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Genova Romantica: Storia D’Un Amor Perfetto:

di Placida Signora - 21 febbraio 2007

Da quando ero bambina ho sempre avuto una particolare immagine; Genova come un’immensa donna seduta nell’acqua di mare sino a metà vita, con la schiena, le spalle e le braccia spalancate appoggiate al monte, raffigurazione d’un materno golfo.

E chissà perché allora pensavo che, di questa donna, piazza Fontane Marose  fosse l’ombelico dal quale partiva un passaggio segreto, via Luccoli, che immetteva in un’altra città.

Per me c’erano due città; una Nuova conosciuta più o meno a tutti, dalle strade larghe e tanto cielo sopra, e una Vecchia, misteriosa, nota solo a pochi privilegiati.

Fantasie infantili che però sento ancora vive oggi e so condivise da tutti gli amici “foresti” lì condotti da me, partendo ogni volta dall’ombelico di Marose e poi fatti tuffare nel ventre di questa grande madre alla scoperta di cose e storie che, in continuazione, scopro io stessa assieme a loro.

Amo osservare le espressioni degli amici nell’attraversare vicoli tanto stretti che se piove non te ne accorgi neppure; palazzi tanto alti che raramente vedi solo uno spicchio di cielo, figuriamoci la luna.
Pari a una dantesca Virgilia mi piace accompagnarli ogni volta in un posto diverso, e lì farli soffermare a lungo affinché ne assorbano per sempre l’aspetto e la storia.

E di storie strane, di odio, d’amore o di magia; storie curiose, ilari o tristi avvenute sopra e sotto il suo ombelico, Genova ne ha tante da raccontare; ai foresti, certo, ma anche ai suoi figli che spesso tendono a dimenticare…

***

Era un torrido pomeriggio d’agosto quello del 1502 quando Luigi XII, re di Francia, giunse in città pieno di buoni propositi e con l’intento di convincere Doge e nobili ad aiutarlo nella lotta contro la Spagna.
Il marchese Cambiaso organizzò in onore del Re un ricevimento grandioso, invitando i maggiorenti della città e le loro gentili consorti. Nella villa Imperiale, proprietà dei Cattaneo, a San Fruttuoso.
Alla luce scintillante delle candele, Luigi ballò con molte dame; ma come ebbe tra le braccia Tommasina, non la lasciò più.
Colpo di fulmine, amore a prima vista, ricambiato appassionatamente dalla sposa poco più che bambina del vecchio Luca Battista Spinola. Danzarono sino all’alba guardandosi negli occhi: non accadde nulla d’altro.
Ma al mattino, quando il Re dovette ripartire, l’addio fu struggente.
Il giorno stesso Tommasina, in lacrime, abbandonò marito e casa, trasferendosi insieme alla vecchia nutrice in un palazzo della Maddalena.
Lì rimase in testarda clausura, a piangere ininterrottamente, a scrivere lunghe lettere appassionate al suo re, senza voler vedere né parlare con nessuno, impedendo persino alla luce di entrare, tenendo perennemente le gelosie accostate…
Dimagriva, Tommasina; si consumava d’amore.
E piangeva.
Passarono tre anni, tre anni d’inferno e dolore.
E un giorno la nutrice le annunciò, in buonafede,  la falsa notizia che il Re era malato, anzi, in punto di morte.
E di colpo Tommasina cadde a terra, col cuore schiantato.
Dopo pochi minuti alla porta bussò un cavaliere inviato dal re per tranquillizzare l’amata.
Era il 1505.
Dopo poco Luigi tornò a Genova, ma stavolta come nemico.
E una notte, travestito da frate, col cappuccio calato sul volto, sgusciò nella cappella di San Nicolò inginocchiandosi di fronte alla tomba della donna che lo aveva amato d’un purissimo amore sino a morirne. Trascorse lì ore, a piangere lui stavolta, ricordando un dolcissimo viso poco più che bambino e una magica notte di un agosto torrido di caldo e d’affetto.
Poi volle recarsi a vedere la casa dove Tommasina aveva trascorso gli ultimi istanti; e soffermandosi sulla minuscola piazza dove questa si affacciava mormorò: “Avrebbe potuto essere un Amor Perfetto“.
E quel nome, alla piazza, rimase per sempre.
Gli innamorati infelici vadano oggi nella chiesa di Santa Maria di Castello, e nel piccolo museo indugino di fronte alla tela di Ludovico Brea; potranno vedere, tra la folla dei beati, il volto poco più che bambino di Tommasina, che il pittore commosso e gentile volle ritrarre finalmente sereno nel suo “Paradiso“.

© Mitì Vigliero

E nella vostra città, esistono nomi di strade dolci e romantici?

*

Grazitaly: A Bergamo c’è addirittura un quartiere che si chiama Promessi sposi.

