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Strane Fontane Romane

di Placida Signora - 14 Settembre 2007

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Roma, si sa, pullula di fontane; fra queste però alcune sono poco conosciute e decisamente curiose.

In piazza della Chiesa Nuova, ad esempio, si trova la Fontana della Terrina, progettata nel 1581 dal Della Porta.
In origine era solo una conca di marmo, ma poiché stava vicino al mercato rionale, veniva usata dai fruttaroli per tenerci al fresco la merce e da altri per gettarvi monnezza varia; fu così che papa Gregorio XV ordinò che venisse costruito un coperchio in travertino atto a chiuderla, dandole decisamente la forma di una zuppiera da tavola (la terrina, appunto).

Opera dell’architetto Pietro Lombardi, che aveva ricevuto (dal 1926 al ’27) dal Comune l’incarico di creare delle fontane che ricordassero mestieri e oggetti rappresentati i vari quartieri romani, è invece la piccola Fontana degli Artisti di via Margutta, zona considerata una sorta di MontMartre; una piramide di cavalletti, sgabelli, tavolozze, maschere, compassi dai quali esce l’acqua, con in cima un secchio pieno di pennelli e scalpelli da scultore.

Sempre di Lombardi è la Fontana dei Libri, in via degli Staderari; dentro una nicchia, 4 libri antichi, due per lato, che ricordano la vicina Università della Sapienza: l’acqua sgorga da due cannelle a forma di nastro segnalibro.

Sprizza alacrità la Fontana delle Attività Lavorative, in Piazza delle 5 Giornate.
Appoggiata al palazzo dell’Inail, che la commissionò nel 1940 allo scultore Francesco Coccia, è una vasca rettangolare sormontata da un bassorilievo che ha al centro una solenne figura femminile (simbolo della protezione dell’Inail sui lavoratori) con intorno i lavoratori stessi; muratore, fabbro, balia, contadino, maestro d’ascia ecc.

In piazza Trevi, sul lato destro della fontana più nota, si trova la Fontanina degli Innamorati, graziosa vaschetta progettata nel 1761 da Nicola Salvi.
Si dice che i fidanzati che vi bevano insieme rimarranno fedeli per tutta la vita; meglio però non fare la prova, perché pare che l’acqua sua e della Fontana di Trevi non sia più potabile…

Chissà com’era invece l’antica Fontana del Lupo che oggi non esiste più; però è rimasta (nell’atrio del palazzo Valdina Cremona in via dei Prefetti) la lapide che nel 1578 la sovrastava e che recita:
Come la lupa mansueta diede il latte ai gemelli, così il lupo fattosi mite qui ti dà l’acqua che scorre perenne ed è più dolce del latte, più pura dell’ambra e più fredda della neve.
Perciò da qui la portino a casa nell’anfora ben pulita i bimbi, i ragazzi e le donne anziane.
È proibito bere a questa fontanella ai cavalli e agli asini, e neppure il cane e la capra vi bevano con il loro lurido muso
” 
Chissà se le bestie citate ubbidivano?

Infine in Via Lata si trova la cinquecentesca Fontanella del Facchino, prediletta da Pasquino come “statua parlante” su cui appiccicare versi satirici.
Pare raffiguri Abbondio Rizio, facchino noto per la forza bestiale e le ciucche grandiose; un tempo sopra vi era una lapide in latino che recitava:
Ad Abbondio Rizio, espertissimo nel legare e soprallegare fardelli, il quale portò quanto peso volle, visse quanto poté ma un giorno, mentre portava un barile di vino in spalla e un altro in corpo, morì senza volerlo”.

©Mitì Vigliero

Perché si dice: Mettere le corna/Essere un cornuto

di Placida Signora - 13 Settembre 2007

Con corollario di proverbi e modi di dire 

Nell’antichità le corna erano originariamente simbolo di forza, coraggio, ardore e virilità.
Per questo molte divinità e molti personaggi potenti venivano rappresentati cornuti, ossia dotati di un bel paio di corna più o meno grandi sulla fronte; un esempio è il Mosè di Michelangelo.

Orazio e Tibullo cantarono le “corna d’oro” del dio Bacco, molti re di Macedonia, Siria e Tracia ornavano i loro diademi, oppure, nel caso dei sovrani guerrieri Alessandro e Pirro,  i loro elmi di corna, mentre a Roma esisteva addirittura la famiglia dei Cornelii.

E allora perché ad un tratto l’epiteto “cornuto” divenne un insulto?

Tutta colpa dell’imperatore bizantino Andronico I Comneno, nato nel 1120; un tipaccio violento, sanguinario, esperto in congiure e grande sciupafemmine.

