Storia dei Guanti
Un giorno la dea Venere, correndo in un bosco del monte Olimpo, cadde posando le mani su di un cespuglio di rovi, e se le graffiò malamente.
Le Grazie allora cucirono delle sottilissime bende attorno alle sue dita e ai suoi palmi, affinché v’aderissero alla perfezione.
Così, secondo la leggenda, nacquero i guanti, ma in realtà è più probabile che essi vedessero la luce più che nella calda Grecia, in qualche luogo del freddo Nord.
Dal IV sec. dC il guanto perse la sua funzione di oggetto meramente parafreddo, per assumere il simbolo d’eleganza e potenza.
I nobili medioevali li portavano in velluto e tempestati di gemme, mentre i cavalieri li avevano in maglia d’acciaio, destinati a proteggere le mani sollevanti pesantissime spade durante le tenzoni.
In quel periodo il guanto fu indumento prettamente maschile, addirittura proibito alle donne mediante un apposito decreto, poiché esclusivo segno di mascula autorità.
Imperatori e re, durante le cerimonie d’investitura dei feudatari, donavano appunto un paio di guanti.
Fu solo nel IX sec. che le donne riuscirono ad impossessarsene, facendone degli oggetti lussuosi e meramente decorativi; pelli finissime, tessuti preziosi, ricami, bottoni in perle e pietre preziose.
Furono soprattutto gli artigiani francesi e italiani a gestire il mercato dei guanti, facendo gara a chi riuscisse a fabbricarne di più originali; ad esempio fu molto di moda ricamare sui dorsi, con fili d’oro e d’argento, gli stemmi di famiglia.
Nel sec. XIII furoreggiarono i guanti veneziani, confezionati in stoffe rarissime e letteralmente incrostati di pietre provenienti da quei mercati d’Oriente con cui la Serenissima aveva continui rapporti commerciali.
I Dogi ne ordinavano tempestati di zaffiri, rubini e smeraldi, ricamati in modo tale che ricordassero i disegni dei merletti di Burano; lo stesso facevano Papi e regnanti (qui i guanti da cerimonia di Federico II, anteriori al 1220 e conservati a Vienna nel Kunsthistorisches Museum)
Ma fu proprio in quel periodo che il guanto divenne anche un simbolico strumento sia di sfida a duello, lanciato o sbattuto sprezzantemente sul volto dell’avversario, sia di solenne richiesta di vendetta contro una condanna ingiusta.
A questo proposito, la storia narra che il giovanissimo Corradino di Svevia, salendo sul patibolo, lanciò sulla folla un guanto che venne raccolto da Giovanni da Procida, futuro promotore dei Vespri Siciliani.
Col passare del tempo, i guanti riacquistarono il loro primitivo incarico, quello ciò di proteggere semplicemente le mani; divennero più sobri, di lana o pelle foderata di pelliccia per l’inverno, di nappa sottile o leggerissimo “filet” per l’estate.
Sino alla metà del Novecento, furono un accessorio praticamente indispensabile, che rivestiva una funzione sia igienica, riparando le mani da eventuali germi stazionanti in luoghi pubblici (ad esempio tram e treni), sia di pudica distinzione.
Ancora sino alla fine degli anni ’60, soprattutto in Lombardia, Toscana e Piemonte, era facile incontrare distinte e giovani madamìn che, in qualunque stagione dell’anno, sarebbero magari uscite di casa in pantofole, ma mai senza guanti.
Corollario
Tittieco: Il significato della frase > essere trattato con i guanti bianchi?
Significa trattare qualcuno con estrema gentilezza, cortesia e attenzione. Deriva probabilmente dal fatto che in tempi lontani la servitù indossava sempre guanti di stoffa color bianco; più sottili e fini per i servizi in tavola o per aiutare a vestirsi, più robusti ma sempre morbidi per certe pulizie, come la lucidatura degli argenti o il lavaggio/spolvero di delicatissimi oggetti quali cristalli e porcellane, manovre durante le quali statuine, bicchieri e affini venivano maneggiati con estrema, delicata cautela. NdPS.
