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I libri sotto le gonne

di Placida Signora - 23 Maggio 2007

Usciti al casello di Pontremoli sull’autostrada della Cisa, girando a sinistra seguendo i cartelli per Mulazzo, dopo cinque km di strada inerpicata su un’erta collina della Valle del Torrente Mangiola si arriva a Montereggio, antico paesino talmente lindo ed ordinato che ogni pietra pare spazzolata con amore.

E camminando per le stradine di pietra stupirà notarne i nomi: passeggiata Spagnol, piazza Mondadori, borgo Garzanti… Perché la caratteristica di Montereggio è quella di essere da secoli  la patria dei librai.

Partivano all’inizio della primavera con la gerla in spalla; dentro la gerla almanacchi, lunari, testi classici, storici, religiosi.
Sciamavano verso le città del nord: Milano, Torino, Bergamo, Genova, Firenze, Novara, Venezia, venditori ambulanti di parole scritte che piano piano divennero stanziali allestendo dapprima delle bancarelle (furono proprio loro nel 1952 a fondare il premio Bancarella) e poi botteghe e case editrici.

 
Si chiamavano, e si chiamano, Ghelfi, Bertoni, Fogola, Tarantola, Lazzarelli, Lorenzelli, Giovannacci, Maucci, Vannini, Rinfreschi; e durante gli anni delle lotte risorgimentali fecero un vero e proprio contrabbando di libri giudicati dagli austriaci più pericolosi delle armi perché contenevano le idee liberali e repubblicane impossibili da disinnescare.

I volumi arrivavano contrabbandati dalla Svizzera, precisamente da Capolago dove aveva sede la Tipografia Elvetica che pubblicava i testi di Cattaneo, Tommaseo, Berchet e Rossetti, e da Losanna, dove il tipografo Bonamici (ex cappuccino, ex predicatore, ex pastore protestante) dirigeva un’altra officina tipografica che divenne celebre pubblicando il proibitissimo “Gesuita moderno” del Gioberti.

Le edizioni clandestine entravano in Lombardia grazie al “sacro contrabbando” organizzato da Luigi Dottesio, classico tipo del fascinoso cospiratore romantico.
Lui e i suoi i patriottici “colporteurs” calavano dalla Svizzera per il Bisibino e la valle d’Intelvi, e negli zaini portavano tabacco e sale sotto i quali erano nascosti volumi e opuscoli rivoluzionari.

Il deposito provvisorio che raccoglieva la merce scottante era un padiglione di Villa d’Este a Cernobbio.

Lì durante il giorno si riunivano decine di signore e signorine nobili e borghesi che, con la scusa di prendere il tè o festeggiare compleanni e onomastici, erano complici molto affettuose dei patrioti contrabbandieri; mettendo a profitto le dimensioni abbondanti degli abiti volute dalla moda di allora, nascondevano  negli amplissime campane che reggevano i pizzi delle sottovesti, o nelle fitte pieghe dei mantelli e degli scialli, i “volumetti incendiari”.
Poi tornavano nei loro salotti milanesi ove li distribuivano a ospiti e amici in visita, diffondendoli così a Venezia, Torino, Genova e Roma.

Una notte il Dottesio venne arrestato dagli austriaci proprio mentre percorreva gli impervi sentieri del confine comasco-ticinese; condannato a morte, fu impiccato nell’ottobre del 1851; molti suoi collaboratori furono condannati ai lavori forzati.
Ma i testi proibiti continuarono imperterriti a viaggiare fra gerle e crinoline.

©Mitì Vigliero

Da quello che scappa a quello di Trieste

di Placida Signora - 22 Maggio 2007

Dedicato ad Amos 

Proverbi e modi di dire sui cani

Il “miglior amico dell’uomo” sin dai primordi, apprezzato per la sua fedeltà ma chissà perché utilizzato spesso per connotare situazioni e personaggi negativi, squallidi e tristi.
Infatti una brutta tinta indefinita, fra il marrone e il bigiastro è detta “color can che scappa”; dopo un pranzo schifoso commentiamo che abbiamo mangiato “da cani” e  di chi non sappia fare il suo mestiere, soprattutto nell’ambiente artistico, si dice che recita, canta o scrive “come un cane”.

