Placidicompleanni: 5/7/57 = 57

57

In numeri romani è LVII.
Solenne quinquaginta septem.
Molto cool fifty-seven.
Très charmant cinquante-sept.
Musicale cincuenta y siete.
Assai autorevole (ma impronunciabile, secondo me) siebenundfünfzig.

E poi ha un che di cabalistico, non trovate?

Giorno, mese, data di nascita, anni compiuti oggi; numeri tutti uguali.

Forse provare a giocarli al Lotto non sarebbe una cattiva idea.

5 – 7 – 57.

Suggerirei Ruota di Torino-città natale, Genova-città di residenza e Margarita-nido rifugio (se ci fosse una ruota, per lo meno a Cuneo). Ma poi fate come volete.

Se vincerete, mi offrirete da bere.

Per ora brindo io a voi, Amici cari, che ormai da tanti anni festeggiate su questo blog o su Twitter, Friendfeed e Tumblr insieme a me il Placidocompleanno.

Vi voglio sempre più bene!

Mitì

Vi racconto la storia di Maddalena Fieschi, la Monaca di Monza genovese

MonacaDi certo ricorderete la storia della manzoniana Gertrude, infelice creatura mirabilmente descritta nei Promessi Sposi, nipote d’un signore feroce, costretta sin dall’infanzia a subire un destino non voluto e che, causa un amore proibito, si macchiò d’infamia e delitti.

Però forse non sapete che anche a Genova vi fu una monaca la cui storia, anche se assai meno sanguinaria ma più… ligure, narrata da Michele Rosi ne Le monache nella vita genovese dal secolo XV al XVII, 1895, può rammentare la sua.

Lei si chiamava Maddalena Fieschi; probabilmente era imparentata con la celebre famiglia e come figlia cadetta subì, come la Gertrude, il destino obbligato del convento.

Nel 1662 entrò nel Convento delle Donne Osservanti della parrocchia di Sant’Andrea.

Genova-Chiostro_di_Sant'Andrea-DSCF9338

Il territorio gestito dalla parrocchia era allora di certo molto simile a quello che descriveva il Giustiniani più o meno cent’anni prima: “Comprendeva la porta antica della città, molto magnifica, la fronte dell’acquedotto, un macello, gli orti ed il convento“; 15 strade e 396 case. Non era perciò un territorio piccino, in cui fosse muoversi fosse rischioso perché immediatamente visti e riconosciuti.

L’Egidio della storia genovese si chiamava Giovanni Maria Grandi; lavorava nel setificio del fratello della moglie, Carletto Viganego.
Com’è come non è, il Giovanni ebbe modo di conoscere il convento e Maddalena proprio grazie al suo lavoro; come setificio lo rifornivano infatti di seta, specializzato nei ricami di paramenti sacri.

Anche lui, come l’Egidio, ebbe una complice della relazione; non una novizia dal tragico destino, ma due sue operaie; Paola Maria De Martini, tessitrice, e Luisa Besaccia, incannatrice. La prima abitava vicinissima al convento; dalle sue finestre, grazie a regalìe, il Grandi aveva la possibilità di conversare da lontano con suor Maddalena.

telaio seta

La relazione verbale durò sette anni; guai se Giovanni non si presentava all’ora stabilita, Maddalena non accettava ritardi, scuse dovute a impegni di lavoro, salute o condizioni atmosferiche pessime che avrebbero impedito a chiunque di starsene a conversare romanticamente affacciato a una finestra.
Folle di passione repressa e gelosia, fregandosene della sua posizione e delle eventuali conseguenze, arrivò al punto di incaricare la Paola Maria De Martini di far sapere al suo capo che “se fosse andato ad altri monasteri, se bene (lei) era (fosse) chiusa (nel convento), le (gli) avrebbe fatto dare delle schiene per terra prima che passassero ventriquattr’ore“.

Giovanni Grandi, colpito dalla violenta passione dell’amata e soprattutto probabilmente un po’ stanco anche lui di quell’amore espresso a distanza soltanto a parole, iniziò una tattica di avvicinamento.
Per prima cosa riuscì, con la scusa della seta, a incontrarla nel parlatorio. Ma anche lì la situazione era abbastanza frustrante; dialogare con la donna amata stando seduti di fronte su panche distanti numerosi metri e con la presenza di altre monache, misurando ogni parola per non far sorgere sospetti, era faticosissimo e stressante.

sant'andrea colle genova

Così convinse un’altra sua operaia, Luisa Besaccia, a trasferirsi dalla sua casa in San Nicola ad un’altra in Sant’Andrea, combinazione appiccicata al convento; nel “contratto” si diceva che l’appartamento sarebbe stato tutto della Luisa - la quale non avrebbe mai, vita natural durante, pagato un soldo d’affitto - tranne una finestra che sarebbe stata a completa disposizione di Giovanni. Finestra da cui lui agilmente avrebbe potuto saltare nella terrazza del colombaio del convento, ove Maddalena si recava spesso a dar da mangiare ai suoi amati pennuti.

