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Come nacque il paparazzo

di Placida Signora - 10 Ottobre 2007

Storia di una parola
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(paparazzo in bronzo a Bratislava)

George Gissing, nato nel 1857 nello Yorkshire e morto in Francia nel 1903, fu uno scrittore estremamente prolifico: 27 libri in soli 46 anni di vita.

Innamorato del Mediterraneo e della cultura classica della Magna Grecia, alla fine dell’Ottocento, con pochissimi soldi e un enfisema polmonare, riuscì ugualmente a compiere un lungo viaggio nel meridione d’Italia.

Visitò Paola, Taranto, Crotone, Catanzaro, Squillace, Reggio ecc.; entusiasta dei paesaggi, delle rovine archeologiche, dei profumi dei fiori e degli agrumi, di un cielo così diverso da quello inglese, da tipico scrittore-viaggiatore vittoriano raccontò esperienze, genti e luoghi nel bel libro “Sulle rive dello Jonio”, che fu pubblicato nel 1901.

Cinquantasette anni dopo, mentre lavorava con Fellini alla sceneggiatura de “La Dolce Vita”, Ennio Flaiano stava diventando matto a trovare il nome da dare al personaggio interpretato nel film da Walter Santesso: un fotografo che accompagnava nei servizi il giornalista protagonista Marcello Mastroianni.

Doveva essere un nome speciale, “rumoroso”, semplice ma maestoso e nello stesso tempo inelegante: un nome che calzasse a pennello ad un tipo frenetico e invadente.

Nel 1962, in un articolo su “L’Europeo” poi raccolto ne “La solitudine del satiro”, così Flaiano ricordava quei momenti:
“Roma, giugno 1958. Una società sguaiata, che esprime la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo realmente la vita, merita fotografi petulanti. Via Veneto è invasa da questi fotografi. Nel nostro film ce ne sarà uno, compagno indivisibile del protagonista (…) Ora dovremmo mettere a questo fotografo un nome esemplare, perché il nome giusto aiuta molto e indica che il personaggio «vivrà». Queste affinità semantiche tra i personaggi e i loro nomi facevano la disperazione di Flaubert, che ci mise due anni a trovare il nome di Madame Bovary, Emma. Per questo fotografo non sappiamo che inventare…”

Un giorno, aprendo a caso “Sulle rive dello Jonio”, lesse la pagina del capitolo XIII in cui Gissing descrive la figura del proprietario dell’albergo in cui aveva alloggiato a Catanzaro nel 1897: il Centrale , ora scomparso, situato in corso Vittorio Emanuele, oggi Giuseppe Mazzini.

L’albergatore era un signore molto gentile, cerimonioso, un po’ barocco e pure lievemente lamentoso, che aveva affisso sulla porta delle stanze degli ospiti un accorato ma stilisticamente esilarante messaggio in cui diceva di esser venuto a conoscenza - con sommo dolore - che alcuni di loro andavano a mangiare in altri ristoranti; quindi supplicavai suoi respettabili clienti affinché vogliano benignarsi il ristorante” dell’albergo, anziché favorire quelli della concorrenza.
Firmato: Coriolano Paparazzo.

Flaiano, folgorato “dal suono surreale del prestigioso nome”, con l’approvazione di Fellini decise:
“Il fotografo si chiamerà Paparazzo. Non saprà mai di portare l’onorato nome di un albergatore delle Calabrie, del quale Gessing parla con riconoscenza e con ammirazione. Ma i nomi hanno un loro destino.”

©Mitì Vigliero

Fra 30 anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la TV (Ennio Flaiano, 1970)

Fantasmi a Torino

di Placida Signora - 9 Ottobre 2007

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(foto RegionePiemonte)

Nonostante l’aspetto da madamìn sussiegosa e distinta, di quelle che mai dimenticano d’indossare cappellino e guanti, Torino è sempre stata considerata città in bilico trai i profumi di rosolio e zolfo.

