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“Casa” e “Casa mia”

di Placida Signora - 2 luglio 2009

Gattostanco, come me e suppongo moltissimi di voi, non vive nella città dove è nato e, nella sua vita, ha cambiato varie case e luoghi.
E scrive, bene come suo solito:

Quando penso “a casa” penso a dove abito ora.
Quando penso “a casa mia” resto un po’ spiazzato e non riesco a decidermi.
A seconda dell’umore e delle circostanze mi viene in mente una “casa” diversa tra le varie case che ho considerato tali in diversi luoghi e tempi
.”

Io sono nata a Torino, i miei abitavano in via Colli. E poi sono stata a Verona, a Mondovì (ma ero troppo piccola per ricordarle), e poi di nuovo a Torino, in due case diverse (Corso Dante e via Canova) sino alla mia laurea.
E poi mi sono trasferita a Genova, dove ho cambiato anche qui 3 case e tre zone.
Unica casa “fissa” della mia vita, quella avìta, a Margarita; ma per me, pur amandola tanto, è sempre stata casa di vacanza, non di stabilità

Sino a qualche anno fa provavo una sorta di “destabilizzamento“; cercavo di capire a quale Casa e città appartenevo veramente.
E soprattutto, dov’erano le mie radici.

Non tutti sentono il bisogno di radici lunghe, solide, ben piantate in una Terra-Casa amata che si sente “propria”.
Io sì.

E credo di non essere la sola, visto che sono tante le persone che, dopo essersi trasferite altrove dal luogo di nascita, e averci vissuto anni e anni, ad un certo punto della loro vita tornano a Casa. Oppure scelgono un’altra terra e un’altra Casa, in un luogo che hanno sognato per sempre e che istintivamente sentivano loro

Ebbene, io ora so e sento che Casa mia non è quella in cui sono nata e pur sono stata bene; dove sono cresciuta fisicamente, formata caratterialmente e culturalmente.  

Ma ora so che la vera Casa mia è questa, in cui ora vivo vicino a chi amo, e conto di viverci per sempre.
Casa di cielo e di muri, Genova Castelletto, dalle strade in salita e lo sguardo che domina monte e mare.

Qui le mie radici tardive hanno ben attecchito; forse perché era già terra di famiglia, qui c’erano i nonni (anche se uno solo di loro era genovese, gli altri di razza SaleLanghe e Milano).
Forse perché è una Terra che mi somiglia, che bada assai poco alle apparenze esterne e molto alle concretezze interne.

Non so di preciso il perché: so solo che sono felice così.     

©Mitì Vigliero

E voi a cosa pensate quando dite “Casa mia”? 

MaxG: Io vivo ancora nella casa dove sono nato. Ma “casa mia” è in Toscana, la casa che era della nonna materna. E spero un giorno non lontano di potermi trasferire definitivamente lì.

Mimosafiorita: Casa mia è a Roma, è quella dove vivo da sempre, anche se sono nata nella casa di Roccasecca (FR) dove vado sempre volentieri.

Beppe: Dovunque sono stato mi sono sentito “provvisorio”, nella città dove sono nato, Brescia, ho vissuto solo due mesi. E poi i traslochi in tutta Italia per il mestiere di papà, mai più di due, tre anni filati. Ora sono a Milano, da anni. E la sensazione di disappartenenza è forte. Insomma: “casa mia” la devo ancora trovare. Ma forse un’idea già ce l’ho.

Princy: VILLA ARZILLA!

Antar:  Io [ri]vivo nella casa in cui sono nato e da cui me ne sono andato a tre anni per essere portato, in quanto “nipote dei fiori”, in una casa spersa in mezzo a un bosco umbro senza elettricità, riscaldata solo dal camino e illuminata dalle candele.
L’acqua veniva portata con una pompa a scoppio che bisognava andare ad accendere, portando la tanica per la benzina, a mano al ruscello 200 metri più in basso per riempire il cassone da mille litri.
Da una sua finestra si vedeva una curva della trada bianca da cui partiva il sentiero che portava a casa e su cui passavano una decina di macchine al giorno. Mi ricordo che io e mio fratello passavamo ore affacciati a quella finesta sperando che le macchine che rallentavano per affrontare la curva in realtà lo facessero per venirci a trovare.
Ma eravamo liberi, avevamo i cavalli, i maiali [che per noi erano anche animali da compaglia], i gatti, un bosco intero da esplorare.
In quella casa [che ora è crollata]ho passato i “secondi” 4 anni della mia vita e una mezza decina di estati successive. E quella è “casa mia”.

