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Traduciamoli!

di Placida Signora - 28 Febbraio 2007

(Per la serie: oggi non ho voglia di far niente di intelligente…;-) 

Una fanciulla francese che si chiami Geneviève pare istintivamente più fascinosa
di una sua omonima italiana che si chiami Genoveffa
E così tanti nomi di personaggi famosi, tradotti nella nostra lingua, sembrano
- chissà perché -
immediatamente ridimensionarli…
Facciamo una prova?

Tom Cruise - Tommaso Crociera
Nicholas Cage - Nicola Gabbia
Tom Hanks - Tommaso Matasse
Kevin Bacon - Kevin Pancetta

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Il cibo dei Vikinghi

di Placida Signora - 28 Febbraio 2007

Come lo stoccafisso arrivò in Italia

Stoccafisso” deriva dall’antico olandese “stokvish”, composto da “stock” (bastone) e “vish” (pesce); pesce (merluzzo) duro e rigido come un bastone, quindi, essiccato all’aria aperta e gelida delle terre del Nord.
Baccalà” invece ha un’etimologia più incerta, forse deriva dal basco “bacalao”: ad ogni modo è sempre merluzzo, ma conservato sotto sale.
Sia lo stoccafisso che il baccalà, diffusissimi nelle nostre cucine regionali, contribuirono per secoli a sfamare intere generazioni, fornendo spesso lo jodio mancante a chi abitava lontano dal mare.
Ma forse non tutti sanno che lo stoccafisso giunse in Italia a causa di un naufragio.
Era il 1431 quando il nobile veneziano Piero Querini salpò da Creta, allora dominio della Serenissima; voleva raggiungere le Fiandre passando lo stretto di Gibilterra, per scambiare il suo carico di 800 barili di malvasia con stoffe, lana e stagno.
Ma al largo delle coste una terribile tempesta fece colare a picco il suo veliero; lui e la ciurma si salvarono a bordo di due scialuppe, vagando raminghi sulle onde per quasi un mese sino a quando, allo stremo delle forze, arrivarono a una terra ben poco ospitale, ventosissima e piena di ghiacci.
Erano approdati senza saperlo ben oltre il Circolo Polare, e precisamente a Røst, isoletta norvegese che fa parte dell’arcipelago delle Lofoten.
Qui trascorsero circa quattro mesi, ospitati nelle case dei pescatori.
Dormivano tutti insieme, marinai italiani e cretesi, pescatori norvegesi e le loro donne, ma il Querini non temeva alcuno “scandolo” poiché, come scrisse sul suo diario
“I 120 abitanti dell’isola sono tutti cattolici fedelissimi e devoti, senza alcuna lussuria, tanto è la region fredda e contraria a ogni libidine”. 
E difatti alle Lofoten molti abitanti hanno tuttora tratti marcatamente mediterranei.
Piccanti pettegolezzi a parte, a noi interessa che un bel dì il nobiluomo scrisse alla Serenissima la descrizione del locale metodo di conservazione del pesce:
I stocfisi seccano al vento e al sole e perché sono di poca humidità grassa, diventano duri come legno. Quando li vogliono mangiare, li battono col roverso della mannara che li fa diventare sfilati come nervi, poi compongono butirro e spetie per dargli sapore, et è grande et inestimabile mercanzia”.
E quando riuscì a tornare in patria, si portò dietro un gran numero di “stocfisi” immettendoli sul mercato italiano col nome “cibo dei Vikinghi”.
Il successo fu immediato. Lo vollero le flotte come provvista da cambusa, vista la sua sicurezza di conservazione. Lo vollero le popolazioni montane, che di pesce marino, pòrelle, ne mangiavan pochino.
Ma il vero boom si ottenne nel 1561 col Concilio di Trento e l’istituzione obbligatoria dei “giorni di magro”, quando l’Arcivescovo di Uppsala e primate di Svezia, Olao Magno, mise in atto una vera e propria operazione di marketing rivolta a promuovere - per il bene dell’anima dei fedeli e dell’economia della sua patria, una delle massime esportatrici - l’uso dello stoccafisso su tutte le mense cattoliche.

