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Delurking day

di Placida Signora - 12 Gennaio 2007

Dicono che oggi (sino a domani compreso) sia il Delurking day, giorno dedicato a tutti quelli che leggono i blog ma non lasciano commenti.
L’invito quindi è rivolto a tutti voi, miei lettori silenziosi: almeno in questi due giorni palesatevi, per favore.
Sempre se volete, eh? Vi vorrò bene lo stesso. 

E ora me ne vo al galòp per la città (e meno male che c’è il sole, sarebbe da sparapanzarsi sulla spiaggia, sigh…). Appena torno modero i commenti e rispondo a tutti…Baci! :-)

La fiducia

di Placida Signora - 12 Gennaio 2007

da “I pensierini di Mitì” 

Per me la Fiducia è
quel delizioso senso di assoluta sicurezza
che si prova immediatamente prima
di inciampare in un gradino.

Carnale lettera d’amore in busta color crema

di Placida Signora - 11 Gennaio 2007

Come corollario a questo bel post di Giannitos aggiungo queste notiziole 

L’artistico raviolo

Quando si parla di Gavi Ligure, si pensa subito al vino; però la cittadina merita di passare alla storia anche per un altro importante prodotto gastronomico italiano, che ebbe persino un’importanza artistica.
Nel XII sec. Gavi era terra di frontiera, passaggio obbligato dei trasporti fra Liguria e il resto dell’Italia settentrionale; i mercanti sostavano abitualmente a mangiare e dormire nelle numerose locande del paese la cui più famosa era l’“Hustàia du Raviò”, proprietà della famiglia Raviolo che fu la prima a brevettare ufficialmente quella pasta ripiena chiamata appunto “ravioli”.
Nel 1202 Gavi passò sotto il dominio della Repubblica genovese e i ravioli divennero uno dei piatti più amati dalla Superba che in seguito li esportò, oltre che in tutta Italia, anche in Provenza, Corsica e America del Sud.
E quando (1528) una parte della famiglia Raviolo si traferì a Genova, venne ascritta alla nobiltà e scelse come stemma una forma per ravioli sormontata da tre stelle.
I ravioli nella loro storia sono stati spesso strettamente legati all’arte; ad esempio, il pittore Giambattista Gaulli detto Il Baciccio, impegnato a Roma dal 1669 al 1683 a decorare la Chiesa del Gesù, tirava fuori l’”estro inventivo” soltanto se il committente, il padre generale dei gesuiti Paolo Oliva, gli faceva trovare ogni santa mattina ad attenderlo sulle impalcature poste all’interno del tempio, un’enorme e bollente porzione di ravioli capace di dissolvere l’acre atmosfera dell’acqua ragia e dei colori”.
Invece Niccolò Paganini, nel 1838 scriveva nostalgico all’amico Luigi Germi: “Ogni giorno di magro e anche di grasso, sopporto una salivazione (l’aquolina in bocca, ndr) rammentando gli squisiti ravioli che tante volte ho gustati alla tua mensa”; e nel 1840, pochi giorni prima di morire, da Nizza Marittima trovava la forza di scrivere entusiasta ad un amico la “suaricetta  dei ravioli, citata ormai come classica dai sacri testi della storia gastronomica.
Infine, non tutti sanno che i ravioli furono protagonisti anche del Futurismo.
Nel 1931 Marinetti sconvolse l’Italia col “Manifesto della cucina futurista“,  dove per prima cosa (causa l’allora carenza di grano in Italia, che veniva importato carissimo dall’estero) riteneva necessaria “l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica” la quale, digerendosi in gran parte in bocca e non facendo lavorare pancreas e fegato, sviluppava nelle italiche menti “scetticismo, sentimentalismo, fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo“.
Ciò scatenò la rivolta nel gruppo futurista “Sintesi”, tanto che Farfa, Gaudenzi, Picollo, Lombardo, Pierro, Verzatti, Lo Duca, Tullio D’Albissola ecc. il 15 gennaio del ’31 scrissero un’accorata supplica al Marinetti nella quale, pur accettando di dichiar guerra a “maccheroni, vermicelli, spaghetti e tortellini” chiedevano fermamente una dichiarazione di “leale neutralità verso i ravioli, ottimistici propulsori dinamici per i quali nutriamo profonde simpatie e doveri di riconoscenza e di amicizia”.
Marinetti si convinse ed il raviolo, che Farfa (Vittorio Tommasini) definì “carnale lettera d’amore in busta color crema”, si salvò così dal progressimo rimanendo uno dei capisaldi dell’italica cucina.