I suoi lo detestavano, sia perché non faceva che tramare contro l’Impero di famiglia maneggiando con nemici storici quali Ucraini e Sultani di Damasco, sia perché riusciva a portarsi a letto ogni donna di parente altrui, cognata o cugina che fosse.

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Il Matrimonio

di Placida Signora - 12 Settembre 2007

Proverbi, Modi di dire e Aforismi

Si dice che il primo sonno tranquillo di Adamo sia stato anche l’ultimo, perché quando si svegliò aveva moglie; e già il primo matrimonio della storia non fu del tutto facile, visto la cacciata dall’Eden, il fratricidio, e tutte quelle belle cosine che ne seguirono.

Forse è per questo il matrimonio è da sempre uno dei grandi ispiratori -in negativo- di saggezza popolare e motti vari; quel misoginone di Disraeli affermava “sono convinto che tutte le donne dovrebbero sposarsi, ma non l’uomo“; per quel cinicone di Dumas figliola catena del matrimonio pesa tanto, che bisogna essere in due a portarla, e a volte anche in tre” e per quel mugugnone di Roberto Gervasoai matrimoni gli uomini ridono e le donne piangono perché i primi non sanno che cosa li aspetta, le seconde sì“.

Per il poeta Heinecolui che si ammoglia è come il Doge che sposa il mare Adriatico. Egli non sa che cosa ci sia dentro quella che sposa: tesori, perle, mostri, tempeste ignote“.

A questo proposito a Bologna dicono “ch’is marida, zuga un térn al lòt“, chi si sposa gioca un terno al lotto, perché effettivamente non si è mai del tutto certi di azzeccarlo.

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Vans il Mago

di Placida Signora - 11 Settembre 2007

Una delle strade più antiche di Torino è Via dei Mercanti; al numero 9, c’è una bella casa del XV sec. conosciuta come Palazzo Romagnano.

Qui, nella metà dell’Ottocento, al terzo piano si trovò per molti anni il frequentatissimo studio-abitazione di Vans Clapié, strano personaggio originario di Chieri.

Lo chiamavano Il Cinese, per via dei viaggi fatti in Oriente causa il suo precedente lavoro, il commerciante di stoffe: ma soprattutto era conosciuto come Il Mago.

Due le sue specialità, entrambe - a suo dire - imparate in Oriente: quella di guarire le persone con macchinari di sua invenzione tramite la magnetoterapia, e la capacità di prevedere il futuro attraverso la lettura di speciali cristalli.

Ad esempio le cronache narrano che nell’ottobre del 1855, annunciò di aver “visto” delle navi attraccare a un’isola e da queste scendere tantissimi uomini vestiti con una camicia rossa,  guidati da un signore barbuto con gli occhi fiammeggianti, anche lui in camicia rossa (lo sbarco dei Mille a Marsala, previsto con un anticipo di 6 anni).

Spesso interpellato - privatamente o tramite stampa - per risolvere casi di scomparsa o gravi malattie, in generale non era ben visto dai concittadini.

Per i medici era un ciarlatano, soprattutto da quando il 3 novembre del 1861 le sue “applicazioni magnetiche” meritarono un articolo sull’Opinione, giornale torinese assai seguito.
Altri, riguardo la sua preveggenza, pensavano o che fosse un furbone dotato di intuito, o che davvero avesse a che fare con la magia nera.

Una volta previde pubblicamente la caduta di un balcone in via Dora Grossa; gli abitanti della zona si limitarono a fare scongiuri ma, tre giorni dopo, un grosso lastrone di pietra si staccò dal balcone d’una palazzina, ferendo un venditore ambulante.
Questo, furibondo, inveì contro il padrone del balcone il quale però si difese urlando di essere vittima del Clapié, uomo pericoloso, che gli aveva sicuramente “fatto il malocchio” con i suoi satanici poteri.
Così un gruppo di cittadini si recò in via dei Mercanti e, come vide arrivare il Mago, gli si scagliò addosso malmenandolo brutalmente.

Da quel giorno il Vans perse molta della sua socievolezza; usciva raramente di casa e quando lo faceva lanciava occhiatacce talmente truci a chi lo incrociava, che le voci maligne sul suo conto si moltiplicavano.

Il 16 ottobre del 1875, con sguardo più torvo del solito, in via Pietro Micca annunciò lugubremente ai passanti  di aver visto nei suoi cristalli l’incendio di un negozio; il fumo purtroppo nella visione nascondeva l’insegna, ma i danni erano gravissimi.

Il 28 ottobre, in via Milano n°14 andò completamente distrutta dal fuoco la drogheria Tortora.

Coincidenze!”, esclamarono in pochi.
Il malocchio del Mago!”, ringhiarono in molti.

