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Aglio Fravaglio: Superstizioni e Credenze sull’Aglio

di Placida Signora - 2 settembre 2010

Esistono molte superstizioni popolari che riguardano l’aglio; forse a causa del suo odore dato da forme particolari di zolfo (disolfuro di allile), da sempre venne in qualche modo collegato al mondo magico popolato da spiriti buoni o cattivi.

Aglio, fravaglio
E’ una delle più note formule scaramantiche anti malocchio; è rimasta impressa a molti della mia generazione, grazie a Peppino De Filippo, fratello di Eduardo, che in televisione negli anni Settanta interpretava il mitico Pappagone, personaggio timido, pasticcione e sfortunato che ogni volta, prima di mettersi regolarmente nei pasticci, recitava:
Aglio, fravaglio,
fattura ca nun quaglio,
corna, bicorna,
capa r’alice
e capa r’aglio
Gli esperti nel settore dicono che, per funzionare alla perfezione, la formula deve essere seguita da tre sputacchiatine e tre gesti di corna fatti con ambo le mani e volti all’ingiù.

Battesimi
In Guascogna si battezzano i bimbi sfregando loro uno spicchio d’aglio sulla lingua; ciò li prepara ad affrontare con coraggio le difficoltà della vita e, se sono maschi, ad avere un’intensa e fertile vita sessuale.

Calamita
Si dice, e il motivo non s’è mai capito, che l’aglio abbia il potere di distruggere il potere delle calamite; per questo nelle imbarcazioni doveva essere sempre tenuto lontano dalla bussola.

Circe & C.
Anche le maghe ammaliatrici detestano l’aglio. La prima di loro a farne le spese fu Circe, la lussuriosa fattucchiera dell’Odissea. I compagni di Ulisse vennero da lei trasformati in porci, ma lui si salvò perché Ermes-Mercurio gli ammannì un filtro preparato con l’allium moly.
Per alcuni si tratta di un raro tipo di aglio dal fiore giallo; e questa analogia potrebbe essere vera visto il noto significato apotropaico e di scongiuro nel vampirismo e nella stregoneria.
Credenza vuole che questo aglio cresca proprio quando la luna è al suo ultimo quarto, quindi, come tutto l’aglio nell’antichità greca, proteggeva dall’approssimarsi della nefasta Luna Nera e serviva contro le pericolose manifestazioni di Ecate.
Tradizioni più vicine a noi affermano che le streghe non si avvicineranno mai a un qualcosa (oggetto, animale o essere umano) che odori d’aglio; l’effluvio le disgusta sino alla nausea, cosa alquanto curiosa per creature abituate a bollire filtri a base di serpenti, bave di rospo, pipistrelli, cervelli umani…    

Clemente XII
Pare che il papa Clemente XII volesse che nella sua bara fossero poste numerose trecce d’aglio; fu  seppellito la notte tra il 23 e 24 giugno, nell’avvento del S. Giovanni d’Estate e, sempre per sua volontà, volle che il proprio monumento funebre fosse eretto accanto all’orrido cenotafio di Silvestro II, il papa negromante, sospettato di aver venduto la propria anima a Satana in cambio del triregno.

Fortuna
Secondo le fattucchiere napoletane, marchigiane, calabresi, romagnole e umbre, inghiottire a digiuno un grosso spicchio intero porterebbe una fortuna semplicemente sfacciata.
Niente più code negli uffici pubblici, spazi improvvisi in negozi affollati, noti rompiscatole che non si fermano a chiacchierare per ore, posti a sedere sugli autobus…
Un meraviglioso senso di vuoto attorno, causato probabilmente dall’alito fetente.

Grecia
In Grecia solo pronunciare la parola aglio, anzi scòrodon, era considerato un talismano potentissimo e ancora oggi si vendono riproduzioni fedelissime in ceramica da usare come portafortuna, appendendole accanto agli usci di casa.

Malocchio
Contro il malocchio le fattucchiere siciliane mettono in un catino uno spicchio d’aglio tritato, alcune prese di sale e qualche goccia d’olio d’oliva.
Si unisce una ciocca di capelli dell’ammalocchiato, si recitano alcune segretissime formule magiche, e il sortilegio d’incanto se ne va.

