro sono ghiottissimo, e ci sono anche le castagnole (che però da noi non somigliano alle frittelle descritte da pievigina, ma sono delle morbide polpettine di pasta fritta)

Cristella: Le chiacchiere (o fiocchetti) a Rimini sono “al sfràpi”. A carnevale non mancano mai neppure le castagnole, in diverse versioni: semplici, colorate con l’alkermes (una bagnata e via, rotolarle nello zucchero semolato) o riempite di crema pasticcera.

Simona: A Perugia si fanno gli strufoli. L’impasto si butta nell’olio bollente a cucchiai e si gonfia. Si condiscono con miele fuso.

Patt: Crostoli anche a Belluno. E fritole, con le mele, con l’uvetta, o anche semplici, senza nulla. E le castagnole di mia mamma … divine!

Tittieco: Ricetta delle frappe senza burro

Zawa: Eh ma lo SCROCCAFUSO ce l’abbiamo solo noi nel maceratese

MariCri: A Venezia si fanno le frittelle, che sono delle palline fritte rotolate nello zucchero. la ricetta tradizionale prevede che siano vuote, cioè solo con uvetta nell’impasto, ma c’è la variante con ripieno di zabaione o crema pasticcera. una bomba calorica e una goduria per il palato… per esser pienamente soddisfatti, bisogna assaggiarne almeno una per tipo!

Antichi Carnevali a Genova

di Placida Signora - 22 Gennaio 2008

carnevale.jpg
(un’antica foto di un Carrossezzo, col carro del Paisan. Click per ingrandire) 

Sembra incredibile oggi, ma vi furono tempi in cui il Carnevale di Genova superava di gran lunga in fasti, fracasso, follie e baccanali quello di Venezia.

La musica e la danza ne erano il filo conduttore; narrano già le cronache del XIII secolo che il Carnevale iniziava di notte al suono dei pifferi che ritmavano la “rionda”, una danza antichissima d’origine pagana che si svolgeva girando attorno a falò accesi per le strade della città.

E ogni sera vi erano i balli popolari delle “lanternette”, piroettati alla luce di piccole lanterne appese a rischiarare i vicoli.

Alle gighe e ai perigordin danzati all’aperto si univa immancabilemente il “ballo del bastone”, che nessuno si è mai sognato di descrivere dettagliatamente ma che doveva essere decisamente osceno se più volte le autorità tentarono di proibirlo poiché, come dice una nota degli Inquisitori, veniva ballato esclusivamente da “homini immorali e bagasce”.

In realtà nei giorni di Carnevale veniva bandita ogni differenza di ceto e ogni morale; nobili e borghesi erano addobbati nei “dòmini”, ampi mantelli lunghi sino ai piedi dotati di un grande cappuccio dal quale spuntavano visi totalmente coperti da maschere (e a Genova ne fabbricavano di meravigliose).
Invano nel 1442 le Autorità emanarono grida contro “l’usanza dei mimi, che vagano qua e là colla faccia velata, commettendo molti delitti”, omicidi e stupri compresi.

Carnevale senza maschere non era Carnevale e dal ‘500, con l’introduzione dei “Carrossèzzi” (cortei carnevaleschi sontuosissimi, l’ultimo degno di nota si svolse nel 1872), ne nacquero di nuove e popolari.

Il “Marcheize” (marchese) e il “Paisan” (contadino), impegnatissimi sui loro carri a cantare improvvisati “strapùntin”, strofette in cui si sfottevano ferocemente a vicenda; il “Mégu” (medico), vestito di nero, con un siringone lavativo sotto il braccio e un delirante linguaggio mescolante latino, francese, italiano e genovese.

Poi la “Balia”, prestante giovanotto tettuto e naticuto a suon di stracci sotto i vestiti, che stringeva al seno un furibondo gatto stretto nelle fasce e con tanto di cuffietta; e c’era anche la “Nena”, pastorella impegnata in maliziosissimi duetti cantati col Paisan.

 A lui che  domandava “dime un po’ comme son faete/ quelle cose ch’ei in sen” (dimmi come son fatte quelle cose che hai nel seno) lei rispondeva trillante “Quelle cose ch’emmo in sen/e son faete a pugnattin;/ dime un po’, voi bello zueno,/comme l’ei o..berettin” (Quelle cose che abbiamo in seno sono fatte a pentolino; ditemi un po’ voi, bel giovane, come avete il…berrettino).

Il tutto tra i lazzi del pubblico e lanci interscambiati di castagne secche, dolcini, coriandoli non solo cartacei ma anche di durissimo gesso e uova, alcune riempite d’essenze profumate -tirate verso il pubblico dai carri allegorici del nobili mascherati solitamente da pastorelli arcadici o sultani e odalische-  altre semplicemente marce, lanciate dai ragazzini del pubblico verso i Nobil Signori.

Agli inizi del 1800 divenne abitudine per i genovesi trascorrere tutte le sere di Carnevale al “Festone dei Giustiniani”, nell’omonimo palazzo.

I “mascheri” nascondevano chiunque rendendolo uguale: dame, sartine, politici, impiegatini, professionisti, commercianti, intellettuali, studenti, professori.
Si entrava o con l’abbonamento (L.8) o col biglietto di una serata (cent. 80).

E si ballavano “delizosa walse, polke, rapide alessandrine” fino a notte fonda, si amoreggiava, si gustavan sorbetti, si partecipava a lotterie e l’ultimo giorno si mangiavan quintali di ravioli.

I Festoni  terminarono nel 1850, quando Palazzo Giustiani fu venduto e tramutato in un nugolo d’appartamenti, ma continuarono altrove, come nei mega Veglioni organizzati nel ridotto del teatro Carlo Felice.  

Infine, dal 1900 al 1960 il Carnevale genovese conobbe altri carri, gli indimenticabili “carrettini”  dei Goliardi che davano vita, a conclusione delle “feriae matricularum”, al Gran Premio Indianapolis.

Gli studenti trascorrevano mesi a fabbricare a casa i traballanti bolidi, sopra i quali si lanciavano a velocità folle giù dal Righi, imboccavan via Cabella, Manin, via Assarotti  e infine – se eran fortunati e ancora interi - arrivavano al traguardo in Piazza Corvetto, davanti al palco delle autorità (Sindaco, Rettore, Princeps Genuensis Goliardiae e suoi Dignitari vari).

I veicoli avrebbero dovuto ricordare le future professioni (es: a forma di barelle per gli studenti di medicina vestiti da squinternati chirurghi), ma spesso la fantasia aveva il sopravvento così si potevan vedere sottospecie di navi vichinghe a rotelle pilotate da baldi giovani dall’elmo cornuto, o carri da pionieri guidati da improbabili indiani e cowboy.

Una curiosità; il Gran Premio Goliardo non ebbe mai una prima edizione, né una seconda, né una ventesima: furon tutte, ma proprio tutte, la Sessantanovesima.

©Mitì Vigliero  

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