10 Agosto, Stelle Cadenti: storia, credenze e istruzioni per l’uso

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Chissà se quest’anno riusciremo a vedere le stelle cadenti striare l’italico cielo la notte del 10 d’agosto.

Di solito, quando arriva San Lorenzo puoi star sicuro che sarà nuvolo, pioverà, le città accenderanno le luci come a Natale solo per farti un dispetto, ti addormenterai alle otto di sera, avrai un raffreddore che ti obbligherà a letto o che ci sarà una luccicantissima Luna  a rovinarti lo spettacolo.

Ma cerchiamo di essere logici e raziocinanti umani del Duemila: in fondo, che c’importa delle stelle cadenti?

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Innanzitutto gli astrofisici dicono che non sono stelle ma  sciami di Perseidi, meteoritine, banalissimi detriti di roccia, polvere e ghiaccio…Celeste rumenta insomma, staccata dalla cometa periodica Swift Tuttle e portata in giro per l’Infinito dal vento solare.

Le stelle cadenti poi sono minuscole; sempre gli scienziati affermano con  certezza che la maggioranza di loro non raggiunge il centimetro di diametro; certo la velocità con la quale viaggiano è notevole, si muovono dai 10 ai 60 chilometri al secondo e quando entrano nell’atmosfera, a circa un centinaio di chilometri di altezza, la loro velocità diminuisce e l’attrito fa completamente consumare – bruciandola – la materia di cui sono composte.

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E poi quante storie: mica ci sono solo ad agosto, le stelle cadenti.

Praticamente ci piovono in testa quotidianamente: gli studiosi del settore stimano che in un giorno cadano sulla Terra non meno di 400 tonnellate di polveri e granuli interplanetari, e di questi solo una piccola parte può essere osservata perché molti sono troppo piccoli per produrre la scia e molti cadono di mattina.

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Ma nelle notti dal ’1 al 5 gennaio possiamo ammirare benissimo le Quadrantidi; dal 21 aprile al 12 maggio le Eta Aquaridi; dal 7  al 30 giugno le Draconidi; dal 15 al 26 aprile le Lyridi; dal 14 al 20 novembre le Leonidi (che sono anche le più grandi e belle); dal 3 al 19 dicembre le Geminidi

E invece no, noi dobbiamo per forza guardare le Perseidi, che piombano giù dal 15 luglio al 24 agosto.

E perché?

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Perché siamo e restiamo romantici pieni di desideri.

Per fortuna.

Perché solo il 10 agosto, si sa, ad ogni stella cadente vista corrisponde un desiderio esaudito.

Ci sono quelle color giallo-rossastro, che promettono passioni di ogni tipo e in ogni campo; quelle biancheamori e lavori duraturi; quelle cangianti, portatrici di certezze.

Se farai un nodo al fazzoletto prima di guardarle (ottima la posizione sdraiato su un prato o su una spiaggia o sul tetto di casa, dove vuoi, basta che sia a pancia in su ), ad ogni desiderio dicono che corrisponderà pure una vincita al Lotto.

Bel colpo, vero?

L’importante sarà non indicare mai col dito la stella che cade, perché di certo non s’avvererà…

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Sono anni che non vedo stelle cadenti; capitava nelle estive e lontane notti di San Fruttuoso di Camogli, luci cittadine niente, buio pesto, polpi che si cullavano pigri tra mare e spiaggia e sopra il Monte di Portofino una pioggia incessante di scie luminose piene di promesse.

E poi in campagna, a Margarita, sempre lustri fa; così di colpo, all’improvviso, vedevi lo scuro velluto del cielo ferito da una riga incendiata come la coda d’un fuoco d’artificio ma più misteriosa, e in quell’istante ti rendevi conto che nessuna mano umana avrebbe potuto creare una cosa simile.

Spero proprio di rivederle quest’anno, le stelle cadenti…Perché mai come in questo periodo abbiamo tanto bisogno di farci consolare. Almeno dai sogni. 

