di Placida Signora - 31 Gennaio 2008

(Giochi Tradizionali)
Il Barone di Pontelandolfo (Benevento), ricco possidente terriero, era un fanatico del gioco d’azzardo; ogni scusa era buona per fare una partita di qualcosa e mettere in palio poste sostanziose.
Una sera dell’ultima domenica di Carnevale, iniziò a giocare a carte con Pasquale, un suo bracciante; fu una competizione estenuante, che vedeva continue vittorie e sconfitte alternate fra i due. Si concluse all’alba, con Pasquale che vinse al Barone due cascine e delle colline da pascolo.
Avvenne però che le mucche brade del Barone, impipandosene delle regole di gioco, continuarono serafiche a brucar l’erbetta di quelle colline non più appartenenti al loro padrone.
Pasquale allora disse al Barone: “Visto che sono io che sfamo le tue vacche, ho diritto a una parte del cacio che produci col loro latte”.
Ma quello rispose: “Manco per l’anima! Brucano erba che era già cresciuta prima della tua vincita: ergo è ancora roba mia”.
Gli abitanti di Pontelandolfo, come sempre accade, si divisero in due accese fazioni; chi tifava per Pasquale, chi per il Barone.
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di Placida Signora - 30 Gennaio 2008
Che derivi il suo nome da “carnem levare”, togliere la carne, preannuncio dei successivi 40 giorni di Quaresima col relativo digiuno; o da “carni vale”, carne addio, perché in questo periodo si esaurivano le scorte gastronomiche di carne prima della primavera poiché bisognava mangiare solo di magro; o ancora da “carni levamen”, sollievo per la carne, nel senso di libertà temporanea concessa agli istinti più elementari, il Carnevale fu sempre lo sfogo della “carnalità” prima della purificante penitenza.
Un periodo in cui era tutto concesso, “a Carnevale ogni scherzo vale”, e ogni limite morale annullato: “è così poco pulito, che il giorno dopo bisogna metterci sopra le Ceneri”, diceva Paul Vèron.
Essendo una ricorrenza che di spirito religioso non ha proprio nulla, vigeva la totale libertà; in Emilia assicuravano “è come un cardo senza sale far col marito (con la moglie) il Carnevale”; ai veglioni si amoreggiava senza tanti scrupoli morali né sentimentali, tanto si sapeva che “l’amor di Carnevale muore in Quaresima”.
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di Placida Signora - 29 Gennaio 2008
La leggenda di Passo Centocroci

(foto Bundosuzuki)
Sulla Transappenninica emiliano-ligure, quasi in parallelo col passo del Bocco, esiste un altro passo che in epoca romana si chiamava Transitus Carariae e nel Medioevo prese il nome di Centocrucis, Centocroci.
Citato già in un diploma di Carlo Magno del 781 dc, Centocroci era il più importante valico fra la Liguria, la Lunigiana e l’Appennino reggiano; da lì stazionavano soprattutto i commercianti che si recavano ai vari mercati di quelle terre.
La strada era lunga, faticosa e, soprattutto in autunno e in inverno, decisamente disagevole per via della neve e del ghiaccio; così i mercanti spesso si fermavano in conventi-ostelli-ospedali gestiti da frati, per riscaldarsi un poco, mangiare e trascorrere la notte al riparo.
Ma perché si chiama Centocroci? Continua »
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di Placida Signora - 28 Gennaio 2008
Ogni tanto penso che i bambini piccoli siano esseri strani: li osservo sempre con un po’ di sospetto, e confesso di temerli molto.
Forse perché non ci sono abituata, non ho figli; in compenso, oltre un nipotino legittimo, ho un plotone di figli di amiche che hanno deciso di eleggermi Zia ad honorem.
Non so perché, ma si tratta di pargoli i quali, appena nati, hanno provato nei miei confronti un’attrazione irresistibile, decidendo di fare il ruttino, con relativo rigurgito, solo sulla mia spalla, disdegnando quella dei legittimi genitori. Ignorando i rapporti di sangue che implicherebbero una particolare intimità, si rifiutavano di fare popò per giorni, restando nell’attesa di vedermi e di essere da me presi in braccio.
Riflessi condizionati? Può darsi.
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di Placida Signora - 27 Gennaio 2008
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