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ZenaCamp: ‘na meravìggia!

di Placida Signora - 29 aprile 2007

Meglio di me lo scrive Zuck quello che è stato, così come Tambu spiega perfettamente quello che abbiamo raccontato.
Io so solo, e già lo sapevo, che Marco, Federico, MarinaAndrealui sono persone speciali capaci di rendere speciale tutto ciò che fanno.
E so che Matteo è proprio come lo dipingono , e che ieri sono stata felice, rilassata e serena come non mi capitava da tempo.
So solo che è stata una gioia riabbracciare tutti quelli che ieri ho riabbracciato (perdonate l’assenza di link, ma si tratta di più di metà del mio Arcipelago!) e di abbracciare per la prima volta  quelli che da tanto desideravo conosceredal vivo“, avendo già la certezza che fossero esattamente  come  li immaginavo 
E ovviamente qui sopra avrò dimenticato qualcuno, così come non sono riuscita a salutare tanti di voi prima che tornaste a casa: mi perdonate? Ma il naufragar dolce fra quel vero mare di voci e volti   zenacampisti, l’aver galoppato (ehm, stampellato) quasi ininterrottamente avanti e indré per 3 sale sognando d’avere il dono dell’ubiquità, il tutto unito agli antinfiammatori e al voltaren, m’ha reso un po’ più svanita del solito ;-)

  
(Schiena di EstroVersa , foto di sua mamma :-)

E qui il fantastico MegaZenaCampAggregatore  di Miketrevis 

ZenaCamp: il 28 s’avvicina!

di Placida Signora - 26 aprile 2007

articolo-zenacamp.jpg

Allora ci siamo quasi, eh?

Quella che vedete qui sopra è l’immagine dello splendido articolo uscito ieri sul Secolo XIX a firma di Marco Formento . Spero vi sia modo di renderlo presto scaricabile; altrimenti se volete leggerlo scrivetemi e ve lo spedirò in pdf.

Se verrete a Genova in macchina, onde non diventare isterici per trovare posteggio, seguite le indicazioni di Tambu.

Se verrete in treno, ecco le istruzioni di Zuck

Se sceglierete mezzi di trasporto alternativi, seguite i consigli di Totanus

Eìo invece mostra la mappa  stazione-focaccia-Palazzo Ducale

Qui e qui i resoconti sull’organizzazione e sul cosa sarà e si farà a questo Barc-Camp al profumo di basilico

Qui l’annuncio di nuovi gadget gentilmente donati da lui e lui; altri gadget annunciati qui e qui

Qui tutte le altre informazioni.

Da parte mia, il 28 vi attendo a braccia aperte con funzioni di Tata-Mamma-Chioccia disposta a proteggere e aiutare quei tanti troppo timidi per presentarsi da soli ai blogger che conoscono solo di nome, quelli che avranno voglia di chiacchierare non solo dei misteri dell’Informatica, quelli che guarderanno Genova con quella faccia un po’ così…;-)

Sarò quella signora cicciottella, con coda di cavallo bionda, munita di stampella (in questi giorni l’ho sforzato un poco il piedino infortunato, e mi fa un male canino) e dalle dita macchiate di inchiostro rosso (mi è appena esploso un pennarello indelebile in mano…)

Vi aspetto a braccia aperte, Tesorimiei!

PS. E per chi non potrà esserci? Ci penserà Robin Good! Grazie, Robin :-)*

Placiditramonti di Blog Autore

di Placida Signora - 25 aprile 2007

Bologna

bologna-graziano.jpg

Foto di Grazitaly

qui in grande

 

Dolcissimi Baci

di Placida Signora - 25 aprile 2007

Dedicato a Eìo e a Massimo

La gloriosa tradizione dolciaria italiana è dolce persino nei nomi; avete un’idea di quanti “baci” ci siano?
Primo il Bacio di Dama, nato nel 1893 nella premiata pasticceria Zanotti di Tortona; da più d’un secolo mantiene la stessa forma e la stessa composizione: due semisfere  di mandorle, zucchero, burro, farina che abbracciano un dischetto di cioccolato fondente e, curiosità, i veri Baci di Tortona non devono pesare né più né meno di 11 grammi.
Più frivolo è il Bacio di Lucia, nato nel 1906 a Lecco, patria dei Promessi Sposi: la forma è la stessa del bacio tortonese però cambia il colore perché, al posto della mandorla, la calotta può esser di arancia, pistacchio, noce, nocciola o caffé.
Stretti parenti sono i Baci di Asti e i Baci di Aqui, mentre i Baci di Alassio e i Baci di Sanremo, nati attorno al 1910, sono più cicciotti (20 gr. l’uno) e composti di nocciole piemontesi, albume, miele, zucchero, mentre la crema è fatta di cioccolata e panna bollita.
Di tutta altra pasta, persino nel nome ugualmente però romantico, sono i Sospiri Sardi: pasta di mandorle, miele e liquore di mirto.