Maomettani
L’aglio è citato anche nel Corano. Secondo un’antica leggenda, quando Satana fu cacciato dal giardino dell’Eden, decise di lasciare un suo ricordo facendo spuntare una pianta d’aglio nel punto in cui – assaporando la famigerata mela proibita – Adamo teneva il piede sinistro e una di cipolla in quello in cui aveva il destro. Da ciò si deduce che i maomettani non provavano grande simpatia per questa pianta; lo stesso Maometto non ne mangiava mai, convinto che l’ingerire il sulfureo bulbo lo avrebbe portato ad agire in modo non retto.

Mestrui
Gli egizi veneravano l’aglio come una divinità, annoverandolo tra le piante sacre e dedicandogli sacrifici in ringraziamento alle le sue virtù; per questo, a differenza delle altre,  la loro religione arrivava a non considerare “impura” una donna nel periodo mestruale se questa faceva irrigazioni con birra, miele e aglio pestato.

Pentole e forbici
Con l’aglio in Piemonte si strofinavano le pentole nuove di coccio, per renderle più resistenti.
In Sardegna invece, a scopo scaramantico, lo sfregavano più volte sulle lame di forbici  e rasoi prima di tagliare i capelli ai bambini o la lana alle pecore, per non ferirli e per far ricrescere crini e peli più robusti e folti.

Salute
Come augurio di buona salute, nel periodo tra la nascita e il battesimo in Francia si usava deporre nella culla dei neonati uno spicchio d’aglio, insieme a un sacchettino di sale e a un pezzetto di ferro.
In Sicilia e in Calabria lo mettevano nel letto delle partorienti, e si credeva che farsi il segno della croce tenesse lontani tumori di varia natura.

San Giovanni
Il giorno di San Giovanni, 24 giugno, è indispensabile comprare almeno una testa d’aglio, per avere soldi tutti l’anno.

Serpenti
In Polonia, se a qualcuno capitava di nominare il serpente, creatura maligna, in presenza di bambini, gli veniva messo subito uno spicchio d’aglio sotto la lingua a mo’ di scongiuro.

Sogni
Sognare di mangiare aglio è un avvertimento a non fare troppe spese.
Sognare di vederlo  significa che si riuscirà a portare a buon esito ciò che  sta a cuore, nonostante alcuni dissidi soprattutto in famiglia.
Ma se un uomo sogna dell’aglio posato sulla tavola da pranzo, faccia attenzione perché indica tradimento di donna. La sua.

Tori
Medea sfregò dell’aglio su tutto il corpo di Giasone affinché non fosse aggredito dai feroci tori del padre; forse è per questo che a tutt’oggi i toreri spagnoli o gli allevatori argentini ne tengono uno spicchio legato con una funicella attorno al collo come protezione

Vampiri
Tradizionalmente l’aglio protegge dai vampiri perché purifica il sangue, lo ripulisce e lo rende per loro insipido e non appetibile.
Sino a metà del Novecento chi doveva recarsi nella Romania sud occidentale, soprattutto nella regione nomata Transilvania, non doveva dimenticarsi di mettere in valigia un poco d’aglio; questa era un sorta di “carta di credito” che rassicurava gli albergatori sull’estraneità a pratiche vampiresche del nuovo ospite. E gli abitanti delle zone rurali balcaniche usavano strofinare con aglio le maniglie delle porte e le cornici delle finestre per tener lontane le caninute creature.
Si sa infatti che tutti i vampiri, si chiamino Drakul, Kuslak,  Nosferatu o Piwica, non sopportano l’odore dell’aglio e, appena lo sentono, fuggono disgustati. Esattamente come molti umani. 


©Mitì Vigliero, da Saporitissimo giglio

Il Vero Capodanno

di Placida Signora - 31 agosto 2010


E anche quest’anno, a mezzanotte, scoccherà
quello che da sempre considero il  
Vero Capodanno.

E anche questa volta, come sempre, vi chiedo:

 Si è realizzato qualcosa di quello
che 
desideravate un anno fa?