Non per nulla fu sfondo ideale dei feuilleton noir della sabauda Carolina Invernizio e nel 1934 del primo giallo Mondadori italiano, “L’uomo dai piedi di fauno”, ispirato alla storia vera del “mostro di Via Consolata”, Giovanni Gioli, che nel 1902 uccise nei fondi di Palazzo Paesana una bimba di cinque anni.
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Non per nulla Torino fu scelta come scenario da Dario Argento, che riuscì a rendere inquietante non solo Piazza CNL, ma a sfruttare al massimo in “Profondo rosso l’atmosfera lugubre della “villa del bambino urlante” alias Villa Scott  (corso Lanza 57), una splendida casa Liberty costruita nel 1902 dall’architetto Pietro Fenoglio, sospettato di magia nera.
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E non per nulla proprio a Torino il Lombroso iniziò a raccogliere nella sua casa in contrada Zecca n° 100 (oggi via Verdi), la collezione di teschi, cervelli in formalina, lembi di pelle tatuata e simili godurie che formarono poi il suo orripilante Museo Criminologico custodito oggi in corso Galileo a Medicina Legale.

Il boia , che per tradizione abitava in via Bonelli, a Torino ebbe sempre un gran daffare; il nome di corso Valdocco pare derivare da “vallis occisorum”, la valle degli uccisi, perché vi venivano giustiziati i condannati a morte.
E lo slargo formato dall’incrociarsi dei corsi Valdocco, Regina Margherita e Principe Eugenio (Via Cigna) si chiama “rondò d’la furca”. Lì dove oggi c’è la statua di San Giuseppe Cafasso – sacerdote che confortava i condannati - sorgeva infatti il patibolo che rimase a lungo, come memento, anche quando venne abolita la pena di morte.
Pure città di messe nere, Torino: il cardinal Ballestrero nel 1986 denunciò un acuirsi di satanismo e ordinò ben sei nuovi esorcisti. Ma soprattutto città di spettri; in Piazza Carlina (piazza Carlo Emanuele II, ma nessuno la chiama così) durante l’occupazione napoleonica venne collocata la ghigliottina.
La prima testa a cadere fu quella della  Bella Capléra, una cappellaia che lì aveva fatto fuori il marito e pare continui a manifestarsi come agitato spettro roso dal rimorso… 
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A Palazzo Madama, nel salone delle feste appare Madama Cristina (Maria Cristina di Francia) con lungo abito a strascico; accarezza, chissà perché, le pareti del salone.Invece il candido spettro di Maria Adelaide, piissima moglie di Vittorio Emanuele II, si vede sul far dell’alba aleggiare sulla collina di Superga: tiene le braccia allargate, come volesse abbracciare la città da cui fu tanto amata.

E nel cimitero Generale è conservata la statua della  principessa Barbara Beloselskij detta Varvara, morta ventottenne a Torino nel 1792.
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E’ ritratta coperta da un lungo velo, che non ne cela la bellezza; talvolta si stanca di star lì, e si reca alla sua sepoltura originaria, l’ex cimitero di San Pietro in Vincoli: dicono che se un uomo la vede, se ne innamora.
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Infine in piazza Bodoni la prima notte di luna piena si ode un sommesso sussurrare; sono i torinesi illustri ritratti nei 52 medaglioni sovrastanti i portici: lo statista Bogino, la poetessa Diodata Saluzzo , il giurista Barbaroux e molti altri, che nella notte si parlano rimpiangendo forse i bei tempi andati.

©Mitì Vigliero

 

Fantasmi a Milano

di Placida Signora - 8 Ottobre 2007

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(Dino Buzzati, Piazza del Duomo di Milano, 1952, olio su tela)

Nonostante sia la capitale degli affari e della concretezza, Milano risulta ai primi posti delle città italiane popolate da fantasmi.

