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Placido Buon Anno

di Placida Signora - 30 Dicembre 2006

 

Lo chiudo a un galòp che più galòp non si può, ’sto 2006; e ammetto d’esser contenta della sua fine, ché per me, soprattutto negli ultimi mesi, è stato abbastanza fetentìno.

Il 2007 mi pare già più simpatico, non fosse altro che per quel numero finale che mi porterà a luglio un numero di anni tondo tondo (e lievemente impressionante, a pensarci bene… ;-), e altre novità che per scaramanzia vi racconterò più avanti.

A proposito di scaramanzia; l’anno scorso avevo stilato insieme a voi l’elenco dei vari riti riguardanti il Capodanno. Se volete darci o ridarci un’occhiatina (commenti compresi, ricchi di notizie) è qui.
Invece i placidiauguri per voi sono 

QUI

Un bacio grande a tutti,

Mitì

La Felicità

di Placida Signora - 29 Dicembre 2006

Gli antichi greci dicevano “la felicità è la dote della gioventù”, forse perchè da ragazzi si è più incoscienti, ma soprattutto più pieni di speranze e slancio vitale; per questo Mark Twain era solito ripetere “la vita sarebbe infinitamente più felice se nascessimo a 80 anni e gradualmente ci avvicinassimo ai 18”.
In realtà il bipede implume nomato uomo va alla caccia della Felicità sia da giovane che da vecchio, perché essere felici fa bene alla salute: “gioia in cuore fa bel colore” e l’”allegria fa bello il viso”.
Quando si è sereni sembra che tutti ci vogliano più bene, i musi lunghi non piacciono a nessuno: “ridi e il mondo riderà con te, piangi e sarai solo a piangere” recitava un vecchio saggio.
Però è anche indubbio che “non tutti son felici quelli che sembran tali” e secondo il Metastasiose a ciascun l’interno affanno/ si leggesse in fronte scritto/ quanti mai che invidia fanno/ ci farebbero pietà”.
E’ la dura legge della convivenza civile e di alcuni mestieri: “spesso la bocca ride mentre il cor piange”, da qui il drammatico grido “ridi pagliaccio” del Leoncavallo, o il cinico motto hollywoodiano show must go on , lo spettacolo deve continuare.
Però è anche indubbio che “gioia e sciagura sempre non dura”, nonostante qualche saccente ci tenga a sottolineare che “non v’è gioia senza noia”.
Il percorso per essere felici è difficoltoso e pieno di ostacoli; “la gioia è sospesa alle spine”, qualche volta per raggiungerla si soffre molto e una volta arrivati con estrema fatica, si ha sempre paura di perderla: “Felicità raggiunta, si cammina/ per te sul fil di lama./Agli occhi sei barlume che vacilla,/al piede teso ghiaccio che s’incrina” (Montale).
In ogni caso non bisogna mai dimenticare che “un momento di gioia compensa 100 anni di amarezze”; infatti da sempre “i numi danno la gioia dopo il dolore” e “dopo la pioggia torna il sereno”: un po’ d’ottimismo è fondamentale, e quello possiamo trovarlo solo dentro di noi.
Ma anche un po’ d’aiuto esterno non guasta; per i napoletanie denare non fanno felicità, quanno sun poche…”. I soldi non daranno la felicità, però indubbiamente aiutano a sopportare meglio il dolore.
L’importante è rendersi conto di essere - nonostante tutto - felici, dato che “la felicità e l’arcobaleno non si vedono mai sulla propria casa ma solo su quelle altrui”; e infine tenere sempre a mente quella che forse è l’unica vera ricetta della felicità: “Chi vuol vivere e star bene/ pigli il mondo come viene”.

©Mitì Vigliero 

La maledizione di Palazzo Marino

di Placida Signora - 28 Dicembre 2006

Era il 1546 quando il Conte Tommaso Marino decise di trasferirsi da Genova a Milano; aveva 71 anni, un discreto patrimonio ottenuto con i suoi affari da “banchiere”, un carattere infernale e un notevole pelo sullo stomaco. 
In pochi anni divenne ricchissimo riuscendo ad aggiudicarsi il Monopolio del Sale proveniente da Venezia e destinato a Genova e Milano; prestando soldi con interessi da strozzino ai Gonzaga, alla Spagna, alla Tesoreria dello Stato di Milano, alla Francia e pure al Papa ottenendo in cambio, oltre titoli e privilegi, anche terreni e palazzi sparsi per tutto lo Stivale.
I suoi affari non erano quasi mai puliti; aveva un esercito di “bravi”, veri pendagli da forca che gli sistemavano i conti in sospeso con avversari e clienti insolventi, oltre scorrazzarlo in giro per Milano con una portantina tutta d’oro.
A 78 anni s’invaghì di Arabella Cornaro, giovanissima e splendida figlia di un patrizio veneziano e discendente diretta della Regina di Cipro; la vide vicino alla chiesa di San Fedele, e decise che sarebbe diventata sua ad ogni costo.
Ne chiese la mano al padre il quale, conoscendo il tipetto, rifiutò seccamente non trovando però di meglio come giustificazione che dire: “Non darò mai mia figlia in moglie a chi non possa farla vivere in un palazzo sontuoso come i nostri a Venezia”.
Detto fatto, il Marino fece rapire dai suoi bravi la bella Ara e ne ottenne la mano promettendo in cambio la costruzione di un palazzo da favola.
Contattò l’architetto Alessi, che ne disegnò il progetto; acquistò con le buone e le cattive tutte le case che si trovavano sul lato sinistro di San Fedele, ne cacciò gli abitanti, le rase al suolo e nel 1558 pose la prima pietra di Palazzo Marino.
Risale ad allora una nota conta infantile: “Ara, bell’Ara, discesa Cornara/ de l’or del fin/ del Cont Marin/ strapazza bardocch/ drent e foeura trii pittoch/ trii pessitt e ona massoeura,/ quest l’è drent e quest l’è foeura”, che, tra parole intraducibili, ricorda il conte e i suoi bravi, che menavano i poveretti con armi decorate dallo stemma del Conte Marino, composto da una mazza  (massoeura) e tre pessit (pesciolini).
I milanesi giunsero ad odiarlo e su Palazzo Marino venne lanciata una maledizione:

