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Credenze Natalizie

di Placida Signora - 20 Dicembre 2006

Il senso totalmente positivo di questa Notte magica, si riflette sulle antiche credenze dal sapor pagano che la riguardano. Ad esempio in Piemonte si dice che i fiori seminati il giorno di Natale avranno degli splendidi colori; a Napoli che l’aceto usato per condire l’”insalata di rinforzo” della Vigilia, versato sui garofani li renderà pieni di screziature; in Liguria che le foglie di alloro raccolte il 25 non seccheranno per mesi…
E, visto che Natale era anticamente uno dei rari momenti di abbondanza alimentare, è logico che siano molte anche le credenze riguardanti la tavola; in Puglia cibo rituale natalizio son le “pettole”, pallottole di pasta lievitata fritta nell’olio. Per preparlarle però vi sono riti precisi da seguire: vanno impastate solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia, sennò saran disgrazie. Mentre frigge, la cuoca non deve né bere né mangiare, sennò assorbiranno troppo olio. Dall’ultima pettola, prima d’esser buttata in padella, bisognerà togliere un pezzetto e buttarlo nel camino recitando una preghiera; infine guai a lodare la frittura che si sta facendo: riuscirà di certo male.
In Emilia Romagna invece si credeva che tutti gli avanzi dei cibi del cenone avessero effetti medicamentosi; burro e olio per curare tagli e bruciature, cera delle candele contro le contusioni, vino le piaghe sulla schiena di animali e umani e, versato nella vigna, un’ottima vendemmia l’anno dopo; le briciole di pane date ai pulcini per farli crescere vigorosi e mai preda di volpi e rapaci. In Istria, per proteggere il bestiame da ogni malanno, gli si dava da mangiare un poco del cibo del Cenone.
La Notte Santa era anche l’unica notte in cui era possibile tramandare “esercizi segreti”; così in tutto il Meridione, Veneto e Liguria, le nonne insegnavano alla nipote prediletta i riti per levare il malocchio, mentre in Campania, Sicilia e Piemonte i nonni “guaritori” passavano ai discendenti l’arte per curare ossa e distorsioni.
E infine, ovviamente, non potevano mancare le credenze legate all’amore.
Nelle Marche, la sera del 24 dicembre le ragazze da marito mettevano sotto il cuscino del letto tre fave (simbolo di fecondità): la prima completamente senza buccia, la seconda sbucciata a metà e la terza intatta. Al risveglio infilando la mano sotto il guanciale ne sceglievano una a caso: quella senza buccia indicava un futuro marito povero, le altre medio-ricco o decisamente miliardario.
A loro volta, nella Sardegna logudorese, le nubili facevano sistemare su un tavolo dalle altre donne di famiglia cinque scodelle contenenti rispettivamente cenere, acqua, chiavi, trucioli: una doveva restare vuota. Bendate, sceglievano una di queste mettendoci una mano: se trovavano acqua, avrebbero sposato un agricoltore, cenere un mugnaio, trucioli un falegname, chiavi un ricco possidente, vuoto un poveretto.
Nelle Murge invece bastava che la ragazza la mezzanotte esatta del 24 si guardasse allo specchio con i capelli sciolti per vedere, al posto della sua immagine, quella del futuro marito.

© Mitì Vigliero

Placidiconcerti di Natale

di Placida Signora - 19 Dicembre 2006

Da stasera vi donerò una piccola serie delle classiche, dolci, tradizionali musiche natalizie.

Iniziando con  questa, ad esempio

Perché rende davvero tutti più buoni…. :-D

Da “I pensieri di Mitì”

di Placida Signora - 19 Dicembre 2006

Vorrei tanto vivere in una casa in cui, quando apro il rubinetto della doccia,
disinnesco automaticamente telefoni e campanello della porta.