Catepol: bel quesito…casa è quella dove sto ora, Potenza, sposata, ci vivo ma non è la mia città. Casa mia rimane Vibo, casa dei miei sarebbe giusto dire, casa mia, quando ci torno, stanza mia, sempre quella, solo con un letto matrimoniale al posto del letto che era mio…è più forte di me…scindo sempre casa mia da casa…

xlthlx: Sono tanti anni che non ho più una casa :) Ho cambiato troppo spesso e ora il mio cuore non è più da nessuna parte, oppure ovunque. Perciò la mia casa è quella che condivido con la mia metà dolce :)

Radiowaves: Wherever I lay my hat, that’s my home. Posso dire di trovarmi bene ovunque nel mondo. Certo, dopo una lunga assenza il profilo del monte di Portofino visto dall’alto mi emoziona. Ma quello penso che capiti a tutti, no?

ZiaPaperina: Casa è questa a Milano. “Casa mia” è in quel dolce paese che non dico, ma che tu sai qual è. Io so che verrà il giorno in cui ci vivremo tutto l’anno io e Paolo. E anche se avremo i capelli bianchi, sarà sempre come ora aperta a tutti gli altri di noi, ciascuno con la sua stanza, come ora. Perché quella casa è “mia” da prima che nascessi, è dal 1870 che è piena di “me” e di “noi”. Lì ho delle radici lunghissime e antiche. Secolari come le magnolie del giardino.

Scrittoingrassetto: Casa do abito. Casa mia, quando c’erano ancora tutti a casa mia.

Cristella: Come leggerai nella favola di Cristella, la Regina non si trovava affatto “a casa sua”, nella reggia in cui abitava…
Forse questione di caratteri (specialmente della regina-suocera, padrona usufruttuaria dei muri, nonché abitante al piano di sopra, che non perde occasione di far notare a Cristella e a tutti tale ‘privilegio’…). tra alti e bassi, la crisi “questa non è casa mia” torna abbastanza spesso. CASA è ancora quella dei primi 25 anni di vita di Cristella, a 20 km di distanza. Altro tasto dolente: prima, fino a due anni fa, era riempita dalla presenza della mamma. Ora, quel cartello “vendesi” spezza il cuore.
La più saggia, in questo caso, è la principessa Cinzia, 22 anni ma decisamente matura. “Mamma - dice - quando tu e gli zii venderete la casa della nonna, con la tua parte non preoccuparti di me e di mia sorella, che ci arrangiamo e abbiamo già abbastanza. Investili per abbellire e ristrutturare ‘questa’ casa. Per sentirla finalmente tua… Perché la nonna sapeva di questo tuo spaesamento e sarebbe felice nel vederti finalmente ‘a casa’…”

Anna righeblu: Fino a poco tempo fa ho sofferto di questo interiore sdoppiamento domiciliare… adesso no, Casa e Casa mia coincidono con la casa dove vivo, a Roma.

Krishel: Io la sto ancora cercando. So che Genova non è la mia città di appartenenza ma non so quale sia. Mi leggi da tempo e conosci il personaggio della viaggiatrice silente. Non è un caso che esista…Però quando sento il suono delle cornamuse ecco mi sento per un po’ come a casa.