©Mitì Vigliero

Guerra alla ciucca

di Placida Signora - 27 Febbraio 2007

Antichi rimedi, antiche punizioni e vostri modi di dire dialettali

 
Teomondo Scrofalo

Mi capita spesso di leggere sui blog relazioni di serate particolarmente “allegre”; ma il tono degli scritti la mattina dopo, di solito, descrive anche spiacevoli sintomi da post-sbronza.
Per evitarli forse bisognerebbe imparare dagli antichi.
Ad esempio Greci e Romani, grandi bevitori, conoscevano innumerevoli cure contro le ciucche; per evitarle, mescolavano al vino acqua, ginepro, bacche di mirto e formaggio molle di capra, formando così una poltiglia talmente disgustosa da far diventare astemio chiunque.
Erodoto racconta che gli Egizi, prima di bere, mangiavano chili di cavolo lesso convinti che assorbisse la parte nociva dell’alcol: e in fondo anche i tedeschi dei giorni nostri usano i cavoli inaciditi (sauerkraut) quando tracannano immensi gotti di birra.
Aristotele invece raccomandava scorpacciate di olive, e Varrone porri e decotti di ruta.
Teofrasto ci dice che quelli che bevevano per scommessa solevano inghiottire, prima di cominciare la “gara”, della pietra pomice in polvere; Sesto Placido suggeriva invece un bicchier d’acqua in cui fosse stato immerso per 24 ore un pezzo d’oro (raccomandando d’ingurgitare solo l’acqua, non anche la pepita).
In compenso Plinio suggeriva di bere indossando un anello con ametista, pietra dal color del vino, che avrebbe assorbito tutta l’ebrezza.

Dal Medioevo al Rinascimento le ciucche vennero generalmente curate con docce gelate, inalazioni d’ammoniaca, bicchieroni d’acqua calda e sale, lumache crude
Ma già dal 500 dC. in Inghilterra, per tentare di frenare l’ubriachezza che stava tramutandosi in una vera piaga sociale, si passò alle maniere forti soprattutto in ambito ecclesiastico, perché nei conventi si beveva eccome!
La prima legge contro l’alcolismo fu il Canone di San Gilda il Saggio (VI sec) che condannava i monaci ubriachi ad andare a letto senza cena per due giorni filati.
San David, primo vescovo di Canterbury, si mostrò più severo imponendo ai religiosi sbevazzoni tre giorni di penitenza stretta per la prima “colpa” e quaranta in caso di recidiva; la regola venne poi estesa anche ai laici i quali, non potendo essere puniti spiritualmente, venivano semplicemente rinchiusi in celle d’isolamento nelle prigioni cittadine per minimo quindici giorni.
In seguito le pene si acuirono; nel registro della parrocchia di Salehurst (Sussex), nel mese di ottobre 1610 venne scritto:
“Eric Turner, conosciuto come ubriacone profano, è morto in preda all’ebrezza e perciò scomunicato ed è stato sotterrato sulla via maestra, come monito per altri ubriaconi”.
In un altro registro - stavolta della parrocchia di Iken (Suffolk):
“Il 10 novembre 1669 Edward Reeve, tornando da Saxmundham impletus fortioribus liquoribus (pieno di liquori forti), investì col suo cavallo una povera donna ferendola in modo grave e, disarcionato dal cavallo, cadde e morì. L’indomani fu messo al rogo e bruciato in piazza, come avviso ad altri ubriaconi.”
Più gentili a Newcastle, dove venne inventato un nuovo tipo di giacchetta fatta con un barile sfondato e munito di un foro in cui si faceva passare la testa dell’ubriaco obbligandolo poi a passeggiare così abbigliato per le strade affollate; altrimenti usavano pure una grossa gabbia con la quale si immergevano pubblicamente gli sbronzi nelle fogne della città.

Quella di gettare i ciuccattoni nell’acqua sudicia fu una moda che durò più di 4 secoli; un “foglio di notizie” londinese del 1785 descrive un fatto del genere:
“La settimana passata una donna ubriaca di birra fu condannata dal tribunale a essere immersa nel Tamigi, sotto il ponte di Kingston, in presenza di duemila persone”.
E sino al XIX sec. molti beoni, fra cui si può annoverare l’immortale Pickwick, furono rotolati nella melma o nel letame di fronte a folle schiamazzanti.
In Germania i vini erano posti sotto una sorveglianza severissima; nessuno al disotto dei primogeniti dei nobili, o che avesse meno di 100 marchi di rendita all’anno, o che possedesse meno di 1000 marchi di beni immobili, poteva tenere presso di sé alcun recipiente che contenesse vini per più di 10 galloni (40 litri), pena un’ammenda di 50 marchi. Veniva richiesta la “rendita” perché, in caso di danni provocati in stato di ubriachezza, doveva esserci la certezza di un risarcimento.
In molti altri paesi cattolici europei, chi veniva pescato in flagranza di ciucca veniva multato, e i soldi venivano versati alle chiese in favore dei poveri.
In un registro del 1865 dell’abazia di Saint-Maurice d’Agaune, si legge:
”Ricevute multe di 20 franchi cadauna da 6 ubriachi stranieri; di 34 cadauna da 45 fra artigiani, commercianti e soldati oltre franchi 10 dalla vedova Becher, per ubriachezza molesta durante la Santa Messa.”

