Bombe inesplose e Femmine diaboliche
Stranezze sugli altari
Molte chiese italiane conservano al loro interno vere e proprie curiosità.
Ad esempio nella basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore a Napoli, sotto l’arco del transetto si trova un maestoso tabernacolo che racchiude un grande crocifisso di legno: però la testa del Cristo è piegata in modo innaturale.
Sta scritto sulle cronache dell’epoca che il 17 ottobre 1439, mentre Alfonso d’Aragona assediava la città, un proiettile di bombarda spagnola entrò nell tempio – dove era in corso la Messa - puntando dritto al crocifisso, esattamente al volto di Gesù; ma un attimo prima di venir raggiunto, miracolosamente il Santo Capo si abbassò e il proiettile colpì di striscio solo la corona di spine, scagliandola lontano.
Il colpo di bombarda è conservato, nella stessa chiesa, nell’ultima cappella a destra. Continua »
L’Angelovergine che dipingeva da homo
La misteriosa morte di Elisabetta Sirani, pittrice
Era un tipico agosto bolognese, quello del 1665; afa e caldo infernali.
Ma in via Urbana 7, casa del pittore Giovan Andrea Sirani, l’atmosfera era di cupo gelo, quello che fa venire i brividi all’anima.
Era preoccupato per la salute di Elisabetta, la primogenita ventisettenne che da un po’ soffriva di terribili dolori al ventre.
Adorava quella figlia; era diventata pittrice più famosa di lui e di riflesso dava lustro anche al suo nome e alla sua arte, che senza di lei darebbe stata abbastanza mediocre e soprattutto ignorata.
Ed era davvero brava, la Sirani; in un’epoca in cui le donne difficilmente emergevano nella vita quotidiana, figuriamoci in quella artistica, da quando aveva 17 anni nobili, religiosi, borghesi, popolani le commissionavano quadri: duchesse di Parma, di Baviera, di Braunschweigh, principi di Toscana avevano in casa almeno una sua opera.
Dipingeva ininterrottamente e velocissima (più di 200 quadri in 10 anni!) soprattutto donne e spesso autoritraendosi: Madonne, sante, eroine mitologiche e bibliche: in ogni suo quadro poneva la firma su pizzi, gioielli, scollature, ogni cosa dimostrasse femminilità e sensualità.
Era anche un business vivente, Elisabetta; il padre faceva da agente amministratore mentre lei passava ore e ore chiusa in studio, lavorando in pubblico - perché molti non credevano fosse lei a dipingere- e dissertando coltamente con gli spettatori.
Cosimo de’ Medici, in cambio d’un quadro le donò una croce con 56 diamanti che venne posta dal padre nell’ “armadio dell’ammirazione”, zeppo d’oggetti preziosi donati alla figlia e mostrato ai visitatori come un reliquiario che provocava feroci invidie.
Carlo Cesare Malvasia, celebre esperto di pittura dell’epoca, la venerava definendola “prodigio dell’arte, gloria del sesso donnesco, gemma d’Italia, sole d’Europa, l’Angelovergine che dipinge da homo, ma anzi più che da homo”.
Vergine perché non s’era mai innamorata; tranne forse che d’un allievo del padre, il parmense Battista Zani, già promesso alla bolognese Ginevra che della pittrice era gelosissima. Come gelosissimo era di lei suo padre, che non avrebbe mai accettato di dividerla con altri o di vederla andar via di casa.
Elisabetta iniziò a star male il giorno 11; il medico Gallarata diagnosticò una misteriosa “distillazione di catarro” da curare con “siroppo acetoso”.
Il 27 la crisi; urlava dal dolore, inizò a “sudare gelato”: il medico prescrisse “lavativi, unzioni del corpo, vomitivi e brodi”.
Si fece “negra l’estremità delle dita delle mani e dei piedi, mutò tutta colore”.
E il 29 la fine: “Dopo morta si gonfiò tutta e pareva fosse vecchia di 60 anni, e fra le altre cose gli si gonfiò anche il naso”.
Così testimoniò la zia al processo, perché ci fu un processo che appassionò tutta la Bologna d’allora.
Il padre accusò d’omicidio una cameriera, Lucia Tolomelli; testimoni l’avrebbero vista comprare una venefica polvere rossa e metterla nel pancotto, cena di Elisabetta: forse una sicaria di Ginevra?
Lucia fu interrogata, torturata, il processo durò un anno; infine i patologi diagnosticarono “morte da ulcera perforata” causata da stress e iperlavoro.