Skip: Mi sono trasferita più volte e ho cambiato, se non erro, 8 case che mi ricordano periodi diversi della mia vita. Unico punto di riferimento più stabile è stata la casa di mia nonna, che considero casa mia e rivedo sempre com’era, anche se è stata trasformata e posso solo visitarla .
Un mosaico di tante case forma una sorta di guscio di chiocciola, dal quale non mi separo e mi ricorda le tre case più importanti della mia infanzia, quelle dell’adolescenza, quella in cui sono nati i miei figli, quella attuale in cui io e consorte abbiamo costruito tante cose, ma che mi appartiene in parte e non mi ci riesco ad immaginare in futuro. Per ora casa mia è dentro di me…spero di trovarne una veramente mia tra qualche anno. So solo che in una nuova casa porterò sempre i mobili,i libri,i quadri, le foto che mi parlano di tutte le altre case.

Tittieco: Casa-mia ora è qua, sul lago di Bracciano, dove ci sono i miei affetti piu’ cari:
marito, figlio, nuora, cognati , amici (pochi ma veri), Lauretta e la mia cagnola con i suoi amici gatti.
Nei miei sogni, invece,casa-mia
è sempre quella della mia infanzia
:
Genova Sampierdarena anzi quella del quartiere dove sono nata
cresciuta e pasciuta: CAMPASSO.
Con il cuore ricolmo di nostalgia
venivo quasi ogni giorno presso la tua riva.
Ricordavo il mio lontano MARE e la sua natura cangiante
per le maree ed i venti
Nelle tue tranquille , lacustri acque
m’illudevo di respirare ancora
l’aria spumosa e salmastra
delle onde del mio lontano MARE
Ma questo ingenuo pensiero
mi fu di conforto per poche settimane.
Improvvisamente un giorno di settembre
al tramontare del sole
svani ‘velocemente.
Forse furono
due bianchi cigni innamorati
che nuotando sfioravano
le tue silenziose e profonde acque,
Oppure il profumo della natura incontaminata,
o quella barca in attesa di turisti
ormeggiata sulla riva opposta
non so… so soltanto che d’allora
Dolce LAGO ,
hai incantato e confortato il mio cuore
come e piu’
del mio salato e frizzante MARE.

Copiascolla: Casa mia è dove posso sentire mia madre dire cose come “Che Natale è senza il finocchio impanato” e dividere il sonno con mia sorella. Dove posso sedermi al mio vecchio pianoforte e sentire ancora l’odore della pipa di mio padre. Dove mia nonna tiene la scodella dell’ovetto sbattuto nelle mani che tremano e mi chiede di aiutarla a piantare le viole. Dove alzo lo sguardo e tiro su col naso. E vedo il profilo della collina, le distese di viti, un castello. E di là della siepe, il tetto di una casa, un comignolo, una stalla. E sopra tutto, il rumore delle campane e un angelo segnavento in ferro battuto, fatto dal mio bisnonno, sulla punta del campanile.
Un posto del quale non ho le chiavi. Perché non servono chiavi ad aprire le porte sempre aperte dell’unico posto che chiamo casa.

Chamfort: Ha ragione Sandra. E’ tutto particolarmente magico, qui. E mi è venuto il magone (grazie anche per la spiegazione du magun). “Casa mia” quale è lo ha già detto mia sorella. Porto sicuro per noi tutti, ovunque avremo casa.
Ciao dolce Signora, anche quando vengo qui mi sento a casa

Cosa c’è laggiù?

di Placida Signora - 1 luglio 2009

 

cosa-ce-laggiu-2

 

Radiowaves: Un altro tunnel, appena più illuminato.

Mimosafiorita: C’è un mare turchese che toglie il fiato, io stò prendendo la rincorsa per tuffarmici dentro.

Roger: un mondo migliore. con…
…una casetta piccola così,
con tante finestrelle colorate,
e una donnina piccola così,
con due occhi grandi per guardare,
e c’è un omino piccolo così,
che torna sempre tardi da lavorare,
e ha un cappello piccolo così,
con dentro un sogno da realizzare,
e più ci pensa più non sa aspettare….
magari….stando bene ATTENTI AL LUPO

ZiaPaperina: Un’autostrada incasinatissima e trafficatissima piena di italiani che si spareranno un mese filato di mare o di monti alla faccia della crisi.