©Mitì Vigliero

A Genova si dice:

Sbronza: imbriagatùa 

Ubriacarsi: imbriagàse - imbottìse  

Ubriacone: sacco de vin - aerboo (albero) da gòtti (bicchieri)

E da voi?

*

Grazitaly: ciapà la cioca (Bergamo)

Noeyalin: briao fradicio (Toscana)

Tengi: “gò ciapà na tega” - “gò ciapà na bala da fogo”
“sò ‘mbriago smarso” - “sò ‘mbriago spolpo
” (Veneto)

Beppe: doposbronza in Norvegia - jeg har tommermen (avere i falegnami in testa).

Francesca: (Roma) inciuccato - essere brillo - ubriaco fradicio

Allerta: in piacentino
ubriaco: ciuc
molto ubriaco: ciuc stres
proverbi: chi n’beva, mora (chi non beve muore)
Vein bon, fa sangu bon (vino buono fa sangue buono)
Leggere anche questo dialogo

Chamfort: ubriaco ciocch- ciapà la cioca, sbronzarsi (Milano)

Birambai: (Sardegna)
Sbronza:imbreachèra, cotura, cochèra, coccogna, pedde, pelliccia.
Ubriaco: imbreagu a suppa, a feche, a prùvera, a laddara, che pipa, muscau, pèrdiu, che porcu.
Superare la sbornia: scrudare.
Sbronza triste o collerica: fachere binu malu

Pievigina: Altamarca trevigiana:
Ubriaco: storno, ‘cioc, imbriago
“E’ ubriaco”: el ha ‘na simia driose (ha una scimmia che gli va dietro)

AdriX: In campidanese “la sbronza” è “s’imbriaghera”, mentre smaltire la sbronza si dice “scexiai”, la “x” si pronuncia come una “sc” che suona.

Angela: Coste di sedano, tenute nel vino e poi mangiate. Questo il rimedio, per non ubriacarsi. Per la terminologia, si va dall’ “avvinazzèt” che puzza di vino a mbrièche. Nel sud-est barese è in uso un termine “uascezz” per indicare, anche, una ubriacatura godereccia, fracassona e goliardica. Il barese dice “n’àme sciute all’cozz” per sottolineare un’alzata di gomito.

Settantasette: io ho passato metà della mia vita a Udine, e metà a Trieste. Conosco, quindi, l’attitudine al bicchiere che qui in Friuli è decisamente notevole.
A Udine, e nell’alto Friuli, ho sentito spesso dire (in italiano) “sono in bomba” oppure “sono cimbalo”, oltre ovviamente alle innumerevoli espressioni in lingua friulana (per esempio, “soj cjoc madûr”, ossia “sono ciucco maturo”, oppure “lât in asêt”, cioè “andato in aceto”).
A Trieste, oltre a espressioni molto simili a quelle venete citate da Tengi, mi ha sempre fatto molto ridere la definizione “te son torrido”, per dire “sei ubriaco”. 

Blimunda: Quando vivevo in Irlanda (loro sì che di ciucche se ne intendono), il suggerimento era: “one pint of beer, one pint of water”. Così facendo potevi andare avanti tutta la notte (o meglio, fino alle 23:30, dopodiché scattava inesorabile il closing time dei pub). Il problema è che passavi più tempo alla toilette che al tavolo con gli amici…Altro trucco: prima di uscire, riempirsi lo stomaco di pane con tanta mollica. Et voilà, fatto il “fondo” per reggere come un alpino.

MauroGasparini: Non vedo
ciapare ‘na s-ciòna (Veneto)
dove s-ciòna è anche l’anello per le tende o l’orecchino della zingara,
forse riferito al circolo vizioso di cui è vittima l’alcolista

iMod: Non credo siano forme dialettali,
ma qui a Bordighera (mia città adottiva), si usa dire - in caso di troppa baldoria: “ho preso una brigna”, oppure “ero bello rotondo”,
che piomba!”,
ma anche “che rumba!”…
A Nizza Monferrato (mia città Natale… che non è vicina a Montecarlo Monferrato, come molti pensano qui a ponente), si usava dire “bel’e ciuch”, oppure “bel’e andò”…

Stark: Romagnolo-entroterra
Imbarìegh (con la E che quasi non si sente).
Ubriacarsi invece si dice imbariaghis,
sempre con l’accento sull’ultima i.

Bloggointestinale: a Lugano, gli emigranti di seconda generazione dicono: ciucco duro. il dialetto ticinese non lo so, ma è tipo: ciapà la cioca

Cat: in dialetto sudtirolese
ciucco si dice “bisch moulm” o “Bsuff’n”,
in “bolzanino”, che è un pastrochhio di dialetti veneti e trentini ciucco si dice “olfo”, in casa nostra, ricordando mork da ork, si dice:
shasbat sono un po’ besurb!
Sempre a che fare con gli ubriachi…mio nonno mantovano, quando indossavo qualcosa di bordeaux o viola, mi diceva : va che bel color argatadÜra!, che equivale al trasÜdeciÜk milanese!
il rimedio, che però è preventivo, mangiare 4 - 5 uova sode prima della bevuta, o un panetto di burro!