Oh, se avessi l’Arcivernice…
Nel 1930 Giovanni Manca creò, per il Corriere dei Piccoli il personaggio di Pier Cloruro De’ Lambicchi, uno scienziato pazzoide ma geniale che aveva inventato l’Arcivernice, un fluido trasparente che spalmato su un’illustrazione, un disegno, una foto o un quadro raffigurante personaggi del passato, animali, cose o oggetti vari li faceva diventare vivi e veri.
Giochiamo a immaginare solo per un attimo che l’Arcivernice esista davvero.
Voi su cosa o chi la spalmereste, e perché?
***
Baol: Io la spalmerei sulla foto di De Andrè.
Alberto: Sulla Gioconda. Perché è il mistero, uscire dal mistero. Forse sarebbe una delusione, ma scoprire un mistero mi attira.
Anna: Su alcuni disegni di Escher, come salita e discesa o mani che disegnano… così, per vederli in movimento.
LupoSordo: Su una foto di mio nonno materno. Non lo mai conosciuto, ma mi hanno sempre raccontato che era un vero spasso…
Amosgitai: Gabriele Sandri: un ragazzo in più e il rimorso (spero) di un poliziotto in meno.
Maxime: Su un disegno raffigurante Babbo Natale, ché alla fine mica è giusto che non esista.
Brigida: Sarà scontato, ma io la spalmerei sulle foto di papà .
Chamfort: Su questa. perché vorrei viverci sino alla vecchiaia.
Gianluca: la conserverei e lascerei nel testamento la consegna di spalmarla su una mia foto :)
a parte gli scherzi, la spalmerei sulla Sindone, così la facciamo finita; oppure su una foto della partenza del Titanic, per fare scendere tutti…
Radiowaves: Su me stesso.
SB: Sul poster delle maldive che ho in ufficio. Per organizzare un’ “evasione”
PaoloBeneforti: ancora nessuno che ha indicato una bella gnocca? :P bon, allora io spennello Scarlett Johansson, Louise Brooks e Irene Jacob. ;)
Blimunda: Sono con Baol. Ma anche sulle foto di tutti i miei gatti che non ci sono più.
Antar: Andrea Pazienza. Per aver anche una sola nuova tavola sua…
Vipera76: Su tutti i dipinti di Van Gogh. E sulle foto di Enrico Berlinguer e Aldo Moro.
Krishel: Risposta seria: sulla foto dei miei genitori. Per averli di nuovo con me. Risposta giocosa: sulla foto di Peter Gabriel of course. Così potrebbe cantare con la sua splendida voce.
Luca: io qui farei un gioco, farei il gioco dei se fosse..magari verrà un pò lungo e tedioso, ma mica mi puoi fermare ora! se fosse una persona: (continua)
Lune: penso che non lo spalmerei, ma rimarrei indecisa fino all’eternità davanti tantissime foto…
Skip: io la spalmerei sull’ottimismo , sull’ironia e sulla libertà…oppure su coloro che mi hanno lasciato un po’ della loro polvere di stelle e non sono più…
SdL: Su Mussolini, per dargli un sacco di botte
Beppe: Per par condicio, spalmerei Stalin. E poi li chiuderei tutti e due in una stanza a sbranarsi.
Per piacer mio – ché la politica mi tedia sempre di più – arcivernicerei una serie di pastasciutte che sto guardando su una rivista gastronomica (ho saltato il pranzo, e fra un poco mi mangio il mouse)
Pispa: sul… bip di … bip, ma il perché non ve lo sto a spiegare
Solitaire: Su una foto di Nannarella. Perché mi sono stufata di vedere il cinema italiano rappresentato da sciacquette.
Storia dei Biglietti d’Auguri
L’àugure (da “augur-auguris”) presso i Romani era colui che prediceva il futuro interpretando sogni, volo degli uccelli, fenomeni atmosferici e così via.
L’augùrio (“augurium”, presagio) è quindi la manifestazione del desiderio che si realizzi qualcosa di bello e buono per noi e per gli altri.
Per questo già nell’antica Roma, nel periodo iniziale dell’anno ci si scambiavano verbalmente augùri nella speranza di futuri momenti felici.
Il primo biglietto augurale per le feste Capodanno risale al 1475 e fu scritto da uno studente tedesco a un suo insegnante; per tutto il Cinquecento studenti e professori avevano l’uso di scambiarsi goliardici auguri scritti in occasione del San Silvestro.