MaxG: La casa dei miei sogni

Scrittoingrassetto: Non lo so, ho troppa paura per andarci :)

xlthlx: La casa nuova e un nuovo lavoro, data approssimativa: l’anno prossimo :)

Guido: Qualcuno che si domanda cosa c’è quassù.

Fatacarabina: c’è mio padre, che sta bene di nuovo.

AndreA: Una mega Villa, con una bellissima festa e tanta gente …Ah…non è nel Nord Sardegna eh!!! :-D

Peppermind: Qualcosa che è meglio non sapere… vaso di pandora style… Rimango qui nel folto della macchia, va avanti tu :P

Alebino: chiamatemi romantico ma io vedo il grande ammmmore!

Marina: Il castello di Chambord che sta proprio in una radura in fondo ad un bosco. Una meraviglia assoluta.

Regi: Non lo so, prima bisogna arrivarci tutti interi, laggiù

Skip: Un grande prato , pieno di fiori e anche un laghetto..L’ideale per lucertolare al sole

Graziella: Anch’io penso ci siano le persone e le cose perdute. E quella luce mi attrae…

Sancla: il mistero utile per sognare, e per questo preferisco che rimanga tale

Rosy: “…un nido semplice
come sogna il tuo cuor
Vieni c’è una strada nel bosco

Baol: Un bel cartello con il nome del posto completamente all’opposto di quello dove siamo diretti :D

La Bucolica Quiete

di Placida Signora - 30 giugno 2009

grano
(Francesca Ferrari, alchidico e olio su tela, 80×120)

Sandra, una lettrice ( priva di link) mi ha scritto una buffa ma pure nervosissima email in cui  descrive le grandi difficoltà che trova a dormire in città d’estate, soprattutto nei week end; con le finestre aperte per lasciare passare un po’ d’aria, entrano anche i tonitruanti fracassi causati dalle millemila manifestazioni che proprio in estate i Comuni organizzano, quasi sempre di sera, per intrattenere cittadini e turisti. 
Concerti, recite, balletti, letture, riunioni, convegni, danze, fiere, mercati.
E conclude la mail dicendo:
“Ti giuro, sono così nevrastenica a causa del sonno mancato, che quest’anno sono fermamente decisa a vendere il mio comodo e modernissimo appartamento in centro città e di trasferirmi in un vecchio casolare in uno sperduto paesino di campagna. Almeno avrei silenzio assoluto, le mie notti non sarebbero più insonni e dormirei finalmente tranquilla, cullata dalla quiete bucolica“.

Sandra, per consolarti e invitarti a pensarci su ancora un poco, ti rispondo qui con un breve brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo, e precisamente dal capitolo che si intitola proprio La bucolica quiete.

Per facilitare a te e agli altri la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, la vecchia custode della Casa.

*

“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.

C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che procedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.

Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.

Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.

Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale”, i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.

Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.

Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.

Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.

Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.

”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.

A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.

“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?”  mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei pastori casinisti.

Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.

Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.

E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.

La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.

La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate, e che i sospiri ansimanti -  gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.

Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili, e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”

Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

©Mitì Vigliero

Perché si dice: Avere il Magone

di Placida Signora - 29 giugno 2009

E’ quella sensazione di stretta alla gola data da un dolore, dalla malinconia o da qualunque cosa provochi tristezza.

Qualcuno, anzi, diciamo pure quasi tutti i vocabolari d’italiano, senza dare spiegazioni, lo fan derivare dal tedesco  magen, stomaco, ventriglio.
E il Cortellazzo-Zolli  indica come periodo di diffusione della parola, il XV secolo.

Ma  le origini pare siano molto, molto più antiche, e prettamente genovesi.

Era il 205 a.C., e imperversava la Seconda Guerra Punica, romani contro cartaginesi.

Genova era una fedele alleata di Roma; invece quasi tutti gli altri popoli liguri tifavano Cartagine.

