di Placida Signora - 22 Marzo 2007
Monumenti e riti propiziatori
Visto che viviamo in un periodo d’insicurezze croniche, male non fa ricordare che in alcune città italiane esistono statue e manufatti artistici dotati della gradevole nomea di “portabuono”.
Conosciutissimo è a Milano, sotto la galleria Vittorio Emanuele II, il mosaico raffigurante un toro che ormai, al posto degli attributi, ha un buco riempito di spesso metallo; questo perché si dice porti benissimo compiere sui suoi testicoli un giro completo facendo perno sul tacco o sulla punta della scarpa e nel contempo formulando un desiderio “di benessere e fecondità”. Continua »
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di Placida Signora - 21 Marzo 2007
Lui mi ha regalato un sacchetto di limoni del suo giardino; succosissimi, hanno un profumo meraviglioso. Mi piace da matti l’odore del limone; grattarne delicatamente la buccia con un’unghia, posarci su il naso e aspirare (sì, sniffo limoni ;-): e mi sembra subito estate.
Forse non tutti sanno che nonostante il colore solare e l’aroma che immediatamente fa correre col pensiero a caldi giardini a picco sul mare, i primi fiori del limone sbocciarono -insieme a quelli del cedro- in India, sulle alte pendici del monte Himalaia.
Pare che da lì siano stati i Persiani ad introdurlo nel Mediterraneo: infatti il nome leimun è persiano.
Gli antichi Greci lo conoscevano bene, tanto che gli studiosi sono convinti che i preziosi “pomi d’oro” del Giardino delle Esperidi, altro non fossero che limoni. Continua »
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di Placida Signora - 21 Marzo 2007
Andare in malora (o alla malora) è un antichissimo modo di dire che deriva dal latino “mala hora”, ossia “ora cattiva”: in senso lato “momento brutto, funesto”.
Anticamente si credeva che le “male ore” fossero quelle comprese tra le 2 e le 4 del mattino, nel cuore della notte quindi, quando le tenebre mettevano più paura e angoscia risvegliando incubi e ansie; ore nelle quali le “statistiche” mediche di allora denunciavano il maggior numero di decessi fra vecchi e malati. In seguito è diventato quasi un luogo “fisico-geografico” dove si va o si manda (ma va’ in malora).
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Altro modo di dire simile, indicante in generale una fine catastrofica e infelice, è andare o mandare a Ramengo.
E qui le versioni dell’origine sono due.
La prima si riferisce ad Aramengo, un paese in provincia di Asti. Sino al XVII sec. era sede di Tribunale, e pare ospitasse un carcere duro dove venivano rinchiusi i delinquenti più pericolosi, solitamente in attesa di condanna a morte. Quindi finire ad Aramengo come imputati e prigionieri significava finire decisamente male.
La seconda invece fa derivare la parola ramengo da ramingo, che discende a sua volta dal provenzale ramenc (ramo), termine indicante pure gli uccellini che abbandonato il nido, ma non sapendo ancora volare, zompettano incessantemente di ramo in ramo.
Col tempo il termine ramingo si estese ad indicare anche chi avendo perso tutto (per fallimento, esilio ecc) era costretto a vagabondare senza meta e senza soldi per le strade del mondo.
Insomma, scegliete voi la versione che vi piace di più, e se conoscete modi di dire simili segnalatemeli, che li aggiungo qui! ;-)
©Mitì Vigliero Continua »
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di Placida Signora - 20 Marzo 2007
(sotto casa, marzo scorso)
Marzo è mese dedicato a Marte, divinità dall’umore instabile ed irascibile - e non a caso, visto che era il dio della guerra.
Il suo brutto carattere venne riconosciuto dagli umani sin dall’antichità, soprattutto dal punto di vista meteorologico; pur mostrando netti segni di fine inverno con fiori e germogli, giornate calde, uccellini intenti alla fabbricazione del nido e risveglio della Natura in genere, l’esperienza contadina sa che di lui occorre sempre diffidare perché, come dice il proverbio, “al principio o alla fine, sempre Marzo versa il suo veleno” con freddi improvvisi e dannosi.
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di Placida Signora - 19 Marzo 2007
(per la serie dedicata ai blogger che verranno allo ZenaCamp )
In italiano il termine genovese frisciêu (e il circonflesso andrebbe sul dittongo “eu”, solo che non riesco a metterlo), solitamente viene tradotto come “frittella”; ciò non rende bene l’idea, perché frittella indica una composizione di pasta fritta e piatta, mentre i frisceu sono fritti, sì, ma hanno la forma di palline gonfie, leggere, tonde e morbide.
Loro base è la “pastetta”, fatta con farina e lievito di birra, sale e un poco di acqua tiepida o latte.
In Liguria si mangiano oggi 19 marzo, giorno di San Giuseppe; e dato che San Giuseppe è anche il patrono dei falegnami, sino al 1800 nelle numerose botteghe sparse nel centro storico genovese gli artigiani del legno omaggiavano il Santo allestendo sui loro banconi, ripuliti perfettamente da trucioli e segatura, dei rinfreschi composti di vino bianco, focaccia e, appunto, grandi vassoi di frisciêu.
Tutti gli amici, colleghi, parenti, passanti, vicini di bottega Continua »
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