Fu solo alla fine del Settecento però che lo scambio di biglietti augurali divenne un uso anche esterno alla scuola, coinvolgendo pure la sacra festività del Natale; si trattava sempre però di biglietti vergati a mano e privi di decorazioni.
All’inizio dell’Ottocento, fra i nobili e ricchi venne la moda di spedire cartoncini preziosi incisi o litografati con opere di celebri artisti contemporanei; ma verso la metà del secolo, grazie allo sviluppo della stampa, l’invio di biglietti per le Sante Feste divenne un fenomeno di massa.
La prima cartolina augurale “popolare” fu creata nel 1870 da un litografo inglese, tal John S. Day, che stampò su un’ufficiale e nuda cartolina postale da mezzo penny una cornicetta composta da vischio e agrifoglio, riportante nel centro la classica frase “Buon Natale e felice Anno Nuovo”.
Da lì, per tutto il periodo vittoriano (la regina Vittoria fu una vera e propria fan dei biglietti d’auguri) fu un proliferare di fantasie; vennero commercializzati biglietti intagliati, simili a merletti, ricamati, tridimensionali, luccicanti, riportanti immagini tipiche del periodo:candele, paesaggi innevati, comete, bambini festosi, presepi, Santa Claus, futuro Babbo Natale e abeti decorati.
I biglietti e le cartoline d’auguri ebbero il massimo successo nei primi anni del Novecento; grandi artisti specializzati in pubblicità come Dudovich disegnarono immagini bellissime, soprattutto raffiguranti donnine sorridenti avvolte in sciarpe e manicotti, mollemente adagiate su slitte foderate di pelliccia o intente a piroettare su piste da ghiaccio.
All’estero il precursone dell’art nouveau Alphonse Mucha impazzava con le sue splendide femmine floreali.
E tutto il Nord Europa, da sempre specialista del gusto della decorazione natalizia, aveva creato vere industrie “editoriali” che rifornivano il mondo intero dei loro biglietti augurali grazie alla massiccia presenza degli emigranti sparsi per il globo.
Ma già alla fine della Prima Guerra Mondiale il biglietto raffinato e ricercato cadde in disuso; vi fu sempre un frenetico scambio, ma si era persa la qualità sia della carta che della decorazione, cadendo nella banalità.
Dagli anni Novanta i biglietti d’auguri sono diventati quasi sempre un semplice “accompagnapacco”; oggi ve ne sono sempre meno ad ingombrare le nostre scrivanie, sostituiti da altri messaggeri d’augurio quali e-mail, biglietti multimediali, sms o affini: auguri più rapidi, moderni e tecnologici certo, ma di sicuro molto meno romantici.
Il Lavoro
Proverbi e Modi di Dire
Jerome diceva: “Mi piace il lavoro, anzi ne sono innamorato. Posso star seduto a contemplarlo ore e ore”.
Ammettiamolo, lavorare per l’uomo non è mai un sollazzo; in fondo c’è sempre di mezzo il ricordo della maledizione che, a causa del “lavoro di fino” che compì il Serpente quando “si lavorò” quella stupidona di Eva, il Padreterno scagliò su Adamo cacciandolo dall’Eden: “In sudore vultus tui vesceris panem tuum”.
Perciò il lavoro è da sempre collegato direttamente al nostro stomaco; si sa che “chi non lavora non mangia” e i tedeschi esortano i fannulloni dicendo “lavora, ché i piccioni arrostiti non volano sulla tavola!”; in Emilia sentenziano “chi si vergogna di lavorare abbia vergogna di mangiare” mentre per i cinesi “chi lavora con fatica mangerà con piacere”.
“Il lavoro nobilita”, ma è faticoso; “lavorare come un mulo” sino a “spezzarsi la schiena” può rendere così stanchi da impedire ogni altro piacevole svago; arrivati a sera non si sogna altro che mangiare quel biblico “pane guadagnato col sudore della fronte” per poi filare a letto a dormire, evitando magari anche ogni biblico contatto col legittimo consorte: “dove si lavora, Monna Venere non posa”. Continua »





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