Federico Mario Boero, signore delle vernici e scrittore appassionato di storia, nel suo Genova, genovesi e foresti - da Giano a Colombo (ed. Stringa, 1983), così descrive brevemente quel periodo

Da tre lustri c’è in Italia Annibale: è arrivato quasi in inverno, valicando le Alpi con gli elefanti. Ha incontrato i romani alla Trebbia e li ha riempiti di botte; ha proseguito e li ha riempiti ancora di botte al Trasimeno; è sceso e li ha nuovamente riempiti di botte a Canne. Per anni ha vissuto con il suo esercito nel meridione, ed è il terrore di Roma. Quando le cose cominciano ad andare un po’ meglio per i romani, chiama in aiuto il fratello Asdrubale il quale si precipita in Italia: ma i romani distruggono il suo esercito al Metauro e mandano la sua testa ad Annibale perché sappia

E qui salta fuori Magone, il fratello più piccolo di Asdrubale e Annibale; per aiutare quest’ultimo, partendo dalle Baleari -come narra Tito Livio- piomba all‘improvviso con più di 30 navi rostrate e un numero imprecisato di navi da carico su Genova, sbarcandole addosso 12.000 fanti e 2.000 cavalieri.

Fu una rovina; la città venne messa a ferro e fuoco, praticamente distrutta.
Rase completamente al suolo le mura, incendiate le case, le navi, gli orti.
Saccheggiata ogni ricchezza, che Magone portò trionfante nell’oppidum  di Savona, sua alleata.

L’inaudita violenza dell’attacco e le spaventose perdite di vite, case e beni, segnarono talmente in profondo l’animo e la memoria dei genovesi che da allora ogni sensazione d’ansia, paura, travaglio, patema e sofferenza venne espressa col modo di dire avéi o magon (pron: u magùn), in perenne ricordo dell’artefice  del primo dei tanti momenti brutti  che Genova, nella sua lunga storia, purtroppo vivrà.   

©Mitì Vigliero

E voi, in dialetto o no, avete altri modi di dire che esprimano il magone? 

MaxG: Avere un groppo in gola.

Caravaggio: in siciliano: averi ‘nu pisu supra ‘u stomacu (avere un peso sullo stomaco)

Beppe: La bolognese di famiglia dice “Avair la lôrgna

Michele: in napoletano è l’ “appocundrìa”, che riprenda il termine ipocondria nell’accezione di depressione o malinconia. (qui un riferimento musicale)

Cristina: In toscano mi viene Un groppo in gola, mentre dai nonni leccesi mi viene Staie maru dove maru sta per amaro che in dialetto salentino secondo me rende molto bene l’idea di cosa sia il magone.

Peppermind: In milanese è proprio come in genovese: magùn.

Rosy: nel Veneto non si usa questo modo di dire ma piuttosto: “avere un groppo in gola”.

Gianluca: in romagna si dice anche “um si strègn e’ cor”, che è abbastanza simile a tante altre espressioni “mi si stringe il cuore”…

Cristella: E’ magòn si dice anche da queste parti (Rimini-Cesena). A j ho un magòn! (Ho un magone!).

Marina: Ad Ancona il magone è proprio quello che descrivi tu, un groppo in gola o meglio un bel nodo allo stomaco. E poi siccome l’anconetano tronca le parole il magone diventa un bel magò.

I Nomi delle Strade di Genova

di Placida Signora - 26 giugno 2009

Dedicato a GattostancoBarbara e Marco e a tutti quelli trasferiti tra foresti ;-)Chi abita da anni in una città è convinto di conoscerne a fondo caratteristiche e aspetti, vizi, virtù e stranezze: ma a volte basta un gesto qualunque, come sfogliare per caso lo stradario detto “Tutto Città” per rendersi conto di quanto siano strani, curiosi e tutti da scoprire – magari con l’aiuto del “Dizionario delle strade di Genova” (Bianca Maria Vigliero, Tolozzi ed., 1973, 5 voll.) – i nomi delle vie, salite e vicoli della Superba.