I dolci pani di Natale

di Placida Signora - 19 Dicembre 2006

Nella Roma imperiale del III sec, si era imposto il pagano culto del Sole. Aureliano stabilì che il 25 dicembre fosse celebrata la festa del “Natalis Solis Invicti”, Natale del Sole Invitto, in cui si onorava il Sole che nasceva a nuova vita dopo il solstizio invernale. Plinio il Vecchio narra che quel giorno sulle tavole compariva ritualmente un sacro panfrittella fatto di farine varie; e nell’antica Persia, al termine del solstizio, il suddito più giovane portava al Re come dono beneagurante un grande pane dolce farcito di miele e canditi. Inoltre Gesù, che si definì “il pane della vita”, nacque a Betlemme, in ebraico “bet lehem”, casa del pane, perché circondata da grandi campi di frumento e quindi granaio ufficiale della Palestina.
Perciò il nostro Natale cristiano venne da sempre chiamato “giorno del pane”, e proseguì l’usanza di consumare dolci a base di farina.  
In Italia, ogni regione ha il suo pane natalizio; a Bologna c’è il Pane Certosino, di origine contadina, farcito di puré di zucca, miele, uvetta, burro e cedro; a Roma il Pangiallo, perché ricoperto di rosso d’uovo battuto che durante la cottura nei forni diviene color oro, come l’interno del Pandoro di Verona.
A Ferrara il Panpepato, con marmellata di zucca, miele e un pizzico di pepe; anche in Umbria esiste il Panpepato, dove il miele però fa da colla a uva passa, cioccolato, noce moscata, mandorle e noci,  ingredienti che ritroviamo pure nel Panforte di Siena.
In Veneto la Pinza, farina di mais mescolata a frutta secca; a Bari, vincotto di fichi, carrube e fior di farina danno origine al Panvisco, di origine turca.
A Genova c’è il Pandolce, detto a Londra Genoa cake”, che deriva dall’antichissimo Pan co-o zebibbo, con l’uva passa, al quale le massaie, poco per volta, unirono tutto ciò che di dolce potevano trovare: zucca e cedro canditi, pinoli, uvetta, acqua di fior d’arancio, pinoli.
Questo, durante la lievitazione, ha bisogno di caldo costante; e così sino al secolo scorso le signore, dopo averlo impastato se lo portavano a letto, ponendolo sotto le coltri in fondo, accanto al “prete” che racchiudeva lo scaldino.
Il pandolce  era fatto rigorosamente in casa, sino al 1920 nessuna pasticceria o forno lo vendeva al pubblico; solo quelli che a Genova vengono chiamati “foresti” lo ordinavano a qualche dolciaio di fiducia e se lo facevano spedire a casa.
Infine, l’ultimo celeberrimo pane di Natale è il Panettone di Milano, nato o il 25 dicembre del 1386 per un errore di cottura nella cucina degli Sforza, errore rimediato in corner grazie all’abilità d’un giovane cuoco chiamato Toni (Pan de Toni), o nel 1490 grazie all’amore di Ughetto degli Atellani nei confronti di Adalgisa, figlia di un fornaio; per ingraziarsi il futuro suocero in crisi economica il ragazzo, che era arrivato al punto di farsi assumere “a gratis” come garzone di bottega, pur essendo negato come cuoco riuscì a inventare un apprezzatissimo pane di Natale dolce, profumato e soffice come una nuvola.
Romantiche leggende a parte, sembra che il Panettone sia nato e si sia affermato a Milano e ovunque alla fine del 1700 durante il dominio napoleonico, grazie allo sviluppo economico e commerciale dovuto alla presenza in città delle ben pagate truppe francesi; tutti i commercianti, pasticceri compresi, si sbizzarrirono a creare nuovi ricchi prodotti capaci di soddisfare le richieste di un nuovo pubblico agiato e goloso.
© Mitì Vigliero

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E voi a quali dolci tradizionali del Natale non sapete rinunciare?
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Aquatarkus: Ovviamente il buonissimo pan’e saba, L’ingrediente principale è la sapa.Questa si prepara facendo cuocere molto a lungo (almeno dieci ore) il mosto di uva bianca, fino ad ottenere una melassa. Ma c’è veramente di che sbizzarrirsi da queste parti.
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Francesca: Al pangiallo fatto da mia mamma, ed al panettone nel caffèlatte la mattina del 25 rigorosamente con i canditi!
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ZiaPaperina: Al torrone, ma quello morbido.
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Fully33: Il torrone morbido, o anche il torrone morbido al cioccolato, o anche il torrone duro al cioccolato, o anche il torrone duro alla mandorla, o anche il torr…(si è capito che adoro il torrone?)
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Gigi Massi: Non è che siano solo natalizie, ma alle paste di mandorla che faccio venire da Piazza Armerina io non riesco proprio a rinunciare.
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Copiascolla: Io non riesco a rinunciare ai Puòti di Santa Lucia. Sono biscotti di pastafrolla a forma di angioletti, campanelle, mezzelune, stelle. Per mangiarli bisogna trattenere il respiro altrimenti lo zucchero a velo va tutto su per il naso.
Violaciocca: Dolicini fritti (ma leggerissimi)con ripieno di castagne, rum, mandorle, cioccolato che si fanno in Abruzzo. Il nome in italiano potrebbe seere calcionetti. Che bontà, ma chi li fa più ci vogliono ore e ore…
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Fiodor: Al panpepato. Non so come si faccia ma è una specie di droga 
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Roger55:  Siccome sono toscano e precisamente di Prato, per le feste sulla tavola non faccio mai mancare i Cantuccini di Prato (preparati con ingredienti semplici e genuini, lavorati quanto basta per amalgamare farina, uova e mandorle, cotti lentamente e tagliati per essere tostati in forno ) e del buon vin santo……così di solito mi do……”il colpo di grazia”…sono goloso ….purtroppo
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Comicomix: Il Panpepato si trova in Umbria, precisamente però più nella zona di Terni ed è buonissimo. a Perugia, invece, impazzano le Pinoccate, fatte di zucchero e cacao, vendute in coppia, una bianca e una nera. Buonissime!
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Bol: Cribbio! la Spongata Benelli!!!
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Wolly: Al panettone di Marchesi , un antico pasticcere di Milano
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Catepol: Le zeppole e le “curuicchie” che sono fatte con impasto di patate e fritte…tipiche del natale vibonese…gnam
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Blimunda: Ehm…io non sono tanto “da dolci”, però potrei uccidere per il cappun magro della mia mamma!
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Lola: Agli struffoli! dolce napoletano, sono delle palline di…oh mamma non lo so! di pasta dolce, che viene fritta, poi passata nel miele e infine ricoperta di pallini di zucchero colorati.  
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Eìo: Io sono un PANETTONISTA FONDAMENTALISTA! MORTE(*) AI PANDORISTI! (*) magari messa così è un po’ forte (ecco, diciamo che sì, un cicinìn lo è…ndPS ;-), diciamo che gli auguro di trovarci dell’UVETTA e dei CANDYTI 
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I simboli e i misteri nascosti nel Presepe