Francesca: A Roma c’è Piazza del Paradiso, è una micropiazzetta dove c’è un’hosteria dove si mangia benissimo! Proprio un paradiso :-)

Agomast: Non e’ in citta’ ma appena fuori, verso il lido. E’ un podere, con un grande appezzamento di terreno incolto e dove vado spesso a cacciare. Si chiama “Le Vergini nuove” e mi sono sempre chiesto dove fossero finite le vecchie. Forse a Terracina, dove c’e’ Vicolo delle Belle.

Perché si dice: Fare un cancan

di Placida Signora - 20 febbraio 2007

Non c’entra nulla il CanCan del Moulin Rouge, ossia il celeberrimo e scatenato ballo francese il cui nome deriva da canard, anatra, o meglio dal movimento del palmipede che – quando cammina impettito - agita velocissimo il sederino proprio come le ballerine nella citata e maliziosa danza prima del lancio delle gambe all’insù.

La vera origine riguarda sì sempre la Francia: però secondo me è assai più ridicola.

Alla metà dell’Ottocento un nutrito gruppo di serissimi professori, intellettuali, letterati e latinisti francesi si riunì a congresso nel Procope, un ristorante parigino, per decidere in maniera seria e accademica se la parola latina quamquam (“quantunque”), andasse pronunciata così come si leggeva, o alla grecakamkam“.

Seguì una feroce discussione, in cui due gruppi di studiosi esagitati che,  lanciandosi vicendevolmente piatti, panini e salviette, non facevano che urlarsi rabbiosamente a vicenda “Quamquàm!” e “Kamkàn!” (essendo francesi, accentavano l’ultima vocale).

Fu un caos indescrivibile che finì quasi a botte, seguito da un grande scandalo causato dal comportamento selvaggio e ben poco “accademico” dei paludati intellettuali.

Da quel dì, e proprio negli ambienti letterati e colti, cancàn divenne sinonimo di baccano, chiassata, arrabbiatura strillata, grande confusione isterica nata da futili – e spesso assolutamente idioti – motivi.

© Mitì Vigliero

***

E voi come dite, in italiano o in dialetto, fare un cancan?

***

Angela: Fare “u’ gibellere equivalente di cancan, trambusto (Pugliese)

Catepol: In vibonese burdellu” ma anche “casino” , “macello” si dice così…

Chamfort: Fae burdellu o Piantà na’ buriana (buriana: tempesta, NdPS)

P4T: Fare bordello, sicuramente! E anche fare cagnara

Elisabetta: Un rebelotfare un bel rebelot, impropriamente ma si dice, a Milano.

Antar: In romano: Alzare una Camboggia

Laislabonita: Io dico bagarre, quando voglio evitare il più volgare casino o burdell’. Quindi resto in Francia :)

Sw4n: In cosentino, “Fa nu bellu casinu

Brian: Alla fine quattro son le chances brianzole, alcune già citate: Fà on casott de bestij, Fà bordell, Fà disaster, Fà sù on rebelott!
E poi Far baracca, in romagnolo, mi pare.

Floria: Nel senso di confusione, rumore, gran baccano (non necessariamente di rissa verbale o meno)e anche disordine, mia suocera, con riferimento in particolare ai chiassosi nipoti dice: “Cos’è tutta questa casamicciola?” Credo che il modo di dire derivi dal terremoto che rase al suolo l’omonimo borgo. Personalmente, quando i miei alunni sono particolarmente rumorosi (talvolta litigiosi) li richiamo dicendo: “Ma dove credete di essere? Al mercatino del mercoledì?” (mercoledì: giorno di mercato nella mia città). Naturalmente esiste anche il termine “bolgia” di dantesca memoria (che cos’è questa bolgia infernale?).  
Stesso “campo semantico”: bailamme (pare dal turco bairam, la festa più importante presso i Musulmani dopo il Ramadam) nel senso di grande confusione, chiasso, rumore.

Gra/Lemoni: Me lo diceva sempre la mia nonna adorata: “Ammuina ‘è bbona ‘a guerra”intendendo che il gran casino, la baraonda s’addice in battaglia e non nelle case per bene! Che saggezza stì antenati!

Michele: E’ per un curiosa coincidenza che a Trieste si usi un termine di derivazione francese: si dice “remitùr”, che non è altro che la traduzione approssimativa dal francese demi-tour, ossia il comando che veniva dato alle truppe per cambiare direzione di 180°.

Grazitaly: In bergamasco : fa casot e de brut! Far molto casino. :D

Emma: Da noi in Toscana,oltre alla quasi usuale frase ” ora faccio un casino!!!” si usa anche “ora faccio casamìcciola” ….però bisogna essere parecchio “di fuori!!”

a. : Mia zia, piasentein del sass, (mi) diceva: “fa’ mia rago’” (ovvero: non fare casino) o qualcosa del genere. Pero’ dicono anche burdel.

Roger: Vi manca un guazzabuglio…????…o preferite un pò di canaio ??? e tanto per fare un pò di confusione…mettiamoci pure un pò di disordinanza…che aggiunta al barbarismo del caos da una mano al confondimento, e nell avviluppamento intricato dell’imbratto indistinto e malivolo e pecoreccio provoca un ravviluppamento scombinato che sa di tramazzo e provoca un risentito e sbarattato scompiglio che mi porta a desviare ….che io volevo dire …casino….e basta…ma un pò di can can ho contribuito pure io a farlo….o no?