 

Ce ne sono davvero per tutti i gusti…I dotati di pollice verde, ad esempio, sarebbero felici di abitare in strade dedicate ad Acacie, Anemoni, Arancio, Camelie, Castagne, Cavoli , Ciclamini, Cipressi, Edera, Erbe, Faggio, Fava greca, Fico, Fragola, Gelsomino, Genziane, Gerani, Giglio, Ginestre, Giuggiola, Iris, Mele, Mimosa, Mirto (da cui deriva anche Multedo), Noce che non va confusa con Noce bella, Oleandri, Oliva, Olivette, Olivo, Olmo, Palme e Palmetta, Pero, Pino, Pigna e Pignolo, Platani, Pomograno, Rosa, Sambugo, Viole, e, a Quezzi, Finocchiara dalle piante di finocchiaccio, fennoggiaêa, con la quale si lessavano le castagne per renderle più morbide e profumate.

Gli amanti degli animali invece si troverebbero a proprio agio in strade nomate Agnello, Aquila, Camoscio, Castoro, Cicala, Corallo, Cornacchia, Falcone, Formiche, Fringuello, Gallo, Gazzella, Grillo, Lodola, Muli, Oche, Orso, Pantera, Passero, Pavone, Pesce, Scimmia, Tartaruga, Tortora, Vacca, e Zebra.

A Rivarolo, in via Rocca dei corvi, si crede che facciano il nido tutti i neri pennuti del territorio circostante. Vico Leone invece, come tanti vicoli dedicati ad animali esotici, deve il suo nome dal nome di un’antica locanda , forse il “Leon Rouge” in cui Mazzini venne arrestato nel 1830.

Sino al 1858 esisteva anche un vicolo dedicato ai Gatti, ma qualche besugo municipale evidentemente allergico ai felini (o nemico della famiglia Gatti che abitava in zona) lo tramutò in vico Foglie vecchie, per distinguerlo ovviamente dall’attinente vico Foglie nuove.

Il Passo della Rondinella, invece meno poetico di quanto si pensi poiché non si riferisce alle rondini, ma al servizio di “ronda” affidato, nel XVII secolo, a mercenari tedeschi.

Ai golosi sarebbero adatte le vie chiamate Biscotti, Cioccolate, Zucchero, Sale, Olio, Salumi; vico del Pepe dove, nel XII secolo, si commerciava la “droga” (l’unica circolante allora) che aveva lo stesso valore dell’oro e dell’argento tanto da venir usata come moneta, e vico Lavezzi, dove venivano vendute e fabbricate quelle pentole di terracotta con il manico dette laveggi o, appunto, lavezzi.

Genova dimostra un grande rispetto per militari e combattenti; infatti troviamo vie dedicate a Alabardieri, Arditi, Alpini, Fanti, Pionieri e Aviatori, Bersaglieri e Marinai d’Italia, Ragazzi del ’99, Combattenti Alleati, Brigate Bisagno, Brigate Liguria, Divisione Aqui e Forestale.

Ci sono pure strade dedicate a oggetti militari, come Gavette, Bersaglio e vico Carabraghe: del nome di quest’ultimo si è molto discusso poiché si pensava che il termine avesse il significato goliardico di “cala braghe”, visto che per anni e anni il vicolo aveva ospitato tre case chiuse. In realtà si riferisce alla “carabraga”, un antico strumento di guerra, sorta di catapulta per lanciare proiettili sui nemici.

I genovesi antichi e saggi tenevano anche in grande considerazione le professioni e le arti che mantenevano alacremente viva la città; ciò è testimoniato da tutte quelle strade dedicate a corporazioni di mestieri anche scomparsi e spesso, scomparso il mestiere, scompariva anche la strada: Artigiani, Bottai, Carrettari, Carpentieri, Cassai, Conservatori del mare, Cordanieri, Draghieri, Floricoltori, Lavandaie, Macellari, Notari, Operai, Pescatori, Pollaiuoli, Scudai, Sellai, Stoppieri, Tessitori, Indoratori, Tintori.