A sua volta suor Maddalena convinse una sua consorella, Maria Gregoria De Franchi, che aveva la stanza a fianco della colombaia, sempre per amore dei pennuti, a lasciarla passare liberamente da camera sua alla terrazza e di far la guardia; in tal modo i due colombi umani, anfrattati nella piccionaia, avrebbero potuto tubare in estrema libertà.

colombi

Ma suor Gregoria si stancò presto di far da palo e un brutto giorno i due vennero beccati in flagrante dalla severissima superiora del convento, tal suor Maria Teresa, la quale fece una scena tremenda minacciando di denunciare (discoperto in giustitia) il Giovanni; e la condanna allora, per quel tipo di “delitto”, era la morte.

Trovarono un accordo; la superiora sarebbe stata zitta perché “non era scorrucciata, ma voleva richiederle (chiedergli) un servizio, che le imprestasse 100 lire che ne voleva pagare un mezzaro“.

mezzaro

Ebbe le 100 lire e, nonostante il ricatto, le cronache dell’Archivio di Stato non riportano alcuna sua punizione.

Invece Giovanni Grandi, in seguito ad un’anonima denuncia, il 19 luglio del 1669 fu condannato dal Doge ad essere esiliato per cinque anni sull’isola di Capraia e a una multa “per la somma di scuti quattromila d’oro“.

Di che fine fece Maddalena nulla si sa; ma da allora le finestre del Convento di Sant’Andrea vennero dotate di enormi inferriate e persiane fisse di pesantissimo legno.

 © Mitì Vigliero

Vi racconto perché si dice: Con tanti niente ammazzi l’asino

con tanti niente ammazzi lasino

E’ un antico proverbio (chissà perché caduto in disuso, mentre è sempre ancora attualissimo) che sì rifà a una favoletta popolare.

Un contadino, con pezzi di legna,  riempiva a dismisura le gerle poste sulla schiena del suo asino.

Quando gli dissero “Guarda che quella povera bestia non ce fa più!” lui, continuando ad aggiunger legna rispose serafico:

Ma no, sono rametti da niente, piccoli piccoli, che vuoi che gli facciano, è forte…”.

Infatti, ad un tratto, a causa del peso eccessivo che gli spezzò la schiena, l’asino stramazzò a terra e morì.

E il significato del proverbio riferito a noi umani è che tante piccole negatività possono far molto danno; tante egoistiche pretese, tante continue deleghe, tante minime sgarberie, tante infantili trascuratezze, tanti minuscoli sfruttamenti, tante numerose ingratitudini, tante capricciose pigrizie, tante ininterrotte negligenze, tanti distratti disinteressi, tante superficiali certezze di una perenne disponibilità altrui, insomma, tutte queste tante brutte cose sommate insieme possono uccidere definitivamente rapporti lavorativi, legami familiari, amori e amicizie.

Perché tanti piccoli dispiaceri, dolori e delusioni gratuite ricevute in serie e in continuazione possono stroncare anche il carattere  più forte.

© Mitì Vigliero 

Placida Meteoropatia: di Pioggia e di Spleen

pioggia

Ogni goccia che cade oggi accompagna in un ritmo battente i miei pensieri.
Una ridda di riflessioni, idee, ricordi, collegati uno all’altro per attinenze che solo io conosco.
Ogni goccia che cade scandisce il passare del tempo: nessun attimo è uguale all’altro.

Pensare alle mille e mille parole che quotidianamente, come tutti, ascolto e leggo; e sentirmi spesso sempre più distante da un modus vivendi che mi appartiene sempre meno.

Rendermi conto di quanto sia vero che la gentilezza, la buona educazione e il buon senso siano ormai termini considerati desueti e pure un po’ ridicoli.
Vedere quanto siano sicure certe persone, così piene di certezze, di convinzioni assolute, di chiavi della Felicità e della Verità.
Notare quanto tutto questo, troppo spesso, sia accompagnato da una dose colossale di superficiale egoismo incosciente; di quanto tutto oggi paia fermarsi all’arroganza dell’apparenza e dell’urlo lanciato più forte; di quanto sia imperante il Vuoto, pur cosparso di lustrini; di quanto l’ignoranza della storia dell’umanità passata impedisca di vedere al di là del proprio naso riflesso nello specchio.

In certi momenti mi sento una marziana che osserva da un piccolo pianeta, con stupore misto a invidia e paura, esistenze altrui.
Mi vergogno anche un poco delle mie certe mancanze di certezze, e delle mie sicure insicurezze date da esperienza di vita.
Così arruffo le penne e mi vien voglia di accoccolarmi ancor più nascosta nel mio nido lontano.

In ogni goccia di pioggia che cade e scompare, oggi rivivo brandelli di vita.
Ed è una malinconia dolce-amara quella di oggi, di cui mi scuso con chi mi vede sempre col placido sorriso; un piovoso spleen nato probabilmente da stanchezza, che di certo svanirà appena tornerà il sole.

© Mitì Vigliero