© Mitì Vigliero

 

Vi racconto proverbi, modi di dire e antiche credenze dedicate al mese di Agosto

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Per i Romani era il mese presieduto dalla dea Cerere, e deve il suo nome all’imperatore Cesare Augusto, l’inventore delle “ferie d’agosto”, ossia del Ferragosto.

In agosto si colgono le nocciole; si crede, per non so quale strana affinità, che più il raccolto sarà abbondante, più le coppie sposate in estate saranno prolifiche.

E un rametto di nocciolo tagliato, dal basso verso l’alto, fra le ventitrè e la mezzanotte con un coltello nuovo di zecca il primo mercoledì della luna agostana, diventerà una prodigiosa bacchetta magica.

Riguardo al clima, abbiamo “Agosto moglie mia non ti conosco” ; in Francia invece dicono “En août, ni femme ni chou”, abbinando misteriosamente mogli e cavoli.

E’ però universalmente considerato il mese che chiude l’estate e prelude al freddo; a Bari affermano “Aiust cape de vierne” (agosto inizio d’inverno).
In Toscana invece dicono che “Per San Donato (7 agosto) l’inverno è nato; per San Lorenzo (10) gli è grosso come un giovenco; per Santa Maria (15) quanto una Badia“.
E in Sicilia  “Chi in agosto non s’è vestito, malo inverno ha preparato” riferendosi alla facilità di prendersi accidenti  a causa degli sbalzi di temperatura del mese caratterizzato, di solito, da caldo infernale e gelati temporali.

Di solito “La prima pioggia di agosto rinfresca il bosco”, come ripetono i contadini di tutta Europa ; risolleva (anche) gli animi prostrati dal caldo eliminando pure, come dicono a Milano, “On sacc de pures e on sacc de mosc”, cacciando pulci, mosche e tutti i vari insettacci malefici che col caldo ci vampirizzano.

E “quando piove d’agosto, piove miele e piove mosto”; se piove è un bene per i campi e per i fiori, che non seccheranno e le api potranno continuare a produrre miele; è un bene anche per le viti, alle quali la siccità rende il vino aspro.

Il 31 invece bisogna tener d’occhio “l’ultimo tramonto d’agostoperché “l’inverno mette a posto”: se il sole si abbasserà in un cielo limpido, l’inverno sarà mite e dolce.
Ma se “s’insaccherà” tra le nubi, dovremo prepararci al freddo più nero.

La saggezza degli avi raccomanda pure “Ad agosto né casa né scopa nuova”, pena una lunga sequela di grane.

Il fatto dei traslochi sconsigliati in questo mese risale al Medioevo, quando i contratti di mezzadria terminavano per legge l’ 11 novembre, San Martino.

Era solo in quel periodo che si poteva liberamente, con l’eventuale cambio di lavoro, andare in un’altra casa.

Se ciò avveniva due mesi prima della scadenza del contratto significava solo due cose: o che si era stati licenziati con ignominia dal padrone, o che il padrone era economicamente fallito.

La famiglia del mezzadro, allontanata dalla vecchia casa, avrebbe avuto in ogni caso la disgrazia di essere sfrattata e d essere quindi obbigata a trovare, in fretta e con poca disponibilità economica (che a quei tempi mica si dava la liquidazione), un tetto che di certo non sarebbe stato confortevole come il primo.

E, mi chiederete, la scopa cosa c’entra coi traslochi?
Quando si cambia casa si compra sempre anche una scopa nuova per spazzarla meglio, no? E poi è una vecchia credenza che in una casa nuova si debba portare, assieme a un pacco di sale e una bottiglia d’olio intonsi), anche una scopa nuova, onde evitare di traslocare anche le eventuali tristezze accadute nella prima casa…

Ad agosto i giorni più importanti sono due; il 10, San Lorenzo, con le stelle cadenti che simboleggiano le braci della graticola su cui il poveretto fu arrostito nel 258 dC a Roma. Ad ogni stella avvistata, un desiderio esaudito.