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Placiditramonti di Blog Autore

di Placida Signora - 21 Maggio 2007

Grado

Foto di Fainberg

Colonna sonora: Com’è profondo il mare, Lucio Dalla

 

Traffico antico

di Placida Signora - 21 Maggio 2007

In epoca di prolificanti balzelli e restrizioni riguardanti il traffico delle nostre automobili, è interessante dare uno sguardo al passato per vedere cosa accadeva ai nostri avi coi mezzi di trasporto a loro disposizione.

Ad esempio a Genova nel 1198 un cavallo costava 25 lire e un mulo 16, cifre altissime; un secolo dopo i prezzi erano più che dimezzati (un mulo ultimo modello si trovava a lire 4); ergo se ne acquistavano di più, muniti oltretutto del libretto di manutenzione scritto dall’annalista Jacopo DoriaDe pratica equorum”, trattato di veterinaria in 50 capitoli di cui il primo inizia così:
Dopo che hai un cavallo presso di te, fa dire una messa a Sant’Ippolito e nulla ti accadrà”.

Con l’aumentare degli equini circolanti in città, i tempi divennero maturi per inventare una tassa tutta per loro.
La prima della storia fu del 1402; i Padri del Comune ottennero da tutti quelli “che teneano muli e cavalli” la somma annua di lire 800.

Poco per volta si diffusero altri mezzi di locomozione come le carèghe (semplici seggiole o poltroncine) , le lettighe (sorta di cabine con tettuccio e pareti) e le bussole (lettighe con porte e vetri ai finestrini) tutte e tre sorrette e portate in giro, tramite lunghe stanghe poste davanti e dietro, da due muli o da due servitori.

Dovevano servire per raggiungere “con minor disagio le villeggiature” distanti qualche miglio dalla Superba; ma nel 1602 il medico veronese Bartolomeo Paschetti annotava scandalizzato che le donne genovesi erano “vaghissime di farsi portare in carèga per ogni breve cammino che facciano; le lettiche si adoperano etiandio per andare per la città, nelle chiese et in visita di parenti o amici; et l’usa hoggidì per certa vana grandezza ogni giovane donna, benché sana nella persona”.

Il nobile Andrea Spinola lamentava che tra tasse e manutenzione “il tenere una lettica costa 1000 lire l’anno”; e “chi ha lettica ha da far conto di doverla prestare molto spesso, e nol facendo non mancano gronde (facce offese, NdPla’). Il bello poi è che non di rado vi è chi la domanda per andare fino a Serravalle”.
Inoltre, se i muli non si lamentavano, i lettighieri umani - pur essendo quasi tutti schiavi - erano particolarmente “insolenti” rifiutandosi di “svolgere altri servitii in casa”.

Le autorità comunali tentavano di arginare il traffico sia con pene severe per chi circolava nelle prime ore della notte, sia colpendo con tasse mascherate da “multe suntuarie” (che colpivano gli eccessi di lusso) i proprietari di lettighe troppo sfarzose e trainate da 4 portantini anziché 2.

Lo stesso valeva per le carrozze (a 2, 4, 6, 8 tiri), che in strade strette come quelle genovesi causavano oltreché problemi di viabilità anche morti e feriti; sino all’800 a loro fu ufficialmente proibito transitare per il centro, salvo “particolarissimi permessi” che venivano però elargiti in gran numero dietro lauti pagamenti o per semplici favori ad amici e parenti.

E i mezzi pubblici? Dalla metà dell’800 nelle grandi città iniziarono a circolare Omnibus a cavalli, il cui severissimo regolamento nel 1841 dichiarava:
Le persone indecentemente vestite, quelle riconosciute affette di alienazione mentale o di infermità visibili e tali da recare incomodo atrui, quelle che tramandassero cattivo odore e infine i fanciulli lattanti non sono ammessi negli Omnibus”.

©Mitì Vigliero

Cosa sta pensando?

di Placida Signora - 20 Maggio 2007

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