Ma veniamo ora al Bacio più famoso del mondo.
Era il 1907 e quattro signori di Perugia, Annibale Spagnoli, Francesco Andreani, Leonardo Ascoli e il grande Buitoni, fondarono La Perugina.

Nel 1922 la signora Luisa, moglie di Annibale, essendo dotata di quella  qualità che distingueva un tempo le brave massaie, ossia l’odio per lo spreco, decise di riciclare le briciole delle nocciole che regolarmente avanzavano impastandole in cioccolato fondente e decorandole con una nocciola intera che sporgeva “come la nocca del dito centrale in un pugno chiuso”.
Perciò quando Annibale vide per la prima volta il geniale dolciume, decise di battezzarlo Cazzotto ma dopo poco Buitoni, captando dialoghi fra innamorati in cui lui diceva a lei “Cara, vuoi un cazzotto?”, suggerì all’amico-socio di cambiare il nome in qualcosa di più…gentile: fu così che nacque il Bacio Perugina.

Però non tutti sanno che l’enorme successo di pubblico del famosissimo ex cazzotto è dovuto in massima parte a Federico Seneca, illustratore veterano dei pubblicitari al quale, da subito, la Perugina affidò l’incarico di lanciare sul mercato il prodotto.
Fu lui a creare la celebre figura dei due innamorati abbracciati; fu lui a volere l’inconfondibile sfondo blu zaffiro punteggiato di stelle e fu sempre lui ad avere l’idea da Nobel Pubblicitario, quella cioè d’inserire nella stagnola dei Baci fogliettini di carta velina su cui, all’inizio, erano stampate frasi buffe e divertenti, tutte inventate da Federico.

Ma una di queste, “Meglio un bacio oggi che una gallina domani”, firmato “Seneca”, creò un grave incidente diplomatico con la Curia Romana: un altissimo prelato (si dice il peccato, ma non il peccatore) totalmente privo di humor, scrisse una lettera in cui  redarguiva violentemente la Perugina che si era permessa di attribuire al grande filosofo latino una frase “così ridicola e sciocca”, minacciando persino “querela per falso storico”!
Perciò, da allora, Seneca cambiò metodo, stampando sui cartigli frasi più sicure perché rigorosamente autentiche, romanticissime e soprattutto, ahimé, serissime.

©Mitì Vigliero

La focaccia al formaggio

di Placida Signora - 23 aprile 2007

Chi, beato, ha avuto la gioia di assaggiare in quel di Recco e dintorni questo paradisiaco piatto, di certo non immagina che – secondo la leggenda - nacque a causa di eventi tragici e sanguinari.

Nel medioevo le continue e improvvise scorribande saracene obbligavano gli abitanti della costa a fuggire e a trovar rifugio sui monti dell’entroterra.

Ovviamente non è che si scappasse carichi di bagagli e vettovaglie; allora si confidava in quello che la natura e i luoghi di rifugio potevano offrire.
E là si trovavano mulini, pecore e tanta legna, ergo farina, formaggetta e fuoco per cuocerle.
Così nacque la focaccia col formaggio che per molti anni, a causa della sua origine truce, veniva tradizionalmente preparata solo il 2 novembre, giorno dei morti.

Ma una donna in gamba di Recco, tal Manuelina, di professione cuoca, ebbe alla fine dell’Ottocento il merito di cucinare nel suo ristorante ogni giorno dell’anno questa prelibatezza.

focacciaformaggio.jpg

500 gr di farina di grano duro; 400 gr di formaggetta ligure o di stracchino meglio se non freschissimo dice qualcuno, freschissimo dice qualcun altro, a me van bene tutti e due; acqua, olio, sale.

Impastare due parti di farina e una di acqua; tirare due sfoglie sottilissime, e quando dico sottili dico quasi cartavelina trasparente.
Adagiarne una in una teglia bassissima unta d’olio e coprirla col formaggio a tocchetti; coprire con l’altra sfoglia.
Chiudere bene tutt’attorno i bordi della pasta e con uno stuzzicadenti praticare piccoli fori sulla superficie.
Spruzzare con olio e sale, infornare a 200° e togliere la focaccia solo quando apparirà dorata.
Dopo la cottura, il formaggio dovrà parzialmente uscire dalla sfoglia superiore.

©Mitì Vigliero

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