E per questo Nuovo Anno,
cosa volete/progettate/sognate?

 

Senza Parole

di Placida Signora - 30 agosto 2010

Carnale Lettera d’Amore in Busta Color Crema: il Raviolo nell’Arte, dal Baciccio ai Futuristi

di Placida Signora - 27 agosto 2010

Quando si parla di Gavi Ligure, si pensa subito al vino; però la cittadina merita di passare alla storia anche per un altro importante e delizioso prodotto gastronomico italiano.

Nel XII sec. Gavi era terra di frontiera, passaggio obbligato dei trasporti fra Liguria e il resto dell’Italia settentrionale; i mercanti sostavano abitualmente a mangiare e dormire nelle numerose locande del paese la cui più famosa era l’“Hustàia du Raviò”, proprietà della famiglia Raviolo che fu la prima a brevettare ufficialmente quella pasta ripiena chiamata appunto “ravioli”.

Nel 1202 Gavi passò sotto il dominio della Repubblica Genovese e i ravioli divennero uno dei piatti più amati dalla Superba che in seguito li esportò, oltre che in tutta Italia, anche in Provenza, Corsica e America del Sud.

E quando nel 1528 una parte della famiglia Raviolo si traferì a Genova, venne ascritta alla nobiltà e scelse come stemma una forma per ravioli sormontata da tre stelle.Forse però non tutti sanno che i ravioli, nella loro storia, sono stati spesso strettamente legati all’Arte.


Ad esempio, il pittore Giambattista Gaulli detto Il Baciccio, impegnato a Roma dal 1669 al 1683 a decorare la Chiesa del Gesù, tirava fuori l’”estro inventivo” soltanto se il committente, il padre generale dei gesuiti Paolo Oliva, gli faceva trovare ogni santa mattina ad attenderlo sulle impalcature poste all’interno del tempio, un’enorme e bollente porzione di ravioli , l’unica cosa – secondo l’artista – “capace di dissolvere l’acre atmosfera dell’acqua ragia e dei colori”.

Invece Niccolò Paganini, nel 1838 scriveva nostalgico all’amico Luigi Germi:
Ogni giorno di magro e anche di grasso, sopporto una salivazione (l’aquolina in bocca, ndr) rammentando gli squisiti ravioli che tante volte ho gustati alla tua mensa”.
E nel 1840, pochi giorni prima di morire, da Nizza Marittima trovava la forza di scrivere entusiasta ad un amico la “sua” ricetta  dei ravioli, citata ormai come classica dai sacri testi della storia gastronomica.

Infine i ravioli furono protagonisti anche del Futurismo.

Nel 1931 Marinetti sconvolse l’Italia e gli stomaci italiani col “Manifesto della cucina futurista“,  dove per prima cosa (causa l’allora carenza di grano in Italia, che veniva importato carissimo dall’estero) riteneva necessaria “l’abolizione della pastasciutta, assurda religione gastronomica” la quale, digerendosi in gran parte in bocca e non facendo lavorare pancreas e fegato, sviluppava nelle italiche menti “scetticismo, sentimentalismo, fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo“.

Ciò scatenò la rivolta nel genovese gruppo futurista “Sintesi”, tanto che Farfa, Gaudenzi, Picollo, Lombardo, Pierro, Verzatti, Lo Duca, Tullio D’Albissola e altri, il 15 gennaio del ’31 scrissero un’accorata supplica al Marinetti nella quale, pur accettando di dichiar guerra a “maccheroni, vermicelli, spaghetti e tortellini” chiedevano “fermamente” una dichiarazione di “leale neutralità verso i ravioli, ottimistici propulsori dinamici per i quali nutriamo profonde simpatie e doveri di riconoscenza e di amicizia”.

Marinetti si convinse ed il raviolo, che Farfa (Vittorio Tommasini) definì “carnale lettera d’amore in busta color crema”, si salvò così dal Progressimo rimanendo uno dei capisaldi dell’italica cucina.

© Mitì Vigliero

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di Placida Signora - 26 agosto 2010

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