Ad esempio, si dice che alla Scala compaia spesso la Callas che vorrebbe vendicarsi d’essere stata lì fischiata durante una delle sue ultime rappresentazioni, mentre Bernarda Visconti, figlia di quel bel tipino che era Bernabò, si aggira nel chiostro di Santa Redegonda: colpevole d’adulterio fu imprigionata dal dolce papà e lasciata morire di fame.

Nel Parco Sempione sino agli anni ’50 compariva una misteriosa e fascinosa signora vestita e velata di nero che adescava i passanti; portava il sedotto in una splendida casa che appariva all’improvviso nel parco,  e poi si toglieva il velo svelando un teschio dal sorriso civettuolo.

In via Paolo Sarpi vaga un monaco scarmigliato che urla invettive feroci contro la corruzione della società: se però qualcuno si ferma ad ascoltarlo, lui timidone svanisce.

In via Mecenate si vede talvolta la figura di un robusto signore in antiquato giubbotto di pelle; sembra si tratti di Gianni Caproni, che cerca inutilmente la sua scomparsa officina d’aerei.

In piazza Santo Stefano, in un loco ameno quale la cappella brulicante ossa umane chiamata “San Bernardino dei Morti” ovviamente non può mancare un fantasma; lo scheletro di una bimba, probabilmente la più giovane del mucchio, che la notte del 2 novembre si disincastra dal cumulo dei suoi simili posto alla sinistra dell’altare, mettendosi a capo di una lunga processione scatenata di scheletri danzanti. 

Vi è poi lo spettro di Carlina di Schignano; il giorno che sposò il suo Renzino vestiva completamente di nero, come fosse in lutto: stratagemma questo usato dalle fanciulle del paese per tenere nascoste le nozze ed evitare quindi d’esser sottoposte allo “jus primae noctis” del feudatario locale.

In realtà Carlina aveva già concesso ad un altro quel diritto, rimanendo incinta; e sposando Renzino sperava di spacciargli quel figlio per suo.
I due sposi andarono in viaggio di nozze a Milano, e da perfetti turisti salirono sul tetto del Duomo; era un freddo autunno avvolto di nebbia.
Carlina, circondata da tutte quelle statue di draghi e mostri che parevano guardarla furenti per il suo inganno, in preda ai sensi di colpa si buttò di sotto; il marito vide il corpo cadere, ma arrivato in piazza non lo trovò.
Non fu mai trovato.
In compenso oggi  Carlina vestita di nero dicono appaia nelle foto scattate agli sposi che escono dal Duomo. 

Nella strettissima via Bagnera infine si avverte talvolta un misterioso soffio d’aria gelida; pare si tratti della “presenza” del muratore Antonio Boggia che dal 1849 al 1859 ammazzò quattro persone , murandole poi tagliate a pezzi nel magazzino che aveva in quella strada; la sua fu l’ultima impiccagione che avvenne a Milano,  in uno slargo tra porta Vigentina e porta Ludovica, il 6 aprile 1862.

La testa del “Mostro di Via Bagnera” venne analizzata dal Lombroso, che ne fece l’archetipo di “fisionomia tipica dell’assassino”. 
©Mitì Vigliero

Le cose che piacciono a me

di Placida Signora - 6 Ottobre 2007

Ricorderete tutti il film Tutti insieme appassionatamente; una delle canzoni più carine è My Favorite ThingsLe cose che piacciono a me“. Purtroppo su youtube c’è solo una versione originale dal sonoro fallato, quindi non la linko; ma il testo in italiano inizia così:

Cieli pieni di stelle
gocce di pioggia sul verde dei prati
…sciarpe di lana, guantoni felpati,
più che il sapore, il colore del the:
ecco le cose che piacciono a me!
Torte di mele, biscotti croccanti,
bianchi vapori dai treni sbuffanti,
quando ti portano a letto il caffè.
ecco le cose che piacciono a me!

E prosegue con un elenco di tutte quelle piccole grandi cose che possono rendere felici, senza un motivo particolare: semplicemente perché ci piacciono.

