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Il Regno dei Distratti

di Placida Signora - 25 Novembre 2007

L’Ufficio degli Oggetti Ritrovati

Come sapete sono un’appassionata studiosa del comportamento umano; per questo vagolo in ogni dove alla ricerca di spunti e materiale utilissimi per scrivere quella che sarà la mia opera omnia Lo Stupidario Universale.

Tempo fa, passando al galòp in una via centrale d’una città italiana, sono stata attirata in maniera irresistibile da un cartello posto su un portone: “Ufficio Oggetti Rinvenuti“.
Che poi sarebbe quello che noi tutti chiamiamo “Ufficio oggetti smarriti“, ma in effetti se un oggetto è smarrito vuol dire che non si trova più, mentre se è ritrovato (da persone oneste), viene amorevolmente ospitato qui.

Entrata, mi son messa a chiacchierare con un gentilissimo impiegato che m’ha detto:
“In media qui vengono portati circa 10mila oggetti all’anno; noi prendiamo il nome di chi porta l’oggetto e, se è possibile rintracciare il proprietario, gli spediamo un avviso con su scritto “E’ pregato di regarsi all’Ufficio Oggetti Ritrovati per ritirare un oggetto di sua proprietà“.

E dato che la Fortuna aiuta le placidecuriose, proprio in quel momento è entrata una signora la quale, tenendo in mano il cartellino giallo di convocazione, s’è rivolta all’impiegato dicendo in tono stupito: “Perché mi avete spedito questo? Io non ho perso nulla!”.

Le è stata mostrata una targa d’auto: “A quanto ci risulta, questa è sua”
“Mia?” ha squittito la signora scandalizzata “Ma si figuri, io non ho mai perso la targa dell’auto!”
Una volta avutala in mano però ha spalancato gli occhioni: “Ma guarda…e proprio la mia! E quando l’ho persa?”

Circa quindici giorni prima.
Ma non se n’era mai accorta.
Distratta eh?
Ma c’è di peggio.

Quelli che si perdono di più sono gli ombrelli, una media di 150 ogni 3 mesi, logicamente a seconda delle stagioni.

Seguono i portafogli, documenti compresi; in maggioranza si tratta di smarrimenti coatti, ossia scippi avvenuti di preferenza sui mezzi pubblici da parte di ladri a modo loro gentili i quali fregano i soldi e imbucano nelle cassette postali il portafoglio, magari, come mi ha mostrato l’impiegato, infilandoci dentro un bigliettino con su scritto
Grazie per i soldi che servono a me
I documenti invece sono più utili a te.

Ci mancava un gne gne gne finale, e lo sfottò era completo.

Altri oggetti di comune smarrimento sono occhiali, borse, chiavi, valige e valigette, cartelle scolastiche, guanti, indumenti vari, biancheria (impressionante il numero di reggiseni), cellulari, sacchi pieni di cose varie abbandonati dai vucumprà…
Ma sugli scaffali ho visto anche stufe elettriche, scatolette di pappa per gatti, latte di olio d’automobile, stecche di sigarette, una marea di caschi da motociclista, chitarre, scarpe, libri, seggioloni da bambini e un sacco di passeggini, ringraziando il cielo senza bambino dentro.

Nella stragrande maggioranza dei casi, gli oggetti vengono smarriti su treni, autobus, tram, taxi, ma c’è da chiedersi come sia possibile dimenticare e perdere stampelle, dentiere, protesi ortopediche: c’era una gamba, dal ginocchio in giù, con tanto di calza e scarpa infilate

E poi pellicce, montoni, cappotti, piumoni, giacche a vento; gioielli di ogni tipo (persino un paio di fedi nuove di zecca, ancora nell’astuccio e con data e nomi!), computer, cellulari, monitor, frigoriferi, lavatrici, fotocopiatrici, cavi elettrici, motorini e persino un’enorme lapide in marmo con su scritto A imperituro ricordo (sic).

Per ritirare l’oggetto basta pagare una tassa deposito che varia dai 6 ai 35 euro a seconda del valore dell’oggetto.
Chi invece trova l’oggetto e lo porta qua, se entro un anno questo non viene ritirato dal legittimo proprietario, diventa suo, sempre pagando quella quota.

Fatto sta che ogni anno, degli oggetti mai ritirati si fa un’asta.

L’anno scorso, per 70 euro un signore si è portato via una valanga di ombrelli, impermeabili, macchine fotografiche e un lavello in acciaio inossidabile, nuovissimo, con tanto di (vecchio) prezzo ancora attaccato: 270.000 lire.

A queste aste partecipano molti immigrati extracomunitari; cercano di aggiudicarsi le migliaia di valige smarrite, piene di indumenti. Con pochi euro possono comprarne a decine: rimettono in ordine i vestiti. Quelli della loro taglia li tengono, gli altri li rivendono.

Uscita dall’Ufficio Oggetti Ritrovati, mi sono sentita come Astolfo dopo il viaggio sulla Luna alla ricerca del senno smarrito da Orlando.

Mi sarebbe piaciuto vedere su quegli scaffali anche alambicchi contenenti promesse non mantenute, amori e amicizie perdute, virtù smarrite

Mentre camminavo per strada pensando quanto sia decisamente assurdo che la gente dimentichi così tante cose in giro, ho fatto un dietro front velocissimo per ricatapultarmi al galòp all’Ufficio deve avevo scordato n°1 golfino di lana gialla, n°1 sacchetto LimoniProfumeria e n°1 blocknotes contenente appunti dedicati alla distrazione degli italiani.