La Tolomelli venne in ogni caso esiliata da Bologna e anche quando tornò, dopo il “perdono” e la morte del suo accusatore, ebbe per sempre la nomea d’avvelenatrice.
I funerali di Elisabetta furono “lacrimosi e solenni come quelli d’una santa papessa”: è sepolta nella chiesa di San Domenico a fianco di Guido Reni, idolo di suo padre.
Il Semangàt
L’anima delle cose
In Malesia sono convinti che anche le cose posseggano un’anima in parte loro, in parte assorbita dalle persone che li posseggono: quest’anima la chiamano Semangàt.
A causa di questa gli oggetti possono - come le persone- risentirsi e diventar pericolosi, o essere contenti e portare fortuna.
Lo scrittore Vittorio G. Rossi raccontò la storia di Vivian, un suo amico inglese metereorologo, che visse per cinque anni in Malesia con un’indigena che si chiamava Tempuròng.
Lei lo amava moltissimo.
Quando Vivian venne trasferito in Inghilterra - un po’ come Pinkerton fece con Butterfly “la moglie giapponese” - partì da solo, abbandonando per sempre e senza tanti scrupoli Tempuròng, la moglie malese.
Passarono gli anni.
Vivian si era sposato con una donna inglese: non le raccontò mai la storia di Tempuròng, per lui ormai era acqua passata.
La moglie un giorno si ammalò gravemente; soffriva moltissimo sino a quando un giorno, semi impazzita per il dolore fisico, si suicidò piantandosi in petto un kriss , un pugnale malese che faceva parte della collezione di suo marito, conservata in una vetrinetta.
Ma la cosa strana fu che, su ben 40 kriss presenti nella vetrinetta, la donna scelse per morire proprio quello che la disperata Tempuròng aveva dato a Vivian come dono d’addio il giorno della sua partenza dalla Malesia.
Il Semangàt del kriss aveva vendicato, dopo più di vent’anni e in un altro continente, l’amore tradito di Tempuròng.
Spesso gli oggetti ci sono istintivamente simpatici o antipatici.
O a volte ci riservano sorprese, “comportandosi” in modo strano, scomparendo e riapparendo quando pare a loro; rompendosi in un momento particolare o creando situazioni speciali…
Ciò accade soprattutto con cose che sono vecchie se non antiche, che sono magari in precedenza appartenute a qualcun altro.
Che hanno già una storia: un Semangàt, insomma.
E a voi?
Vi capita mai di dire o pensare:
“Questa casa sembra non mi accetti”, “Questo anello mi porta fortuna”,
“Quando indosso questo indumento mi succede sempre qualcosa di speciale”
o cose simili?
E possedete un oggetto che secondo voi ha un Semangàt, positivo o negativo che sia?
*
Blimunda: Come no. Avevo una casa a Varazze che mi odiava. Una Uno azzurra di seconda mano che mi odiava idem, me ne ha fatto di tutti i colori. E una catenina con un ciondolo fatto a sole che mi ha accompagnato nei momenti più belli.
Lilas: Nel 1985, come al solito, ci siamo recati in campeggio con la nostra Roulotte. Erano già un paio d’ anni che mio marito “soffriva” quell’ arnese, abbastanza fastidioso nelle manovre ecc ecc. L’ avevamo anche cambiata, prendendone una visibilmente più piccola (continua)
Beppe: La stilografica di mio nonno, che uso quando devo firmare qualcosa di importante. Se si inceppa, vuole dire che qualcosa non va, che devo controllare di più prima di accettare. Mi sento un po’ ridicolo a dirlo, ma sono anni che si comporta così. E non ha mai sbagliato.
Chamfort: Il caffè della mattina possibilmente dentro una grossa mug coi colori della bandiera inglese , che mi portò sorella Papera da Londra quando aveva 14 anni. Ormai è sbreccata (la mug, non la Papera), però iniziare la giornata con lei mi dà un senso di positività. E un vecchio golf grigio, che indosso ogni volta che devo fare qualcosa di importante.
Mareadiluce: Non ho oggetti portafortuna o portasfiga, però nè ho molti che hanno la capacità di allietarmi, come una vecchia spilla di mia mamma, che ho amato fin da bambina e che adesso è in mio possesso. Una ragazza che conoscevo invece sosteneva tutti gli esami universitari con un vecchio orologio di suo nonno al collo: senza quello erano tragedie, con l’orologio invece sempre al massimo.