Il secondo giorno è il 15, dedicato alla Madonna Assunta in Cielo.

In molte zone d’Italia, soprattutto nel Nord-Est, si raccomanda a chi sta costruendo una casa di sua proprietà, di porre quel giorno sulla parte più alta della costruzione unafrasca verde (alloro, quercia o pino) in onore alla Vergine; salendo al Cielo lei la vedrà e terrà lontana da quei muri ogni disgrazia. Usanza che rimane anche in altri periodi dell’anno “Quando se riva al cuert” (quando si arriva al “coperchio”, il tetto della casa, dicono nel Trevigiano),  ed è spesso seguita da una cena pagata dai committenti all’impresa e ai progettisti, per festeggiare insieme la casa ormai praticamente finita.

In Piemonte invece, bisogna tener d’occhio le candele che circondano la statua di Maria portata nele innumerevoli processioni che s fanno quel giorno.
Se alla fine del corteo saranno tutte spente, l’inverno sarà pessimo; accesa la metàdiscreto; tutte accesebenessere per tutti.

Ma tanto oggi quelle candele per questioni di pubblica sicurezza van tutte a pila e quindi ogni rischio dovrebbe essere di certo evitato.

© Mitì Vigliero

Placidicompleanni: 5/7/57 = 57

57

In numeri romani è LVII.
Solenne quinquaginta septem.
Molto cool fifty-seven.
Très charmant cinquante-sept.
Musicale cincuenta y siete.
Assai autorevole (ma impronunciabile, secondo me) siebenundfünfzig.

E poi ha un che di cabalistico, non trovate?

Giorno, mese, data di nascita, anni compiuti oggi; numeri tutti uguali.

Forse provare a giocarli al Lotto non sarebbe una cattiva idea.

5 – 7 – 57.

Suggerirei Ruota di Torino-città natale, Genova-città di residenza e Margarita-nido rifugio (se ci fosse una ruota, per lo meno a Cuneo). Ma poi fate come volete.

Se vincerete, mi offrirete da bere.

Per ora brindo io a voi, Amici cari, che ormai da tanti anni festeggiate su questo blog o su Twitter, Friendfeed e Tumblr insieme a me il Placidocompleanno.

Vi voglio sempre più bene!

Mitì

Vi racconto la storia di Maddalena Fieschi, la Monaca di Monza genovese

MonacaDi certo ricorderete la storia della manzoniana Gertrude, infelice creatura mirabilmente descritta nei Promessi Sposi, nipote d’un signore feroce, costretta sin dall’infanzia a subire un destino non voluto e che, causa un amore proibito, si macchiò d’infamia e delitti.

Però forse non sapete che anche a Genova vi fu una monaca la cui storia, anche se assai meno sanguinaria ma più… ligure, narrata da Michele Rosi ne Le monache nella vita genovese dal secolo XV al XVII, 1895, può rammentare la sua.

Lei si chiamava Maddalena Fieschi; probabilmente era imparentata con la celebre famiglia e come figlia cadetta subì, come la Gertrude, il destino obbligato del convento.

Nel 1662 entrò nel Convento delle Donne Osservanti della parrocchia di Sant’Andrea.

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Il territorio gestito dalla parrocchia era allora di certo molto simile a quello che descriveva il Giustiniani più o meno cent’anni prima: “Comprendeva la porta antica della città, molto magnifica, la fronte dell’acquedotto, un macello, gli orti ed il convento“; 15 strade e 396 case. Non era perciò un territorio piccino, in cui fosse muoversi fosse rischioso perché immediatamente visti e riconosciuti.

L’Egidio della storia genovese si chiamava Giovanni Maria Grandi; lavorava nel setificio del fratello della moglie, Carletto Viganego.
Com’è come non è, il Giovanni ebbe modo di conoscere il convento e Maddalena proprio grazie al suo lavoro; come setificio lo rifornivano infatti di seta, specializzato nei ricami di paramenti sacri.

