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Pioggia

di Placida Signora - 23 novembre 2007

Piove, madonna come piove, senti come viene giù… 

gatti-pioggia.jpg
(foto Gattoamico)

Pioggia in dialetto

piovaVeneto

aeguaGenovese

piovaBolognese

ploe - Friulano

pieuva - Piemontese

pioeùvaMilanese

piòggia-chiove - Napoletano

…e nelle altre regioni, come si dice?

E quali proverbi/modi di dire dialettali e non, conoscete sulla pioggia?

***

 

LupoSordo: Chiov’Puglia del nord. Stizzichea = piovigina. Svavea = Quando c’è la pioggerelina ancora più sottile che molte volte è creata dall’umidità

Catepol: chiovi = piove; “a jetta cu’i cati” = la butta giù coi secchi quindi diluvia; za(c)halija = pioggerellina(dialetto vibonese)

PaoloBeneforti: piove e c’è il sole/ la Madonna annaffia un fiore

Alberto: Ponente ligure Aiga

Rosidue: Tipo di pioggia: Assuppaviddani- pioggia lenta e sottile che fa continuare il lavoro nei campi fino a inzuppare completamente u viddanu – il villico. in siciliano si usa il verbo
chiovi – piove
sta’ chiuvennu – sta’piovendo
finiu di chioviri – ha smesso di piovere

Cynaro: aggiunta sul siciliano. a palermo non “chiove” spesso. più che altro “sbrizzìa” pioggerellina delicata e breve.

Roger: qui

Larvotto: direi l’immancabile “piove, governo ladro” :D In dialetto reggiano comunque è “piòv’

Roquentin: nel napoletano meno inquinato dall’italiano la parola “poggia” non esiste. Esiste il verbo “chiòvere”, “piovere”, intransitivo. Il napoletano dice, per esempio, “Oggi chiòve” e non “Oggi c’è pioggia”. Circa i modi di dire, mi viene in mente solo “Chiove a zeffunno” (piove a dirotto). C’è anche una variante più antica “Chiove a langelle” che significa grosso modo la stessa cosa, però contiene una piccola variazione. Si può tradurre anche con “Piove a scrosci”, come se l’acqua venisse versata da un orcio. Lo precisa Renato de Falco nel suo “Il napoletanario” (edito a Colonnese) che aggiunge: “ricorda il pluebat urceatim del Satyricon di Petronio (che, guarda caso, si svolge proprio a Napoli)”.

SB: Mi viene in mente una filastrocca che mia nonna mi cantava sempre quando piove ma un raggio di sole filtra tra le nuvole:
Piove e c’è i’ sole
la Madonna la coglie un fiore
la lo coglie per Gesù
e domani un piove più
!”

MimosaFiorita: qui

Brigida: cielo a pecorelle pioggia a catinelle .

Luca: Levante ligure ciòve
Ciùvii
ciuviva forte ma u nu s’è bagnou perchè u l’è passou tra na gussa e l’atra (pioveva forte ma non s’è bagnato perché è passato fra una goccia e l’altra, NdPS)
Ciove e luxe u sou l’a raggia di pastou u can u fa a suppa u gattu u ga mangia tutta
Piove e brilla il sole e la rabbia dei pastori il cane fa la zuppa il gatto gliela mangia tutta

Marchino: Quando è fine fine, qui si dice brümèla. E poi c’è il detto: piòf sül sciur e sül puarèt. (piove sul ricco e sul povero, NdPS)

Blimunda: Ricordo di mia nonna, che mischiava piemontese e genovese: “Cioeve, bagneuve, e gallin-ne fan e oeuve!” (Piove, bagnatevi, le galline fanno le uova). Io dico sempre: “Ora ci prendiamo una bella “ramata” d’acqua”, traducendo direttamente dal genovese, e il mio milanesissimo compagno ride come un matto sulla parola “ramata”. Adesso, però, lo dice anche lui.