Glossy: Da noi a Piacenza si dice “ragò” o anche “fricandò” (almeno credo, quest’ultima l’ho sentita solo da mia zia)

Giorgia: A Roma si diceva “fare una cagnara”. (Credo che derivi dall’abbaiare di tanti cani messi insieme)

Marchino: Anche da noi si dice rebelòt, ma anche baraùnda, oppure cincél (che però è più per il fracasso, in tal caso si usa anche mastì). :)

Bartleby: A Napoli si dice fare ammuina. Pare che questo termine derivi da un comando dato sulle navi spagnole quando questa erano attraccate in porto davanti al castello dove risiedeva il re e quando il re era nel castello. Il comando voleva dire fare baccano facendo finta di lavorare. Qualcosa del tipo: tutti quelli che stanno a poppa vadano a prua, quelli che stanno a prua vadano a poppa eccetera, in modo da simulare un gran lavorìo che in realtà non c’era.

Luca Moretto: “far casin!” per il dialetto veneto

GattoConcerto

di Placida Signora - 17 febbraio 2007

 

Per concludere in bellezza la giornata di festa felina
ecco a voi il concerto di

Nora 

la

Gatta Pianista

 

E una serie di videomici buffi:
Gatti pazzi 1
Gatti pazzi 2
LoLCat
Gatti Parlanti

 

 

Una canzone e un film

di Placida Signora - 16 febbraio 2007

Ispirata da un bel post di Lorenzo,
auguro a tutti un buon week-end
con questi
due splendori 

‘A Lanterna

di Placida Signora - 16 febbraio 2007

(Per la serie dedicata agli ZenaCampisti)

Tanti e tanti anni fa, quando la storia di Genova era appena incominciata, nella notte, a Capo di Faro, bruciava già la “brisca” – i gambi di ginestra raccolti in val Bisagno – per indicare il pericolo dell’aguzza scogliera ai marinai che su fragili barche percorrevano il mare.
In quello stesso punto nel 1128 venne costruita la Lanterna, tutta in antichissima pietra Cava; la brisca venne bruciata in gabbie di ferro sospese su di lei in alto, perché la fiamma fosse maggiormente visibile a distanza.
Ma la torre non serviva solo da “faro”; quando la luce su di lei era chiara, tutto andava bene e si poteva andare a nanna tranquilli; ma quando era bruna e fumosa voleva dire di correre alle armi e di far fuggire le donne sui monti, perché si stavano avvicinando navi pirate: e sulla Lanterna si accendevano anche tanti altri piccoli fuochi quante erano le navi nemiche avvistate.
Di giorno invece erano vele issate sulla torre a segnalare gli eventuali pericoli.

Poi venne il Medioevo, e anche a Genova iniziarono le lotte intestine che durarono oltre due secoli.
Così, più che fare la sentinella, la Lanterna divenne testa di ponte da espugnare: a turno se ne impossessavano guelfi e ghibellini.
Gli anni intanto passavano; finito di scannarsi fra loro i genovesi, tanto per non perdere l’abitudine, contunuarono a combattere contro i nemici esterni e la Lanterna divenne un ambito bersaglio e ogni volta ne usciva piuttosto malconcia tnto da essere accuratamente tamponata o addirittura quasi completamente rifatta, come nel 1549, dopo i duri assalti per espugnare la briglia costruita contro Genova dai Francesi di Luigi XII.
Da lì resistette imperterrita, dura come la sua gente, a tutte le vicissitudini belliche seguenti; dal bombardamento navale ordinato nel 1684 dal re Sole, agli aspri combattimenti del 1746 dopo la rivolta iniziata da Balilla, alle incursioni tedesche, inglesi e americane dell’ultima guerra.

 

 

Una curiosità; da qualunque parte la si guardi, la Lanterna mostrerà sempre 3 angoli

La storia della Lanterna è dunque lunga quasi un millennio; le cronache ce ne hanno tramandato tutto il bene e tutto il male accaduto attorno e su di lei, ma non ci hanno mai detto chi ne fosse l’artefice.
Una leggenda, simile a molte sparse in Italia riguardanti antichi monumenti, narra che il costruttore della Lanterna, una volta ultimata l’opera, ne fosse stato gettato dalla cima sugli scogli sottostanti o perché non ne realizzasse una altrettanto bella altrove, o per non pagarlo. Ma quest’ultima illazione pare sia frutto dei nemici della Superba.;-)
In compenso, anni fa, l’appena eletto Sindaco (sardo), lanciò l’idea di eliminare la Lanterna come simbolo di Genova per sostituirlo con qualcosa di più attuale.
Inutile dire che rischiò seriamente di fare la fine del disgraziato costruttore.

© Mitì Vigliero

Update:

QUI la Lanterna magnificamente fotografata da GigiMassi 

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