©Mitì Vigliero

Che pensa?

di Placida Signora - 24 Novembre 2007

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Pioggia

di Placida Signora - 23 Novembre 2007

Piove, Madonna come piove, senti come viene giù… 

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(foto Gattoamico)

Pioggia in dialetto

piova - Veneto

aegua - Genovese

piova - Bolognese

ploe - Friulano

pieuva - Piemontese

pioeùva - Milanese

piòggia-chiove - Napoletano

…e nelle altre regioni, come si dice?

E quali proverbi/modi di dire dialettali e non, conoscete sulla pioggia?

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Parliamo tutti Arabo

di Placida Signora - 22 Novembre 2007

La lingua italiana è piena di parole decisamente arabe; parole semplici, comunissime, che usiamo quotidianamente.

Queste entrarono a far parte della nostra lingua  già in epoca antichissima quando gli Arabi , più o meno dal 650 al 1100 dC, furono i nostri veri padroni, padroni del Mediterraneo.

Conquistarono un immenso territorio che si estendeva come un enorme abbraccio dai confini dell’India, attraverso l’Africa settentrionale, fino ai Pirenei.
In Italia tennero a lungo la Sicilia, crearono capisaldi sulle coste Italiane dalla Puglia alla Liguria, entrarono in Piemonte, sino alle Alpi; e si sa che i conquistatori lasciano sul terreno non solo sangue, ma anche costumi, usanze e linguaggi.

Ma furono soprattutto i commerci che l’Italia tenne col loro mondo, praticamente da sempre, i veri responsabili dell’adozione, da parte nostra, di parole arabe. Continua »

Storia del Bottone

di Placida Signora - 21 Novembre 2007

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(foto Philippe de Jonckheere, Boutons, 2006)

Piccolo ma fondamentale oggetto, il bottone era conosciuto già nell’Età del Rame; ma i nostri antenati gli preferirono a lungo le fibbie e lo usarano soprattutto come ornamento.

I romani, ad esempio, ne cucivano uno speciale sulla toga; si chiamava, dalla forma a mezzaluna, lunula, ma in realtà era solo una spilla decorativa.

Quando nel 1300 la moda lanciò i vestiti attillati, il bottone per la prima volta si mise a fare il suo mestiere, quello cioè  di chiudere soprattutto corsetti ed abiti, anche perché le camicie venivano ancora chiuse con lacci.

Era sempre prezioso, fabbricato in ambra, cristallo, oro e argento; spesso anche le perle fungevano da bottoni femminili, usanza tutt’ora rimasta per camicette particolarmente eleganti.

Nel 1400 il bottone cadde vittima delle Leggi Suntuarie, che regolavano il lusso dell’abbigliamento cittadino onde evitare inutili ed immorali sfarzi.

Una di queste, emanata a Firenze nel 1415, recitava:  “La donna non possa, ardisca e presuma portare più argento che una libbra d’imbottonatura”.

Se papa Clemente VII (1478-1534) i bottoni se li faceva fabbricare uno a uno addirittura da Benvenuto Cellini, anche le classi più basse della borghesia ci tenevano molto ad esibire bei bottoni, che attaccavano e staccavano volta a volta dagli abiti.

Perché i bottoni in argento, o altro materiale prezioso, erano considerati un buon investimento economico: facili da nascondere in caso di predazioni, comodi da portar via in caso d’improvvisa fuga e, in caso d’emergenza, usabili al posto del denaro.

Perciò in molti luoghi (ad esempio in Liguria, Alto Adige e Sicilia) un set di bottoni in filigrana faceva sempre parte del corredo o della dote delle spose.

Nel 1670, in Inghilterra, apparvero invece i primi bottoni da camicia maschile in oro e argento, il cui numero indicava lo “status” sociale del proprietario.

Sino a tutto il ‘600 i bottoni furono di dimensioni ridotte, ma nel ‘700 e nell’800 ne acquistarono di importanti, variando dai 2 ai 4 cm.; simili a piccoli quadri, riportavano ritrattini, paesaggini, fiorellini, animalini, miniature dipinte a mano su smalto, avorio, porcellana, vetro, delicatamente incorniciate in oro o argento.

Ma attorno alla metà del XIX sec., con l’avvento della Rivoluzione Industriale in grado di fabbricare oggetti e utensili in larga scala, l’uso dei materiali costosi scemò e i bottoni vennero fabbricati in corno, conchiglia, finta tartaruga, legno, metalli poveri; tipici dell’epoca, quelli piccini da donna in vetro nero sfaccettato, detto jais.

Nei primi del XX sec., il movimento artistico dell’ Art Déco rilanciò i bottoni  dal punto di vista estetico e artistico; realizzati in materiali poveri ma particolari quali legno, sughero, madreperla e plastiche sintetiche, sino al 1930 i bottoni  ebbero le forme più strane: serpenti, pacchetti di sigarette, cesti di fiori, gatti, volpi, funghi e cagnolini. Molti vennero foderati in stoffa o decorati con passamanerie.

Nel Quaranta, periodo di guerra, divennero più sobri e funzionali, e così rimasero per lungo tempo; ma dagli anni Sessanta rinacquero in versione gioiello a volte immensi, imitanti pietre preziose, tempestati di strass o semplicemente coloratissimi. Nel 70 tornarono umili e di materiale povero; nell’80-90 riebbero fortuna. Oggi invece sono spesso sostituiti da zip, fabbricati in plastica o metallini, molto poco appariscenti;  e a loro, poverini, non viene più data quell’importanza che in fondo si meritano.

© Mitì Vigliero  
(qui una splendida collezione di bottoni antichi) 

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