Solitaire: In alcune zone della Calabria ho sentito *schizzìari* e *zafalìari* – piovigginare.
Ed il detto *A chjioviri e a moriri ‘ci voli pocu*. 

Partenio: A Piacenza si dice che “scarnébbia” quando cade una leggerissima pioggerellina nelle giornate nebbiose. Invece questa filastrocca era cantata quando il sole riappariva dopo la pioggia: Piòva e gh’è ‘l sul / la Madonna la dacqua i fiur / la dacqua i fiur cun l’insalata / la Madonna l’è mèza mata (piove e c’è il sole / la Madonna innaffia i fiori / innaffia i fiori con l’insalata / la Madonna è mezza matta)

Michele: comunque aggiungo che dalle mie parti (caserta) mia nonna diceva “chiove a rangellate”, ma penso abbia lo stesso etimo di “langelle”

AndreaPerotti: Se piove tra luglio e agosto piove miele, olio e mosto!

Gianluca: in romagnolo: piòva (come in veneto e in bolognese…), spiuvégna (con la g dolce, quando “pioviggina”), il romagnolo in questo è abbastanza comprensibile…

Rosidue: Ad aprile ogni goccia un barile.

Anna: “Vento di tramontana la pioggia allontana”. Il modo di dire “Piove sul bagnato” può valere per chi ha tanta fortuna ma anche per chi è molto sfortunato…In alcune zone della Ciociariachiòve”: piove; “schizzichéa” quando cade una pioggerellina sottile.

Boh: a Perugia quando piove piano (o forse in tutta l’Umbria) si dice “pioverilleca”!

Cristella: In Romagna è la piòva. “L’è na piòva ch’la bat s’i còp” (è una pioggia che batte sui coppi)

Sonny&Me: Sta ‘nziddriscia = pioviggina (Nord Salento).
Il rumore della pioggia secondo una allitterazione futurista:
“cheli donge, cheli donge,
opecherè, opecherè.
Tze tze, tze tze.
tt. zz.
t. z.”

Tantovale: “si nun chiovi, chiuvìddica”. Detto siciliano un po’ pessimista, sta per “se non piove, pioviggina”, ossia se non va male del tutto, va comunque un po’ male. E confermo, non c’è una parola per “pioggia”, si usa “acqua” (es.:”ci fu un corpu d’acqua chi m’assuppavi”, letteralmente:”c’è stato un colpo d’acqua che mi sono inzuppata).

oRion: A Macerata: piòe (’o’ aperta) = piove
ha piórdo (’o’ chiusa) = ha piovuto
piuccica = pioviggina

Vipera76: In provincia di Bari si dice:
Piove: Chiouv
Pioviggina: Ins’dcaesc
Piove forte : Intrn’naesc
Tuoni: Tron’r
Lampeggia: D’lampaesc

Lesorja: In Barbaricino quando piove si dice che “est proghènde”, da “pròghia”, anche se normalmente è più facile sentir parlare di semplice “abba”, cioè acqua. Se invece pioviggina si dice che “est rosinènde”, ovvero “ròsinat”.

Pispa: “piòv ‘e piòv
tut i vecc i fa l’amour
fa l’amour in’tna cassètta
piena d’ovva e merda sècca

detto romagnolo vecchio come il cucco, avrà i suoi centanni e più :)))
(ovva è l’uva, perché è d’autunno credo)
e poi c’è il famoso detto inglese
it’s raining cats and dogs” letteralmente “piovono cani e gatti” in effetti è quando piove molto forte

AndreA: In sardo, qui nel campidano, si dice:
ACQUA !!
Si, proprio così…Se si deve dire che: “sta piovendo”, però diventa : ” esti proendi

Naima: a Roma c’è la sgrullata e lo sgrullone che sono piogge forti ed improvvise. Poi c’è l’acquetta quando fa quella pioggerellina (tipida di Roma) detta anche “la pioggia der fregnone” perchè sembra che piova appena appena tanto da non bagnarti ed invece torni a casa zuppo.
Un proverbio carino è: “quando San Pietro mette er cappello,fuggi monello!” (perchè sta per piovere)che poi è stato modificato con “prendi l’ombrello”. Ancora “Piove cor sole tutte le vecchie fanno l’amore”, “Si piove pe li quattro aprilanti, piove quaranta giorni duranti” (nel senso che il tempo che fa il 4 aprile dura per 40 giorni).