© Mitì Vigliero

Meme tu che memo anch’io

di Placida Signora - 11 Gennaio 2007

Non amo alla follia i meme e le blogcatene varie, ma visto che:
1) casa (e anno) nuova (nuovo), vita nuova
2) me l’ha chiesto il mio Gatto preferito
3) quell’agrifoglio per motivi di galòp resterà lì come ho già detto qui   ancora per un po’ (e poi, avete mai visto un agrifoglio scomparire subito dopo l’Epifania? Ne ho due alberi immensi nel giardino in campagna, hanno circa 200 anni e non muovono foglia, per fortuna…;-)
…InZomma, visto tutto questo, eccovi le

5 cose di me
che non ho mai detto

1)Quand’ero molto giovane… (Acc..è caduta la connessione)
2)Una volta ho fatto una cosa tremenda… (Sniff sniff…non sentite odore di gas voi? aspettate un attimo che vado a controllare il boiler…)
3)Non so dir di no a…(Ecco, ha finito la lavatrice, vado a stendere e poi torno...)
4)Luglio, bagno di notte sulla spiaggia, c’era la luna…(Aaargh, è entrata una zanzara maledetta e io sono allergica!)
5)Ho scritto un libro tutto dedicato alle scuse (lo giuro).

Ora dovrei passare la palla a voi.
Paura, eh?
Facciamo che la passo (sia chiaro: liberissimi di accettarla o meno) a tutti quelli che commenteranno qua sotto. (E fu il deserto…)

I pittori degli impiccati

di Placida Signora - 10 Gennaio 2007

Vi fu un tempo in Italia in cui grandi pittori vennero incaricati di dipingere ritratti che avevano la stessa funzione delle odierne immagini segnaletiche delle forze dell’ordine, quelle con su scritto “Wanted”; opere usa e getta, che venivano cancellate una volta catturato o graziato il colpevole latitante.
Uno dei primi “ricercati” in questo modo fu Muzio Attendolo detto Sforza, capostipite della celebre famiglia. Da ragazzo, mentre stava zappando un campo paterno, vide arrivare un drappello dell’esercito papale che batteva lo Stivale per arruolare gente.
Anziché lanciare in aria una monetina, usò per decidere il suo vigore fisico (non per nulla lo chiamavan “sforza”); gettando la zappa contro una quercia esclamò “Se cade a terra, resto: se si pianta nel tronco vado”.
Andò, divenendo uno dei più famosi condottieri pontifici; nel 1413 si ribellò al Papa schierandosi col Re di Napoli che ne appoggiava un altro (in quel periodo ce n’erano ben 3, di Papi). Il Pontefice allora lo fece dipingere (da artisti di cui il nome non ci è giunto) su tutte le porte e i ponti di Roma, ritratto appeso per un piede (simbolo di latitanza), con una zappa nella mano destra e nella sinistra un cartiglio con su scritto: “Io son lo Sforza, villano e traditore, che dieci tradimenti ho fatto alla Chiesa contro il mio onore”. Per la cronaca, non fu mai catturato.
Andrea del Castagno, dopo la Battaglia di Anghiari (1440), su ordine delle autorità fiorentine dipinse - sulla facciata del Palazzo del Podestà - l’effigie impiccata dei latitanti Albizi e Peruzzi: fece un lavoro così bello che, nonostante la creazione di altre opere meravigliose, il poveretto da allora fu chiamato “Andrein degli Impiccati”.
Sempre a Firenze nel 1479 alcuni partecipanti alla Congiura de’ Pazzi vennero acciuffati ed impiccati immediatamente alle finestre del Palazzo del Bargello: passava di lì Leonardo da Vinci il quale, antesignano dei fotoreporter, non si lasciò sfuggir l’occasione e ritrasse rapidissimo su un foglio il cadavere di Bernardo di Bandino Baroncelli penzolante per la gola.
Però molti altri congiurati riuscirono a fuggire e così le autorità commissionarono a vari artisti di ritrarli appesi per un piede sulle facciate dei Palazzi più in vista; così fece Sandro Botticelli, il quale immortalò sulla porta della Dogana i contumaci membri della famiglia dei Pazzi.
Andrea del Sarto invece, come racconta il Vasari, incaricato nel 1529 di dipingere sulla “facciata dov’è la Mercatanzia Vecchia” i ritratti d’un paio di capitani che erano fuggiti con le paghe dell’esercito, temendo di “acquistare come Andrea del Castagno il cognome delli Impiccati” disse che li avrebbe fatti fare al suo allievo Bernardo del Buda e invece, tirata una lunga tenda davanti alla facciata, “v’entrava egli di notte et usciva similmente che non fussi veduto, e li condusse di maniera, che quelli vivi e naturali parevano”.
La stessa cosa fece con i ritratti di alcuni cittadini ribelli sul Palazzo del Podestà, “i quali finí egli, e ne dette il nome a Bernardo che il dí a tutte l’ore saliva e scendeva, perché ne fusse veduto”.
Quando si dice il Genio, eh?

© Mitì Vigliero

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