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Perché si dice: “Passare in fanteria” e “Finire in cavalleria”

di Placida Signora - 24 maggio 2007

Passata in fanteria simboleggia una cosa da buttar via, che ha finito il suo corso, che non si usa più.

Un tempo la Fanteria era un’arma composta da leve tratte dai ceti inferiori che non potevano permettersi armi ed equipaggiamenti di lusso: così, quando la più nobile e ricca  Cavalleria cambiava le dotazioni scassate o logore, le passava alla Fanteria, come ad un parente povero.

In compenso se la Cavalleria aveva urgente bisogno di attrezzature, non esitava ad appropriarsi – senza nemmeno avvisare - di quelle in dotazione alla Fanteria.

Per questo il significato di una cosa Finita in cavalleria è quello di sparita, che non tornerà mai più, dimenticata per sempre.

©Mitì Vigliero

Da quello che scappa a quello di Trieste

di Placida Signora - 22 maggio 2007

Dedicato ad Amos 

Proverbi e modi di dire sui cani

Il “miglior amico dell’uomo” sin dai primordi, apprezzato per la sua fedeltà ma chissà perché utilizzato spesso per connotare situazioni e personaggi negativi, squallidi e tristi.
Infatti una brutta tinta indefinita, fra il marrone e il bigiastro è detta “color can che scappa”; dopo un pranzo schifoso commentiamo che abbiamo mangiato “da cani” e  di chi non sappia fare il suo mestiere, soprattutto nell’ambiente artistico, si dice che recita, canta o scrive “come un cane”.

Dare del “figlio d’un cane” a qualcuno è spesso più sprezzante che dargli dell’erede di donnina allegra; inoltre si può “morire come un cane”, in totale solitudine, abbandonati da tutti ed è possibile, in un momento di rabbia, “trattare qualcuno come un cane” facendolo sembrare, dopo la sfuriata, “un cane bastonato” grazie alla sua espressione avvilita e vergognosa, proprio come quella di un botolo picchiato dal padrone amatissimo.

I vanagloriosi e i petulanti, quelli che spesso sbraitano e provocano a gran voce ma son prontissimi a fuggire in caso di reazioni, sono definiti “cani da pagliaio, che abbaian e stan lontano”;  infatti si sa che il “can pauroso abbaia più forte” e che “can che abbaia non morde”…quasi mai.
Martin Lutero però, riferendosi alle accuse e alle offese fattegli dai suoi nemici, ripeteva “l’abbaiar dei cani non arriva al Cielo”, come i ragli d’asino.

Spesso le offese, le proteste e le lamentazioni sono sforzi inutili, come l’”abbaiare alla luna”; si continua a litigarecome cane a gatto”, certo, ma in ogni caso negli stessi ambienti gli interessi comuni, anche quelli non corretti, vengono sempre difesi perché “cane non mangia cane”, soprattutto se si tratta di “cani grossi”, nel senso di potenti.

C’è chi si vendica delle protervie vere o presunte subite da uno di questi “battendo il cane al posto del padrone”, prendendosela cioè con qualcuno di più debole che gli è vicino; e vita non sempre facile hanno nella società civile i cosiddetti “cani sciolti”, professionisti che se ne fregano delle regole di clan e del politicamente corretto preferendo pensare con la propria testa, rischiando però d’esser accettati “come un cane in chiesa”, aborriti e allontanati dagli scaccini di turno che di solito sono “cani d’ortolano”, che non possono mangiare l’insalata e che quindi non la lasciano mangiare neanche agli altri.

E spesso ci si può trovare di fronte, o esserne addirittura incarnati, nella “coda del cane di Alcibiade”; un giorno il politico ateniese fece mozzare la coda del suo cane preferito, così, senza motivo apparente. E quando gli chiesero il perché di quel gesto inconsulto rispose: “Finché gli Ateniesi continueranno a essere così interessati alle mie stranezze, non criticheranno la mia attività politica”.

A questo proposito si sa che ciascuno è libero di governare come gli pare, l’importante però è che “non meni il can per l’aia”, tergiversando e temporeggiando, perdendosi in chiacchiere e azioni diversive e inutili, nel tentativo di rimandare o evitare impegni seri e vitali. Altrimenti i governati, abbandonati a se stessi,  non potranno che tentar di dimenticare le loro magagne seguendo la ricetta de El can de Trieste .

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Corollario

Gemisto: Stenghe arrete come le palle de li ca’! (Abruzzese: sono indietro come le palle dei cani!); Chi non ha pietà per i cani, non ne ha per gli uomini; Scacciato come un cane in chiesa.

Angela: “Si nu cagniele” (sei come un cagnolino) Dicesi di persona disposta a seguire chiunque. Dispregiativo: il canino veniva legato sotto il traino e costretto a seguire il cavallo.

Beppe: Non svegliare il can che dorme! I francesi dicono: Eveillant le chien qui dort, s’il te mort il n’a pas tort.

Mimosa Fiorita: In Ciociaria si dice Li cunfetti non so’ pe li cani.

Primo Casalini: Però c’è anche Cangrande della Scala (e Cansignorio). Poi ci sono i Domenicani, rappresentati come Cani del Signore.

Francesca: si dice ‘ho una fame da lupo’, però se si pensa che il cane viene dal lupo…

Roger: proverbi vari, qui

Luisa: C’è da dire che oggi non fa un freddo cane…anzi!

Fran: “A cani e porci” ovvero a chiunque, senza distinzione, a chi merita e a chi no

Pievigina: Altamarca trevigiana: “far i can” significa vomitare, non ho mai capito perché.

Lavinza: Magari è poco elegante, sicuramente è un po’ volgare, ma io non ho mai capito perché si dice “fare le cose alla c*** di cane”. anche se da gatto non posso che essere d’accordo.

Alessandra: Piuttosto can vivo che leone morto…Cani e villani non chiudono l’uscio…
In casa d’altri loda tutti
fino i figli cattivi o brutti,
fino al gatto che ti sgraffigna,
fino al can che ti mordigna

John: “Dime can ma no musso” per distinguere i tifosi del Verona da quelli del Chievo

Placiditramonti di Blog Autore

di Placida Signora - 21 maggio 2007

Grado

Foto di Fainberg

Colonna sonora: Com’è profondo il mare, Lucio Dalla

 

Cosa sta pensando?

di Placida Signora - 20 maggio 2007

gatto-pic.jpg

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Perché si dice: Tornare con le pive nel sacco

di Placida Signora - 19 maggio 2007

Significa rimanere delusi e umiliati per non avere ottenuto ciò che si voleva.

Le origini sono due; la prima si riferisce agli eserciti sconfitti, che ritornavano in silenzio senza suonare le trombe o le cornamuse di vittoria, che restavano chiuse nei loro sacchetti di custodia o negli zaini detti anche “sacchi”.

La seconda origine deriva invece  dagli zampognari che in periodo natalizio andavano, e ancora vanno, nelle città e nei paesi vicini a suonare i loro strumenti tipici (zampogne, ciaramelle, e cornamuse: “pive” in generale) per raccogliere un po’ di danaro.

Anticamente accettavano anche altri doni, cibo e vestiti, che riponevano in un sacco di iuta.

Se i doni erano pochi, nel sacco semivuoto c’era spazio anche per le pive.

© Mitì Vigliero

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