Storia del Bottone

di Placida Signora - 21 novembre 2007

philippe-de-jonckheere-boutons-wwwdesordrenet-2006.jpg
(foto Philippe de Jonckheere, Boutons, 2006)

Piccolo ma fondamentale oggetto, il bottone era conosciuto già nell’Età del Rame; ma i nostri antenati gli preferirono a lungo le fibbie e lo usarano soprattutto come ornamento.

I romani, ad esempio, ne cucivano uno speciale sulla toga; si chiamava, dalla forma a mezzaluna, lunula, ma in realtà era solo una spilla decorativa.

Quando nel 1300 la moda lanciò i vestiti attillati, il bottone per la prima volta si mise a fare il suo mestiere, quello cioè  di chiudere soprattutto corsetti ed abiti, anche perché le camicie venivano ancora chiuse con lacci.

Era sempre prezioso, fabbricato in ambra, cristallo, oro e argento; spesso anche le perle fungevano da bottoni femminili, usanza tutt’ora rimasta per camicette particolarmente eleganti.

Nel 1400 il bottone cadde vittima delle Leggi Suntuarie, che regolavano il lusso dell’abbigliamento cittadino onde evitare inutili ed immorali sfarzi.

Una di queste, emanata a Firenze nel 1415, recitava:  “La donna non possa, ardisca e presuma portare più argento che una libbra d’imbottonatura”.

Se papa Clemente VII (1478-1534) i bottoni se li faceva fabbricare uno a uno addirittura da Benvenuto Cellini, anche le classi più basse della borghesia ci tenevano molto ad esibire bei bottoni, che attaccavano e staccavano volta a volta dagli abiti.

Perché i bottoni in argento, o altro materiale prezioso, erano considerati un buon investimento economico: facili da nascondere in caso di predazioni, comodi da portar via in caso d’improvvisa fuga e, in caso d’emergenza, usabili al posto del denaro.

Perciò in molti luoghi (ad esempio in Liguria, Alto Adige e Sicilia) un set di bottoni in filigrana faceva sempre parte del corredo o della dote delle spose.

Nel 1670, in Inghilterra, apparvero invece i primi bottoni da camicia maschile in oro e argento, il cui numero indicava lo “status” sociale del proprietario.

Sino a tutto il ‘600 i bottoni furono di dimensioni ridotte, ma nel ‘700 e nell’800 ne acquistarono di importanti, variando dai 2 ai 4 cm.; simili a piccoli quadri, riportavano ritrattini, paesaggini, fiorellini, animalini, miniature dipinte a mano su smalto, avorio, porcellana, vetro, delicatamente incorniciate in oro o argento.

Ma attorno alla metà del XIX sec., con l’avvento della Rivoluzione Industriale in grado di fabbricare oggetti e utensili in larga scala, l’uso dei materiali costosi scemò e i bottoni vennero fabbricati in corno, conchiglia, finta tartaruga, legno, metalli poveri; tipici dell’epoca, quelli piccini da donna in vetro nero sfaccettato, detto jais.

Nei primi del XX sec., il movimento artistico dell’ Art Déco rilanciò i bottoni  dal punto di vista estetico e artistico; realizzati in materiali poveri ma particolari quali legno, sughero, madreperla e plastiche sintetiche, sino al 1930 i bottoni  ebbero le forme più strane: serpenti, pacchetti di sigarette, cesti di fiori, gatti, volpi, funghi e cagnolini. Molti vennero foderati in stoffa o decorati con passamanerie.