Brianzolitudine: Ich bin blaug in germania
Son ciocc! In brianza. Poi: Ciocchettòn (ubriacone)
Fà San Rocch (fare san rocco, il 16 agosto), prendersi la sbronza di due giorni dal 15 al 16/8
Vess filtraa - on filter de prima categoria: essere ultrasbronzi
Sempre a San Rocco, dopo la sbronza di ferragosto: El dì adree, con pocch la se mantee! (il giorno dopo, con poco [vino, la sbronza] la si mantiene bene!)

Catepol: Vibonese: s’mbriacau, è jiuto (nel senso di ito/andato), è ‘na taccia, si fici ‘na taccia, ‘mbriacuni 

Terrybile: Vibonese: mi permetto di aggiungerne altri: mi fici na fezza (da feccia), mi fici na vara (probabilmente in riferimento ad un contenitore particolarmente capiente traboccante di vino)

 

Buon Compleanno, Paolo!

di Placida Signora - 26 Febbraio 2007

(Stromboli)

Regalo il placidotramonto di stasera (QUI in grande) al mio Figliocccio prediletto.
Se volete fargli gli auguri anche voi, andate a casa sua: credo proprio se li meriti tutti e tanti, visto le cose belle che ci ha donato in questi anni, da Archie sino a Pereira, senza dimenticare la sua splendida voce!

 

 

La notte della Luna Rossa

di Placida Signora - 26 Febbraio 2007

Segnatevi queste date:
2 marzo: Luna dei Regalini
3-4 marzo: Eclissi totale di Luna

Colonna sonora

 

Come tutti gli avvenimenti inspiegabili, strani o semplicemente rari, l’eclissi lunare (così come quella solare) ha sempre colpito molto la fantasia popolare, dando loro connotazioni di negativi presagi o manifestazioni diaboliche.

Nel 1504 Cristoforo Colombo, il quale sapeva da testi scientifici che ci sarebbe stata un’eclissi, la sfruttò in modo bieco per ottenere l’aiuto degli indios della Giamaica: fece finta di pregare Dio dicendo più o meno “Fai vedere a questi oscuri selvaggi quanto sei potente: oscura la Luna!”.
Cosa che regolarmente avvenne e convinse i giamaicani.

Effettivamente vedere il disco luminoso e candido della Luna venire lentamente coperto da un altro disco estraneo, nero e buio come gli Inferi, sottolinea il presunto carattere magico del fenomeno: come se le tenebre volessero letteralmente “mangiare” la luce, come se la morte prendesse il sopravvento sulla vita.

Per questo gli antichi e pagani guerrieri degli eserciti, se vedevano la notte prima della battaglia un’eclissse, di comune accordo con l’avversario rinviavano la tenzone ad un altro momento; non solo, ma si mettevano tutti insieme a ululare in direzione della Luna, per spaventare il nero Essere mostruoso che la stava “divorando”.

Se il popolo Maya non aveva affatto paura dell’eclissi lunari, anzi sapeva predirle con estrema esattezza, i Persiani credevano che l’eclissi fosse una punizione divina nei confronti degli uomini. Pensavano che tutte le volte che qualcuno stava per compiere o aveva compiuto gesta malvage (tradimenti, infanticidi ecc), gli dei chiudevano in una specie di tubo l’astro celeste (luna o sole che fosse) e lasciavano gli umani nel buio più completo, con la sola compagnia di Incubi e Rimorsi.

E nel Medioevo i contadini erano convinti che le eclissi fossero causate da certe parole magiche pronunciate da streghe cattive; queste parole avevano il potere di “ipnotizzare” la Luna, obbligandola ad avvicinarsi alla terra per deporre una sorta di rugiada schiumosa sulla erbe che poi sarebbero servite alle fattucchiere per compiere ogni sorta di nefandi sortilegi.
Quindi, per impedire che la Luna udisse le stregonesche parole, all’inizio dell’eclissi tutti gli abitanti dei villaggi si mettevano a correre sui campi facendo un fracasso infernale, agitando campanacci da mucca, martellando lastre di rame e di bronzo, percuotendo incudini e urlando come pazzi.

Infine, per i napoletani, le eclissi di Luna devono essere guardate non da dietro i vetri della finestra, bensì all’aperto, a viso nudo: e il giorno dopo bisognerà correre alla prima ricevitoria del Lotto a giocare il numero 70.

© Mitì Vigliero

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