Anche lui, come l’Egidio, ebbe una complice della relazione; non una novizia dal tragico destino, ma due sue operaie; Paola Maria De Martini, tessitrice, e Luisa Besaccia, incannatrice. La prima abitava vicinissima al convento; dalle sue finestre, grazie a regalìe, il Grandi aveva la possibilità di conversare da lontano con suor Maddalena.

telaio seta

La relazione verbale durò sette anni; guai se Giovanni non si presentava all’ora stabilita, Maddalena non accettava ritardi, scuse dovute a impegni di lavoro, salute o condizioni atmosferiche pessime che avrebbero impedito a chiunque di starsene a conversare romanticamente affacciato a una finestra.
Folle di passione repressa e gelosia, fregandosene della sua posizione e delle eventuali conseguenze, arrivò al punto di incaricare la Paola Maria De Martini di far sapere al suo capo che “se fosse andato ad altri monasteri, se bene (lei) era (fosse) chiusa (nel convento), le (gli) avrebbe fatto dare delle schiene per terra prima che passassero ventriquattr’ore“.

Giovanni Grandi, colpito dalla violenta passione dell’amata e soprattutto probabilmente un po’ stanco anche lui di quell’amore espresso a distanza soltanto a parole, iniziò una tattica di avvicinamento.
Per prima cosa riuscì, con la scusa della seta, a incontrarla nel parlatorio. Ma anche lì la situazione era abbastanza frustrante; dialogare con la donna amata stando seduti di fronte su panche distanti numerosi metri e con la presenza di altre monache, misurando ogni parola per non far sorgere sospetti, era faticosissimo e stressante.

sant'andrea colle genova

Così convinse un’altra sua operaia, Luisa Besaccia, a trasferirsi dalla sua casa in San Nicola ad un’altra in Sant’Andrea, combinazione appiccicata al convento; nel “contratto” si diceva che l’appartamento sarebbe stato tutto della Luisa - la quale non avrebbe mai, vita natural durante, pagato un soldo d’affitto - tranne una finestra che sarebbe stata a completa disposizione di Giovanni. Finestra da cui lui agilmente avrebbe potuto saltare nella terrazza del colombaio del convento, ove Maddalena si recava spesso a dar da mangiare ai suoi amati pennuti.

A sua volta suor Maddalena convinse una sua consorella, Maria Gregoria De Franchi, che aveva la stanza a fianco della colombaia, sempre per amore dei pennuti, a lasciarla passare liberamente da camera sua alla terrazza e di far la guardia; in tal modo i due colombi umani, anfrattati nella piccionaia, avrebbero potuto tubare in estrema libertà.

colombi

Ma suor Gregoria si stancò presto di far da palo e un brutto giorno i due vennero beccati in flagrante dalla severissima superiora del convento, tal suor Maria Teresa, la quale fece una scena tremenda minacciando di denunciare (discoperto in giustitia) il Giovanni; e la condanna allora, per quel tipo di “delitto”, era la morte.

Trovarono un accordo; la superiora sarebbe stata zitta perché “non era scorrucciata, ma voleva richiederle (chiedergli) un servizio, che le imprestasse 100 lire che ne voleva pagare un mezzaro“.

mezzaro

Ebbe le 100 lire e, nonostante il ricatto, le cronache dell’Archivio di Stato non riportano alcuna sua punizione.

Invece Giovanni Grandi, in seguito ad un’anonima denuncia, il 19 luglio del 1669 fu condannato dal Doge ad essere esiliato per cinque anni sull’isola di Capraia e a una multa “per la somma di scuti quattromila d’oro“.

Di che fine fece Maddalena nulla si sa; ma da allora le finestre del Convento di Sant’Andrea vennero dotate di enormi inferriate e persiane fisse di pesantissimo legno.

 © Mitì Vigliero