Se dovessi farlo io, quell’elenco, direi: il profumo del pane e del pitosforo, il sapore della focaccia, il pesto, gli odori di fieno, cuoio, tartufo e camino, le giornate lunghe dell’estate, i gatti e i gufi, i limoni e le castagne, il cielo intorno alla luna piena, menta e cioccolato, il letto con lenzuola appena stirate, il colori rosso, glicine e turchese

E quale sarebbe il vostro elenco?   
***

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L’igienico cavallino

di Placida Signora - 5 Ottobre 2007

 Storia del bidé

 Nel 1700 in Francia, sua patria, venne battezzato “bidet” (cavallino); è uno dei sanitari che incredibilmente ha avuto (e ha tuttora) più difficoltà a farsi accettare nell’uso dell’igiene quotidiana, a causa delle sue origini.

Se all’inizio serviva a cavalieri e amazzoni per placare le irritazioni dovute alle lunghe ore passate in sella, divenne subito strumento utilizzato soprattutto dalle prostitute, sia da loro che - per obbligo di legge sanitaria - dai clienti prima e dopo le “consumazioni”.

Ricordiamo inoltre che il XVIII secolo fu assai restio all’igiene; molti medici erano convinti che l’acqua fosse dannosa per l’organismo umano, e il cristianesimo considerava un peccato guardarsi o toccarsi il corpo nudo durante le abluzioni.
Ma anche lo stesso illuminato Diderot nel 1768 insegnava alla figlia la vera base del decoro: “la necessità di celare a se stessi quelle parti del corpo la cui vista potesse indurre al vizio”.

 

Se quindi gli uomini associavano il bidé alle loro frequentazioni di donnine allegre, per le donne farne uso significava essere paragonate a quelle.

Furono solo le nobili più… disinvolte a utilizzarlo quotidianamente; la prima testimonianza risale al 1726, nelle “Mémories” del ministro degli esteri francese Louis de Voyer, marchese D’Argenson, che racconta di aver un giorno sorpreso Madame de Pie, amante del duca Luigi Enrico di Borbone, mentre utilizzava la “sedia di pulizia”; una vaschetta di spesso legno, dalla forma di violino, supportata da uno sgabello a quattro piedi.

Allora erano gli ebanisti che fabbricavano preziosi bidé, e ciascuno aveva il suo modello esclusivo; nel 1739 Remy Pàverie lanciò sul mercato quello per coppie affiatate, doppio, con schienali affiancati; nel 1751 il laboratorio Duvaux ne forgiò per la Marchesa di Pompadour uno “con schienale impiallacciato in legno di rosa e modanature floreali, piedi e ornamenti in bronzo dorato”, e poi per M.me de Talmont Saint-Germain un altro in ciliegio selvatico con intarsi in legno d’amaranto, sgabello rivestito di pelle rosa e impunturato di borchie dorate; nel 1762 Jacques Dulin creò un vezzoso modello portatile di metallo laccato e decorato a fiori o scene mitologiche, con piedi svitabili.

Nell’Ottocento il bidé (“bidetto” o “bidello”, sic , come veniva chiamato in Italia), venne quasi ignorato dalle persone morigerate; la borghesia fascista anni Trenta lo tollerava solo come strumento atto a persone malate; era venduto alla Rinascente per £.60.

Molti artisti ne furono pubblicamente detrattori, come Verlaine, Isadora Duncan e Henry Miller; molti pittori lo rappresentarono, come Picasso, Forain e Luigi Bartolini.

Negli anni Sessanta in Germania era ancora completamente sconosciuto; gli inglesi lo disprezzano, gli americani lo considerano tuttora una incomprensibile e un po’ scostumata bizzarria  del vecchio continente.

Oggi viene usato dal 97% degli Italiani, dal 47% dei francesi e portoghesi, dal 13% degli inglesi e americani e solo dai 6% dei tedeschi.

©Mitì Vigliero

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