Mimosafiorita: Un tagliacarte in ferro con l’impugnatura in bronzo e smerlata, al centro c’e’ inciso il Colosseo, l’ho trovato 25 anni fa nel cassetto della scrivania che mi era stata assegnata (continua)
Michele: lessi dell’anima delle cose in un libro di luciano de crescenzo, una decina d’anni fa (continua)
Roger: una volta ho avuto un cellulare che poco dopo che è scaduto la garanzia,mentre telefonavo,per qualche misteriosa ragione, e senza che io premessi alcun tasto andava in vivavoce. mi ha creato diverse situazioni imbarazzanti finché, stufo, una volta appena riattaccato,dopo una telefonata di lavoro piuttosto animata…l’ho preso e sbattuto violentemente sul tavolo. Mistero….da allora ha funzionato in modo perfetto.
Antar: La casa in cui abito ora [la stessa in cui sono nato e in cui sono tornato dopo decenni] si diverte a nascodere le cose e a non tirarle fuori finché non le mostro la giusta attenzione. E ovviamente quando tornano sono esattamente davanti agli occhi. Succede solo in quella casa e ho un paio di persone da portare a testimoni…
Irene: (Commento molto interessante, su “oggetti viventi”, marketing e altro qui)
Briciolanellatte: Io invece ho un luogo con il suo bravo (e inspiegabile) Semangàt. Ogni volta che, per lavoro o diporto, vado in questa città (che peraltro amo tantissimo) succede qualcosa di negativo alle persone che amo. Non è strano? Così ogni volta che parto sono devastato dai sensi di colpa.
GigiMassi: Che coincidenza! Ho appena postato sul mio semangàt personale (le striscioline di carta che si trovano nei libri :-*
Valentina: Io ho un ciondolo a cui sono legatissima e che sono convinta porti fortuna. Ho anche un ottimo rapporto con la mia vecchia macchinina, fedele compagna di tutti i viaggi che ho fatto in questi ultimi anni. Invece con quella che aveva mio padre quando dovevo fare scuola guida c’era un profondo odio reciproco…ma alla fine ho vinto io….l’abbiamo venduta…però prima le ho rifatto una fiancata :)
Naima: Una scatola di onice orribile, di quelle portasigarette che andavano negli anno ‘70 verdino variegato con i piedini d’ottone a zampa di leone (continua)
Luca: tutte le mie automobili appena sanno che ne ho ordinata un’altra.. cominciano a mancarmi di rispetto. si rompe qualcosa non partono almeno finchè non lo vendo tutti quelli che hanno comprato le mie “usate” sono contenti ma in quel lasso tra la nuova e la loro dipartita verso nuovi proprietari fanno i capricci come se sapessero…
Rezcik: Credo di essere influenzato da quanto poi è accaduto. Circa due anni fa in una casa che sta in un piano alto, sul balcone ho avuto la sensazione che potessi essere spinto giù (continua)
Rosy: La mia casa è molto antica, i primi tempi, sia io che mio figlio, non ci trovavamo bene: un senso di disagio di estraneità, per non dire ostilità…insomma stavamo proprio male!(continua)
Luisa: durante una gita alle calanques, molti anni fa, ho trovato lungo il sentiero una collanina con medaglietta in argento smaltato con viso d’angioletto e invocazione in tedesco sul retro…non posso dire che mi abbia portato bene ma per me è stato un ritrovamento significativo, in quel momento contingente, sicché, alla bisogna, non manco di indossarlo
Fiodor: io coltivo un odio reciproco con lo sgabello che ho in casa. Si apposta di notte e al buio mi morde gli stinchi quando passo, offeso per quando ci salgo sopra.
Alberto: Ho un cappello, un borsalino di mio padre che non c’è più. Ogni tanto, d’inverno, me lo metto. Mi porta bene? Non lo so, ma quando ce l’ho in testa mi sembra di essere più ben disposto verso il mondo.
Giovanna: io non ho un oggetto che mi porta fortuna , o che si comporta in maniera strana, però mia nonna mi ha inculcato che le case hanno una loro anima… quando arrivavamo a casa magari dopo una giornata fuori, salutave le stanze entrando, e parlava loro come si fa con le persone che non vedi da un po.. Buon giorno, allora come va? cosa è successo mentre non c’ero? e cosi via…
SignorPonza: Io ho una sciarpa a cui sono realmente affezionato e penso abbia realmente un’anima.