Congeries lapidum
multis constructa rapinis
aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet.
(Accozzaglia di pietre, costruita grazie a molte ruberie, o brucerà, o crollerà, o sarà rubata da qualche altro ladro).

La maledizione funzionò, ed i guai arrivarono a frotte; il Marino morì il 9 maggio 1572,  a 97 anni, in assoluta solitudine e pieno di debiti causati proprio dalla megalomane costruzione.
Poco prima la bella Ara era stata trovata impiccata al letto a baldacchino della residenza di campagna; infine, tanto per rallegrare la discendenza, nel 1575 la figlia di Tommaso, Virginia, sposata al nobile spagnolo Martino de Leyla,  a Palazzo Marino diede alla luce Marianna, la futura Monaca di Monza.
Il palazzo cadde nelle mani degli Spagnoli prima e degli Austriaci poi; nel 1943 venne gravemente danneggiato dai bombardamenti; quindi, nel 1961 divenne sede del Comune di Milano: honni soit qui mal y pense, eh?

© Mitì Vigliero

 

La Luna

di Placida Signora - 27 Dicembre 2006

Fred Buscaglione cantava Gù-arda che luna!”: molto probabilmente si riferiva a una Luna simile a quella che consentì a Rodolfo di stringere nel buio d’una soffitta la gelida manina con la scusa “ma per fortuna è una notte di luna”, o a quella che ispirò a Debussy la musica per le parole di Verlaine in Claire de lune, o a quella che permise a D’Annunzio di vedere in una sottile falce di luna calante un magico simbolo d’erotismo mentre per Fo e Jannacci era  “ona lampadina tacata in sul plafun”…
Amica da sempre di poeti e maghi, sorella del Sole, figlia dei titani Tia e Iperione, la Luna mostrò da subito un carattere variabile e, ovviamente, “lunatico”; si divise così in tre personalità distinte chiamandosi Selene da piena, placida e sensuale, Artemide in fase crescente, cacciatrice energica di prede con cui litigare ed infine -da “nuova” e  quindi “nera”- divenne Ecate,  malinconica, riflessiva, legata alle arti magiche e al regno delle Ombre.
Una e trina governa da sempre nascite, morti, maree, flussi, crescite, raccolti e umori: se uno ha la “luna di traverso” è meglio girargli al largo e avvicinarlo solo quando “è in luna buona”.
In Veneto di chi è cagionevole e tonto si dice che “xe nato in calar de luna”, mentre se è sveglio e vigoroso “xe nato in cressar de luna”; i personaggi biblici che campavano centinaia d’anni in realtà contavano ogni “luna” (29 giorni) di vita e anche gli indiani d’America calcolano il tempo in lune (“sono passate molte lune”).
Ma il senso del tempo e ogni cosa terrena in realtà non tange la Luna la quale “non si cura dell’abbaiar dei cani” ossia dei lamenti inutili, così come ignora chi vuol mostrar “la luna nel pozzo” illudendoci con false promesse, e disprezza chi- vanaglorioso e arrogante- “siede sul sole e posa i piedi sulla luna”; infine non compatisce chi, causa i “chiari di luna”, è costretto a “sbarcare il lunario” magari dormendo all’”albergo della luna”, ossia senza un tetto sulla testa.
Forse però sorride vedendo chi di noi ha la “faccia di luna” troppo tonda e magari pure “la luna fra le gambe”, ossia gambe tanto incurvate all’infuori da formare una “O”.
Dice una leggenda che quando è piena diventa generosa tramutandosi in “Luna dei Regalini” che si otterranno fissandola e formulando mentalmente tre desideri, accompagnati da un piccolo, rispettoso inchino; nello stesso periodo invece può diventar pericolosa, ma solo per lupi mannari o per gli ammalati di “mal di luna”, l’epilessia.
Di certo invece predilige gli amanti, la Luna, cullandoli per il primo mese di matrimonio in “luna di miele” e facendoli vivere sognanti “sulla luna”, staccati cioé dalla realtà; e come sempre sono soprattutto le donne a lei affini (“donna e luna oggi serena, domani bruna”) a goderne gli amorosi influssi, come scrisse Totò nella A’ Cunzegna:

 

‘A sera quanno ‘o sole se nne trase
e dà ‘a cunzegna a luna p’ ‘a nuttata,
lle dice dinto ‘a recchia: “I’vaco ‘a casa:
t’arraccumanno tutt’ ‘e ‘nnammurate.


© Mitì     

PlacidiAuguri

di Placida Signora - 23 Dicembre 2006

A tutti voi

Tesorimiei!

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