di Placida Signora - 18 Dicembre 2006

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Quando ammiriamo antichi presepi napoletani come quello meraviglioso raccolto da Michele Cuciniello e conservato nel museo di San Martino, o quando semplicemente prepariamo il nostro casalingo, sistemando con cura figurine e dettagli scenografici, spesso ignoriamo che molti di quelli hanno un preciso significato simbolico, nato da superstizioni e leggende tutte di tradizione partenopea.
Elena Sica, ne “Il Presepe Napoletano” (Newton&Compton) racconta ad esempio che il “pastorello dormiente” si chiama Benino; simboleggia il nuovo anno e deve sempre esser posto vicino ad Armenzio, un pastore anziano (suo padre e simbolo dell’anno che sta per finire); attorno a loro le “pecorelle”, rigorosamente 12, come i mesi.
A sua volta il “pozzo” si collega alle molte superstizioni legate al sottosuolo; una di queste impediva di attingere acqua ai pozzi la notte di Natale perché abitata da spiriti malvagi che avrebbero rubato l’anima a chi l’avesse bevuta. In provincia di Avellino invece erano i bimbi che dovevano stare lontano dai pozzi quella notte, per evitare la malvagia “Maria ‘a manilonga”, che afferrandoli con le sue lunghe mani li avrebbe rapiti trascinandoli con sé nelle viscere della terra. E accanto al pozzo si trova sempre la figura della “zingara”, inquietante personaggio che nell’iconografia classica regge o dei ferri o un cesto pieno di martelli, tenaglie e chiodi, simboli della Passione.
La “fontana” invece è simbolo positivo; nei Vangeli apocrifi si narra che Maria avrebbe ricevuto l’annuncio dall’Angelo proprio mentre era intenta a riempire una brocca. E di fianco alla fontana deve stare la “lavandaia”, che sempre secondo gli Apocrifi fu la levatrice di Gesù e ne lavò i panni, rendendoli candidi come la verginità di Maria.
I tre cavalli dei Magi hanno tre diversi colori che raffigurano il cammino del Sole (non per nulla i Magi venivano dall’Oriente, luogo dove il sole nasce); bianco come l’alba, rosso come il mezzodì e nero come la notte. Purtroppo è quasi scomparsa la figura della “Re Màgia”, compagna del Re moro, che era il simbolo della Luna.
Di solito nel punto più alto del presepe si colloca un “castello”; è quello di Erode che, difeso da un gruppo di centurioni armati, lì resta rinchiuso fremendo di rabbia impotente per la nascita del Bambino scampato alla strage.
Invece la “taverna”  – che si dovrebbe porre vicino alla Grotta/Capanna/Stalla della Navità- ricorda sia Giuseppe che chiedeva invano ospitalità per la moglie incinta, sia (insieme a tutte le figurine del “mercato” pullulanti salumi, formaggi, verdura e cibi vari) la “fame” cronica che affliggeva il popolo partenopeo nel XVIII e XIX sec, periodi in cui il Presepe raggiunse il suo massimo successo popolare. 
Tenera è infine la storia della “donna col bimbo in braccio”  da posizionare di fronte alla Grotta. Narra la leggenda che gli angeli lasciavano avvicinare a Gesù solo le mamme coi neonati; una popolana di nome Stefania, zitella e senza figli, prese un grosso sasso e lo fasciò come un bimbo. Reggendolo fra le braccia, il 26 dicembre arrivò di fronte alla mangiatoia. Improvvisamente il sasso starnutì, tramutandosi in un bambino vero: Santo Stefano

©Mitì Vigliero 

Le immagini sono tratte da questo sito, che è anche bellissimo da leggere.

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