Regi: Ci credo talmente che cerco di non autosuggestionarmi prendendo in antipatia gli oggetti. Comunque le case mi inquietano, a volte mi sembra che siano loro a possedere noi.
Catriona: Io me lo sono scelto, il mio Semangàt. E’un rosario buddista (di quelli piccoli, mica “alla Richard Gere”) che porto sempre. E’ un tale concentrato di bei luoghi, belle persone e bei ricordi che non può non aiutarmi… in qualche modo.
MariCri: Quando devo fare qualcosa di importante, indosso sempre l’anello con lo smeraldo che era della mia bisnonna: il colore della pietra mi rilassa e mi infonde la speranza di fare bene. Se ho una partita di tennis metto sul braccio sinistro (continua)
Le Pezzentelle Napoletane
Il sottosuolo di Napoli ha più buchi d’una forma di groviera; gallerie e cunicoli scavati nel tufo che servivano come depositi, serbatoi d’acqua, scolatoi di lava, passaggi di sicurezza e cimiteri diciamo “d’emergenza”.
Sino a quando l’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) non intervenne per mettere ordine nelle sepolture, proibendole all’interno delle città e nei luoghi pubblici, a Napoli ogni cittadino di buona condizione voleva essere seppellito in chiesa; questo portava ad un sovraffollamento non propriamente igienico , creando in certi casi situazioni intollerabili come avvenne ad esempio per la peste del 1636 (250.000 vittime) e per il colera del 1836.
I “salmàri” in molti casi facevano finta di tumulare i corpi in chiesa, ma appena calavano le tenebre quatti quatti li scaraventavano in uno dei tanti sotterranei, con buona pace delle anime loro.
Proprio durante la peste iniziò a svilupparsi un fortissimo culto nei confronti delle Anime del Purgatorio: tante morti improvvise di sicuro avevano intasato il Luogo d’Attesa e poi quelle anime erano simpatiche, ancora terrene, soprattutto bisognose di preghiere per ottenere la salvezza e quindi disposte a fare in cambio piccoli favori, come esaudire desideri, dispensare guarigioni, elargire ricchezze tramite vincite al gioco.
Così negli ipogei zeppi di ossa abbandonate e senza nome della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio in via dei Tribunali 39- conosciuta come la “Chiesa d’e ccape ‘e morte”, teste di morto - e del Cimitero di Fontanelle (tutto intorno via dei Tribunali, la strada dove Eduardo De Filippo non per nulla ambientò “Questi fantasmi”) fra le donne partenopee fiorì l’usanza di adottare un’anima “pezzentella”, ossia senza parenti legali, scegliendone con cura la “capuzzèlla” (il teschio), spolverandolo, mettendolo al riparo in uno “scaravàttuolo” (una tombìna), coccolandolo col “refrìsco” (il refrigerio delle preghiere) e dandole un nome.
Roger Peyrefitte (in “Dal Vesuvio all’Etna”, 1954) così descriveva una sua visita a Fontanelle:
“La scelta di un teschio non si fa alla leggera. La gente cammina lentamente da una parte all’altra delle gallerie, scruta quei tristi avanzi di morti; ad un tratto si ferma, si china per prendere un teschio, l’esamina da tutte le parti, lo gira e lo rigira, lo palpa, lo soppesa e l’annusa. Segue subito dopo la ripulitura. Ho visto alcune giovani donne procedervi con un’arte casalinga: spazzolatura, pulitura con alcol, lucidatura con cera da mobili”.
La Pezzentella diventava parte della famiglia; visitata almeno una volta la settimana, a lei ci si confidava e si chiedevano grazie tramite bigliettini lasciati nella capuzzella.
Ad esempio, eccone uno che sperava in una vincita al Lotto: Anima bella venitemi in sogno e fatemi sapere come vi chiamate. Fatemi la grazia di farmi uscire la mia serie della cartella Nazionale. Anima bella fatemi questa grazia, a buon rendere…
Se però le grazie non arrivavano, l’adottante le teneva il muso iniziando a maneggiarla bruscamente, evitando di spolverarla, ignorandola ostentatamente sino ad arrivare, in casi estremi, a ripudiarla con ignominia, sostituendola con un’altra.
Nel 1969 questo genere di culto in odor di superstizione fu proibito dalla Chiesa, ma con scarsi risultati.
Ci volle il terremoto del 1980 a rendere inagibili per lungo tempo gli ipogei, frenando obbligatoriamente l’usanza: ma mai abolendola del tutto.
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