Nei dintorni di Sottoripa c’era vico dei Cartai: ora non esiste più, così come i fabbricanti di carta genovesi i quali erano famosi in tutta Europa. Pensate che il Parlamento di Londra aveva stabilito che tutti i documenti da riporre in archivio fossero redatti esclusivamente su carta proveniente dalle fabbriche del genovesato. In compenso piazzetta dei Librai è rimasta fino a oggi.

Ci sono poi i vicoli dedicati ai Fraveghi che poi sarebbero gli Orefici, e ovviamente lì intorno troviamo strade chiamate Pietre preziose, Oro e Argento, i quali però non sono gli unici metalli presenti nella toponomastica genovese, come dimostrano via dell’Acciaio, vico del Ferro e del Piombo.

Altri “materiali” a cui è stata dedicata una strada: Marmi, Mattoni rossi, Terre rosse, Lavagna, Sassi, Paglia, Fieno, Pece, Pelo, Cera, Seta e Lana.

Particolare è vico del Filo, uno dei più antichi di Genova già menzionato negli atti del 1345. Vi si trovavano le botteghe d’arte dei merciai e dei mercanti di filo che fornivano anche le varie “officine librarie” lì presenti, ove abilissimi amanuensi copiavano manoscritti, miniandoli e rilegandoli, appunto, con quel filo.

Dai materiali ai “luoghi” caratterizzati da particolari presenze architettoniche come Archi, Archivolto, Baracchette, Casette, Cisterna, Cittadella, Molini, Pozzetto, Truogoli, Lavatoi e anche un Labirinto, la cui spiegazione logica nasce dalla disposizione topografica dei vicoli in cui realmente facile smarrirsi; ma qualcuno parla anche di “smarrimento” morale, visto che il luogo pullulava e pullula di “femmine pubbliche”.

I nomi delle strade segnalano anche la presenza di botteghe e magazzini: Fornaci, Fucine, Laminatoi, Fiascaie, Pellicceria, Pescheria, Piccapietra, Macelli di Soziglia, Porcile, Saponiera, Forni, Granaio e Gattamora che non si riferisce ad una micia dal pelo scuro, ma a quelle fosse che venivano praticate nel terreno per conservarvi il grano, dette anche “mattamore”; e in tanto fervore affaristico non potevano certo mancare vie dedicate alla Mercanzia, alle Compere e al Commercio.

Le strade ricordano pure antichi luoghi bucolici ormai scomparsi come Castagneto, Giardini, Giardino fiorito, Cian de vì (viti), Vigne, Ginestrato, Luccoli (dal nome latino luculi, boschetti), Noceti, Orto, Canneto (in origine, dall’odierna piazza Matteotti a via Mascherona, c’era un lungo fossato pieno d’acqua e circondato da canne, che proseguiva sino al mare) e la celeberrima via del Campo dove, grazie a Fabrizio De Andrè, tutti sappiamo che c’erano, nell’ordine, una graziosa che offriva a tutti la stessa rosa, una bambina con le labbra color rugiada, una puttana dagli occhi grandi color di foglia e un illuso che voleva sposarla.

In una città di mare e piena di fonti, sorgenti e ruscelli non potevano mancare strade e piazze dedicate all’acqua: Acquamarsa, Acquasanta,  Acquasola, Acquaverde, Acquedotto, Fontana, Fontanile, Fontanino, Fontanella, Rio torbido, Sorgenti sulfuree e Fontane marose.
Sull’origine di quest’ultimo nome ci sono stati litigi selvaggi sino ai primi del secolo: lo troviamo scritto in tre modi diversi: Fontane Amorose, Marose, Morose. Poi hanno scoperto che era sufficiente leggere le antichissime lapidi – una del 1206 e l’altra del 1427 – murate all’angolo di Palazzo Pallavicini verso via Interiano, in cui si parla delle Fontane Marose: tre bocche di una grande fontana costruita nel 1206 e distrutta nel 1849, che versavano tonnellate d’acqua scrosciante e spumeggiante appunto come i “marosi”.

