Storia dei Guanti
Un giorno la dea Venere, correndo in un bosco del monte Olimpo, cadde posando le mani su di un cespuglio di rovi, e se le graffiò malamente.
Le Grazie allora cucirono delle sottilissime bende attorno alle sue dita e ai suoi palmi, affinché v’aderissero alla perfezione.
Così, secondo la leggenda, nacquero i guanti, ma in realtà è più probabile che essi vedessero la luce più che nella calda Grecia, in qualche luogo del freddo Nord.
Dal IV sec. dC il guanto perse la sua funzione di oggetto meramente parafreddo, per assumere il simbolo d’eleganza e potenza.
I nobili medioevali li portavano in velluto e tempestati di gemme, mentre i cavalieri li avevano in maglia d’acciaio, destinati a proteggere le mani sollevanti pesantissime spade durante le tenzoni. Continua »
Storia dei Biglietti d’Auguri
L’àugure (da “augur-auguris”) presso i Romani era colui che prediceva il futuro interpretando sogni, volo degli uccelli, fenomeni atmosferici e così via.
L’augùrio (“augurium”, presagio) è quindi la manifestazione del desiderio che si realizzi qualcosa di bello e buono per noi e per gli altri.
Per questo già nell’antica Roma, nel periodo iniziale dell’anno ci si scambiavano verbalmente augùri nella speranza di futuri momenti felici.
Il primo biglietto augurale per le feste Capodanno risale al 1475 e fu scritto da uno studente tedesco a un suo insegnante; per tutto il Cinquecento studenti e professori avevano l’uso di scambiarsi goliardici auguri scritti in occasione del San Silvestro.
Fu solo alla fine del Settecento però che lo scambio di biglietti augurali divenne un uso anche esterno alla scuola, coinvolgendo pure la sacra festività del Natale; si trattava sempre però di biglietti vergati a mano e privi di decorazioni.
All’inizio dell’Ottocento, fra i nobili e ricchi venne la moda di spedire cartoncini preziosi incisi o litografati con opere di celebri artisti contemporanei; ma verso la metà del secolo, grazie allo sviluppo della stampa, l’invio di biglietti per le Sante Feste divenne un fenomeno di massa. Continua »
Il Lavoro
Proverbi e Modi di Dire
Jerome diceva: “Mi piace il lavoro, anzi ne sono innamorato. Posso star seduto a contemplarlo ore e ore”.
Ammettiamolo, lavorare per l’uomo non è mai un sollazzo; in fondo c’è sempre di mezzo il ricordo della maledizione che, a causa del “lavoro di fino” che compì il Serpente quando “si lavorò” quella stupidona di Eva, il Padreterno scagliò su Adamo cacciandolo dall’Eden: “In sudore vultus tui vesceris panem tuum”.
Perciò il lavoro è da sempre collegato direttamente al nostro stomaco; si sa che “chi non lavora non mangia” e i tedeschi esortano i fannulloni dicendo “lavora, ché i piccioni arrostiti non volano sulla tavola!”; in Emilia sentenziano “chi si vergogna di lavorare abbia vergogna di mangiare” mentre per i cinesi “chi lavora con fatica mangerà con piacere”. Continua »