Nel Quaranta, periodo di guerra, divennero più sobri e funzionali, e così rimasero per lungo tempo; ma dagli anni Sessanta rinacquero in versione gioiello a volte immensi, imitanti pietre preziose, tempestati di strass o semplicemente coloratissimi. Nel 70 tornarono umili e di materiale povero; nell’80-90 riebbero fortuna. Oggi invece sono spesso sostituiti da zip, fabbricati in plastica o metallini, molto poco appariscenti;  e a loro, poverini, non viene più data quell’importanza che in fondo si meritano.

© Mitì Vigliero  
(qui una splendida collezione di bottoni antichi) 

La Torta di Riso Genovese

di Placida Signora - 20 novembre 2007


Quella che dicono che è finita ;-)

Le torte salate in Liguria hanno origini antiche; il letterato Ortensio Lando (Milano, 1512-Venezia, 1553), compilò il Commentario delle più notabili et monstruose cose d’Italia, al quale aggiunse un Catalogo delli inventori delle cose che si mangiano et si bevano.

In quest’opera il Lando menziona le genovesi “torte pasqualinhe, di verdure o d’altro vario contenuto” , soprannominate “torte gattafure” perché le gatte volentieri “le furano, et vaghe ne sono“; ma “vago” ne era pure lui, visto che nel testo dichiarò “a me piacquero più che all’orso il mele o le pere moscatelle“.

Le torte salate nacquero al solito per motivi meramente economici legati alla celebre “praticità parsimoniosa” ligure; con poco e vario materiale (e quindi poche palanche), si poteva creare un piatto unico, appetitoso e nutriente, buono da mangiare sia caldo che freddo standosene seduti a tavola, in barca, o in piedi appoggiati a uno scoglio.

Una delle più famose e antiche “gattafure” liguri è la torta di riso; ecco la ricetta.
Pasta:
250 gr di farina, 2 cucchiai d’olio, 1 pizzico di sale e acqua appena tiepida qb.
Lavorare l’impasto a lungo, non dovrà essere troppo sodo, altrimenti aggiungere ancora acqua finché s’ottiene una pasta tanto morbida ed elastica da potersi tirare con le sole dita.
Dividere l’impasto in pezzi della grandezza di un limone, infarinarli e metterli in una pirofila coperta poi con un canovaccio bagnato e ben strizzato. Lasciare riposare almeno per 6 ore. Poi re-impastarli tutti insieme lavorando ancora un po’. Infine tirarla sottile sottile.

Ripieno:
3 h. di riso; latte; 2 uova; 150 gr. di prescinseua (cagliata di latte) o ricotta o formaggetta acidula; 1 manciata molto abbondante di grana grattugiato; 1 cucchiaio d’olio; noce moscata; sale.
Ungere una teglia bassa (come quella da crostate, perfetto il pirex) e foderarla con la pasta, lasciando che ne escano 3 dita circa dal bordo.
Mettere a bollire il latte con un pizzico di sale, unire il riso e cuocere molto al dente, lasciandolo poi a riposare nel latte stesso. A parte, in una terrina sbattere la ricotta (o la cagliata), 1 uovo intero più il bianco dell’altro (mettere il rosso da parte), il grana e una grattata di noce moscata. Unire il composto nel riso e latte tiepidi; mescolare molto bene e versare questa “crema” nella teglia (lo strato deve essere di circa 3, 4 cm). Ripiegare i bordi della pasta all’interno, per tener fermo il ripieno. In una tazzina mescolare il rosso d’uovo rimasto insieme a un filo d’olio, spennellandolo poi delicatamente sul riso. Infornare a 220° per 30 minuti (sul riso deve formarsi una lievissima crosticina dorata). Consumare tiepida o fredda.

©Mitì Vigliero, Liguria, ricette raccontate, Idealibri

Placide Domeniche Culturali

di Placida Signora - 18 novembre 2007

La Danza delle Ore

musica di
Amilcare Ponchielli

Prima Parte

Seconda Parte

di Placida Signora - 16 novembre 2007

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