I vecchi genovesi dimostrarono inoltre una particolare vena aulica e sensibile nel battezzare vicoli (in molti ora fatiscenti, ma rimasti poetici almeno sulla targa) e strade con il nome di cose belle quali Ardimento, Fortuna, Misericordia, Pace, Perdono, Provvidenza, Garbo, Prudenza, Tempo Buono, Umiltà, Virtù, Libertà, Salute, Speranza, Vittoria, Amore e Amor perfetto, di cui vi ho già raccontato la storia

Esistono vicoli battezzati Purgatorio, Paradiso, Angeli, Sole, Stella, Luna (per la cronaca, vico Luna è largo appena un metro e otto centimetri), e persino Fate: perché l’abbian chiamato così resta un mistero, mentre l’unica certezza è che, oggi, sarebbe da chiamare vico dell’Orride Streghe Rumentose e Spuzzolenti, visto com’è ridotto e frequentato.

Però ci sono anche strade dai nomi deprimenti quali Ombra, Fumo, Tosse (dal nome di una Madonna protettrice delle malattie di petto), Ruinà (franata) e Ubbia, nel senso di “opaco”; e si sa che un vicolo di solito è per sua natura Profondo, Stretto, Sottile, Deserto, Ombroso: ma anche a Molassana esiste una salita Luvega, ossia tristemente umida e poco soleggiata.

E infine i nomi bizzarri e misteriosi: vi sembra logico che nel cuore del centro storico genovese vi sia un vico dedicato alla Neve?
Certo che sì, visto che un tempo  c’era un’edicola con una piccola e splendida statua (poi regolarmente rubata) dedicata alla Madonna della Neve e che, sino ai primi del ‘900, il vico ospitava le botteghe dei venditori di ghiaccio.

La salita Gaiello di Nervi, invece,  chiamata così per la sua forma lunga e stretta proprio come i “gaielli”, ossia i capezzoli delle mucche; il nome di Calcapere a Sturla si spiega probabilmente intendendo “calca” per “grande quantità”, e quindi un frutteto (“pereto” non mi convince) molto folto; a meno che non si voglia ricordare l’abitudine di un antico pazzo lì residente che si divertiva a “calcare”, ossia a “camminare” sulle pere. Mah.

Se vogliamo continuare a dare un po’ i numeri, possiamo accennare a via Diciotto Fanciulli  a Pegli, che ricorda i diciotto ragazzi e bambini appartenenti alla famiglia dei Giustiniani, martirizzati nel 1566 a Scio dai Turchi; di via dei Mille sappiamo tutto, mentre via dei Sessanta è dedicata ai Sessanta membri del secondo Consiglio del Potere Legislativo sancito  nell’”Atto Costituzionale per il Popolo Ligure” il 2 dicembre 1797.

Via Untoria a Pré non ha nulla a che fare con peste e monatti, bensì con le botteghe dei conciatori che “ungevano” le pelli con olio di pesce; la salita della Bella Giovanna a San Teodoro mantiene il perenne ricordo di un’ostessa donna ideale poiché non solo era bellissima, ma pare fosse dotata anche di una superba abilità gastronomica.

Via del Ciazzo a Sturla non si riferisce a quello che state pensando, ma allo storpiamento della parola latina plaxium che indica “terreni degradanti verso il mare e pendii erbosi in lieve inclinazione”; le varie vie Chiappa, Chiappare, Chiappe, Chiappella traggono origine da quelle pietre sporgenti e lisce di cui parla anche Dante Alighieri: “Potevam su montar di chiappa in chiappa” (Inf. XXIV v.33); via della Coscia invece ha il nome di un’antichissima zona i cui abitanti, caratterizzati da una particolare inflessione dialettale, hanno dato origine alla popolazione di Sampierdarena.

Per finire, la palma del nome meno romantico va senza dubbio alla via di Nervi chiamata Fossato Scagaggino, che deriva dalla voce dialettale scagagge, ossia le cacchette di mosche, pulci e topi.

©Mitì Vigliero

P.P. (Post post)
Quando la Corsica parlava Genovese: vicoli di Bonifacio, foto regalatemi via mail da Andrea .

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