Quando pochi giorni dopo fu lo studio dello stesso Clapié ad incendiarsi, causa un suo magneto-esperimento finito non proprio bene, questa volta fu enorme la folla inferocita che si riversò in via dei Mercanti, e la polizia faticò non poco a salvare il Mago dal linciaggio.

Da quello stesso giorno, come per magia, Vans Clapié scomparve da Torino: e di lui non si seppe mai più nulla.

©Mitì Vigliero

L’Ultima eruzione del Vesuvio…

di Placida Signora - 10 Settembre 2007

…vista da un inglese 
*

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Il 13 marzo del 1944a Muntagna, così lo chiamano da sempre, iniziò a borbottare. Nessuno ci fece caso; alle sue bizze c’erano abituati, ché da quella del 79 dC il Vesuvio in eruzioni “serie” si era esibito molte volte: nel 472, 685, 1036, 1139, 1631, 1737, 1794 (ritratta da Alessandro D’Anna), 1822, 1855, 1858, 1861, 1872, 1906, nel ’29 e nel‘33.

 

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E poi in quei giorni i napoletani avevano altro cui pensare; vivevano in assoluto caos e miseria, sotto gli ultimi bombardamenti tedeschi.
Da pochissimo erano giunte in città le Truppe Alleate; fra gli ufficiali, l’inglese Norman Lewis (1908-2003) divenuto nel dopoguerra celebre scrittore. 
Nello splendido “Napoli 44” (Ed. Adelphi) descrive sin dall’inizio gli accadimenti di quel periodo:

 


19 marzo. Oggi il Vesuvio ha eruttato. È stato lo spettacolo più maestoso e terribile che abbia mai visto. Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. Si espandeva così lentamente che non si vedeva segno di movimento nella nube che la sera sarà stata alta 30 o 40 mila piedi e si espandeva per molte miglia.  Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna. (…) Periodicamente il cratere scaricava nel cielo serpenti di fuoco rosso sangue che pulsavano con riflessi di lampi”.

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Il 22  Lewis fu spedito da Napoli a S. Sebastiano, comune sulle falde del Vesuvio che oggi conta più di 9800 abitanti:

“Ero proprio sotto la grande nube grigia piena di rigonfiamenti e protuberanze come un colossale pulsante cervello. Raggiunta S. Sebastiano, sembrava incredibile che tutta quella gente potesse aver voluto vivere in tal posto. (…) La città era costruita all’estremità di una lingua di terra fin ad ora rispamiata dal vulcano, ma completamente circondata dai tremendi campi di lava lasciati dall’eruzione del 1872, anzi proprio in una valle fra di esse(…) Qui, in mezzo a questa “terra di nessuno” del vulcano, qualsiasi dilettante avrebbe predetto la distruzione della città con matematica certezza, ma apparentemente nessun cittadino di S. Sebastiano ne avrebbe mai ammessa la possibilità (…) Era una questione di fede religiosa.

La lava stava scivolando tranquillamente lungo la strada principale e, a circa 50 iarde, una folla di diverse centinaia di persone per la maggioranza vestite di nero, era inginocchiata in preghiera. Di tanto in tanto un cittadino più arrabbiato afferrava uno stendardo religioso e lo agitava con furia verso il muro di lava, come a scacciare gli spiriti maligni dell’eruzione. 

Una casa aggirata e poi sovrastata dalla lava scomparve intatta dalla vista e seguì un debole, distante scricchiolio mentre la lava cominciava ad inghiottirla.Un certo numero di persone reggeva, a fronteggiare l’eruzione, immagini sante e statue fra cui quella dello stesso S. Sebastiano; ma in un lato della strada notai la presenza di un’altra statua coperta da un lenzuolo bianco(…)l’immagine di S. Gennaro contrabbandata da Napoli nella speranza che potesse essere di utilità se tutte le altre avessero fallito.Era stata coperta col lenzuolo per evitare un’offesa alla confraternita di S. Sebastiano e al santo stesso che si sarebbe potuto risentire di questa intrusione nel suo territorio. S. Gennaro sarebbe stato portato all’aperto solo come ultima risorsa”. 

L’eruzione continuò sino a 30 marzo: 21 milioni di m³ di lava che distrussero la Funicolare (quella di “Jamme ‘n coppa jà”) e numerosi centri abitati come –appunto- S. Sebastiano, Massa di Somma o Terzigno, che in un campo ospitava uno stormo composto da 88 bombardieri americani B-25, che vennero totalmente distrutti.©Mitì Vigliero 

 


Siti da cui ho tratto le immagini del testo: Qui e qui- Altre immagini qui, qui, qui.
Qui un “cammeo” Rai.it girato nel 1944 a Napoli dai cameraman delle Truppe Alleate.

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